La velocità delle onde

Corro in linea retta lungo la battigia di Playa Negra, anch’essa di onde formata, dove la sabbia si modella secondo le risacche in leggeri avvallamenti. L’oceano li riempie percorrendo maggior distanza e ad ogni spinta si addentra audacemente sulla spiaggia. Non ci tocchiamo mai. Corro alla velocità delle onde. Ho cambiato velocità, oltre che Stato. Lavorando qui, cercando di spendere il meno possibile, raccogliendo l’invenduto dalle bancarelle di frutta e verdura, sviluppando i contatti per recuperare risorse, ho la sensazione di poter osservare il movimento da una visuale privilegiata. Mi trovo in un mondo parallelo a quello dei turisti e dei menù dei ristoranti e dei bar, della vita notturna, delle fotografie. Adesso è il tempo della pandemia, che ha costretto la chiusura dell’Italia, e sebbene possa tornare in caso di emergenza, rimangono pochi voli e i viaggi non indispensabili sono scoraggiati. Anche se spero che la situazione cambi presto, è bastato questo piccolo tempo di pericolo globale per virare nuovamente i colori della mia esperienza.

Mi sono sempre sentito molto simile a James Joyce, i cui libri e la cui vita mi hanno insegnato il piacere di risignificare in quanto atto curativo e rivoluzionario dell’identità. Perfino ora, ad anni di distanza dalla mia tesi, egli torna a parlarmi proprio grazie all’esilio. Sebbene non l’abbia cercato e non vi sia nessun provvedimento legale contro di me, mi è difficile far ritorno al mio paese ed è sconsigliabile viaggiare su mezzi chiusi come autobus affollati o aerei, per cui è come se mi trovassi temporaneamente in esilio. Mi trovo a pensare a questo luogo, che inizialmente consideravo una meta di passaggio, come una possibile nuova casa.

Tutta la costa di Puerto Viejo si imbelletta d’aria iodica al tramonto, che traspira dalle creste delle onde e, in foschie umide e nebulose, lentamente sale a riva disperdendosi tra le file di palme. Con lo stesso ritmo la gente di qui pedala o passeggia, balla, fa tardi la sera, lavora solo se deve, per quanto tempo è necessario. L’economia è fortemente sorretta dalle attività dei gringos ed è questo che vedi appena arrivato, quell’eco del concetto di occidente che sta in piedi proprio come le case sulla spiaggia, fatte di canne e tetti di lamiera, costruite senza pensare alle necessità di un possibile inverno e sempre e comunque bisognose di una guardia notturna.

Vivo in un bungalow riadattato all’interno di un lodge. Ho dai cento ai settecento coinquilini, credo. Non è raro che i signori Scarafaggi passino a visitarmi, magari dopo la doccia, quando l’umidità aumenta, causandomi non poco batticuore. Come tre notti fa. All’inizio mi infastidiva sudare sempre tanto ogni giorno, così da dover bere molto proprio prima di coricarmi la sera e svegliarmi più volte per andare in bagno. Ma ora invece lo faccio apposta, per avere l’occasione di controllare che non ci siano scarrafoni che camminano sopra il mio letto. Su questi muri vivono e lavorano altre rispettabili colonie di formiche, anellidi, gecki (ai quali ben auguro una felice riproduzione e attento operato), ragni, ma sappiamo tutti convivere splendidamente; io mi faccio gli affati miei, loro si fanno i loro, nei loro spazi. Ma con gli shcarrafoidi non è così. Sono come i pirati degli insetti. Alle 23:00, mentre mi trovavo nel pieno di un’emissione di liquidi, un punto nero semovente ha catturato il mio occhio. Ci siamo guardati per lungo tempo, io imprecando, lui muovendo le antenne (ma scommetto con lo stesso proposito). Ho preso la scopa constatando la sua notevole velocità e l’ho messo alla porta, accompagnato fuori e, come solitamente faccio, preso una gran rincorsa per scaraventarlo il più lontano possibile come un giocatore di hockey, vicino alle altre capanne del lodge. In quell’atto di estrema furia lo stecco della scopa si è spezzato, esploso nella mia mano, nel punto in cui avevo concentrato il massimo dell’energia. Avevo visto fare una cosa così solo ai monaci Shao-lin prima di me.

La gente qui è molto generosa. Quando ho iniziato ad andare in giro chiedendo rimasugli o frutta da buttare alle bancarelle mi guardavano in modo strano, con diffidenza, soprattutto perché ero straniero. Forse non quadrava la mia immagine con quella di uno squattrinato; di solito gli stranieri portano soldi, vanno ai ristoranti, comprano. Con il passare del tempo ho approfondito la conoscenza del paese e del tessuto sociale, ho capito dove andare a prendere i cocchi e come lavorarli per ottenere olio di cocco. E se all’inizio dovevo sudare per sperare di ottenere qualche mango mezzo marcio, ora i ragazzi della fruteria mi fermano per strada per avvertirmi che hanno cose da darmi. Però ora è difficile approfondire conoscenze. Si deve stare ad almeno un metro e mezzo di distanza e quando Bryan mi ha chiesto da dove venissi è crollato, ha perso il sorriso e si è allontanato senza che io potessi capire che mi pensasse appena arrivato dall’Italia sconquassata dalle infezioni attuali.

