Il vascello

C’è un vascello in corridoio. Le vele spiegate, la prua alta sull’acqua, il cielo plumbeo, una cornice sottile. Quel corridoio è uno dei punti più bui della casa di accoglienza in cui lavoro. Ho acceso la luce nel corridoio solo per vedere meglio il quadro. Il corridoio è la parte più interna del caseggiato, si trova nelle viscere della struttura. Sembra l’arteria di un bunker, lo spazio vitale di una tana, largo appena per il passaggio di due persone. Non il luogo in cui trovare un vascello e di sicuro non il luogo dove vedere il mare.

Non ho potuto fare a meno di fermarmi a osservare quel quadro, quella volta. Il vascello doveva essere pilotato da qualcuno, qualcuno che probabilmente amava ciò che stava facendo, scivolando sull’acqua salata di qualche oceano, mai sazio della tremenda libertà con cui questo lo minacciava.

Lungo il fianco tantissimi oblò, aperti sulle scene della vita delle persone di riposo nella proprie cuccette; su piccole mensole di libri fermati da bandelle di legno; uno attaccato all’altro, cubicoli come un nido d’api, uno di fianco all’altro, incastrati nel guscio di travi e fasciame che trasporta tutte quelle vite nella desolazione scura delle acque senza fondo.

Anche chi l’ha dipinto doveva amare quello che faceva, scivolando col pennello sulla tela ruvida, immaginando un vascello e restituendo al mondo un’immagine che poi, un qualche pomeriggio di molti anni a venire, avrei finito per fermarmi a guardare. C’è un particolare, però, al quale attribuisco il merito di avermi attirato, ossia la spuma. Quella bianca schiuma che si crea dai flutti, dal macinìo dei legnami nell’attrito col fluido e che lascia una scia, una V che si allarga e si dimentica all’andare. Nel quadro non c’è. La nave ha le vele spiegate, tutto indirizza a credere che chi manovra il timone stia dialogando in modo funzionale con il secondo ufficiale e con il navigatore stabilendo la rotta, eppure se si sporgessero oltre il parapetto vedrebbero, anche loro vedrebbero che la prua non crea nessun flutto, che dietro di loro non si apre nessuna V nell’oceano. Il particolare più rilevante è un’assenza. E mi manca. Mi manca tanto.

Credo di essermi fermato in quel corridoio perché era finito il vento. Se mi sono messo a osservare quel vascello, dopo mesi di curiosità passeggera e fascinazione in background, rallentando velocemente quando ero sospinto a fare altro, se mi sono dovuto ricordare di farlo interrompendo il flusso di interventi a cui ero dedicato, sebbene procrastinare le cose della vita di queste persone non interessi a nessuno – nemmeno a loro forse – è perché ne avevo bisogno. Ho speso il momento di una pausa aprendo una finestra su un mondo lontano. Non biasimatemi.

Non so quale sia l’origine di quel dipinto, né chi lo appese in quel luogo, se venne prima dell’istituzione della comunità, portato dalle mani di qualcuno degli adepti, o se vi sia stato introdotto poi, in forza dello stato di desiderio cinetico che esprime, quasi servisse a incoraggiare gli osservatori a non ripetere lo stesso errore e ad avere il coraggio di abbracciare la propria incoerenza. In più di un anno di servizio, a nessuno lì dentro è mai saltato in mente di parlare di quel quadro, di riferirvisi in qualche modo, nemmeno di urtarlo per sbaglio rincorrendosi e sfondando le porte. Di tutti i personaggi che popolano i racconti dei miei colleghi, nessuno che sia mai incappato in quel quadro. Intatto. Come quel vascello antico che vedi per la prima volta e non sai indovinare quante miglia ha percorso. Come se avesse veramente navigato su mari tumultuosi e continuasse a farlo, col timone a pioli incornato tra le mani del suo capitano, consacrato a una singola rotta, destinato a non poterne fare a meno. Appeso lì in corridoio e non visto, l’unico modo di essere libero senza muoversi.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono "diventato" atopico: ho smesso di abitare un luogo determinato.

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