E’ stato un tempo strano per arrivare in Costa Rica, non cercato né troppo voluto, solo venuto. Le reazioni sulle mie braccia mi dicono che c’è un equilibrio, qui, anche per me, per la mia pelle. I turbamenti attorno alla decisione di partire per l’Italia o di rimanere ne accrescono il prurito, ma attraversati anche quelli ecco che l’allarme rientra. Questa terra ha molto da dire.

Linton Bay

D’un tratto Frodo notò un individuo dall’aria strana, segnato dalle intemperie, che sedeva in ombra vicino al muro ascoltando attentamente la loro conversazione. Aveva un grosso boccale di metallo davanti a sé e fumava una pipa dal lungo cannello intagliato stranamente. Teneva le gambe distese e portava degli stivali alti di una pelle morbida e di ottima fattura, ma ormai alquanto logori e ricoperti di fango. Un mantello di pesante panno verde scuro scolorito dal tempo lo avviluppava interamente e, malgrado il calore della stanza, egli portava un cappuccio che gli faceva ombra al volto: ma i suoi occhi che osservavano gli Hobbit brillavano nella mezza oscurità.

Immagino che gli altri avventori del Norita’s mi abbiano visto così, schivo, apatico, taciturno, in quell’ostello di Panama City. Un rigagnolo di sudore risaltava in controluce sul mio polpaccio e la trafficata Calle Arosemana scoppiava dei guaiti di auto ammaccate e camion bronchitici. L’aria si riempiva talvolta del profumo del pollo o dei succhi di frutta preparati dai clienti. Sono sceso definitivamente dalla barca un mese fa, con dispiacere ma anche con un certo senso di sollievo. Ho capito che non sono fatto per la vita semovemente in senso letterale, non oltre un certo periodo almeno.

I primi giorni sono stati duri, ma anche tutti gli altri ora che ci penso. Forse è cambiato il tipo di carico, che inizialmente riguardava il lavoro manuale, principalmente di pulizia e riordino di un vascello di sessantacinque piedi fermo da sei mesi dopo un’infestazione di scarafaggi. Il mio primo strumento è stato un secchiello nero di plastica attaccato a una fune, con il quale prelevavo l’acqua direttamente dal mare calandolo a testa in giù. Le ore sul ponte di coperta passavano veloci ma mi accorgevo della potenza del sole tropicale. Sudavo ogni goccia di liquido avessi in corpo, tutto il giorno tutti i giorni. L’umidità era altissima e le notti in cuccetta morivano tardi, solo quando potevo sentire un po’ di fresco.

Vivere su una barca ormeggiata al largo era bello, ma portava inesorabilmente a valutare tutti i lati pratici di una simile esistenza. Non disponendo per un certo periodo del dinghy, il piccolo gommone a motore con il quale effettuare gli spostamente fino alla terraferma, rimaneva un kayak di plastica a due posti, che diligentemente usavo almeno una volta giorno per raggiungere la doccia dello stabilimento. Anche quel semplice atto quotidiano, all’inizio, aveva rappresentato una seria sfida: il bordo della barca si alzava di circa un metro e trenta dalla superficie dell’acqua la quale, inoltre, per sua natura, era sempre in movimento e quasi sempre mossa per il vento. Portavo con me una sacca impermeabile, talvolta le bottiglie per il riforinimento di acqua potabile e la pagaia. In una mano reggevo la fune e l’appiglio alla barca, con l’altra caricavo le mie cose e poi, con la punta del piede, posizionavo il kayak sotto di me, salendoci in piedi per poi sedermi nello stesso istante. Giorno dopo giorno quell’esercizio era diventato sempre più naturale e ho potuto smettere di vedere la doccia come un appuntamento con l’ansia di ribaltarmi in mare.

Il rapporto con l’acqua salata non è mai stato un problema, anzi. L’intero rapporto che ho con il mare è evoluto. A cominciare dal mio desiderio di scoprire se avrei sofferto il maldimare oppure no. Ero preoccupato perché il mio schema di movimento può prevedere spostamenti via mare talvolta e soffrirne avrebbe voluto dire eliminare questa opzione, che potrebbe essere molto vantaggiosa in termini di risparmio. Ma sono stato felice, invece, di scoprire che il rollio, soprattutto serale, finiva per accompagnarmi al riposo come il dondolio di un’amaca. Purtroppo per i nostri ospiti non è sempre stato così. Alle due di notte il primo e unico giorno di permanenza di una coppia di ragazzi americani, i forti rumori dei suoi spasmi di vomito mi hanno svegliato. Di giorno, seduto dietro al timone, guardavo la prua alzarsi e abbassarsi sopra e sotto l’orizzonte, immaginandomi correre in sconfinati spazi.

Mi sentivo forte e capace di sostenere ogni cosa nei primi giorni. Contento di sudare via il grasso accumulato nei miei molteplici mesi di inverni. Quello che diventava più difficile era il rapporto con R., la capitana. Viveva una situazione pesante legata in primis alla sua barca, che tanto amava e che per anni l’aveva portata in remoti angoli di entrambi gli emisferi ma che, negli utimi mesi, era diventata un peso, tanto da farle ammettere di non voler più vivere sulla barca. Sebbene avessi percepito dall’inizio un’ombra sul nostro luogo, è stato quel momento a far scattare un click dentro di me, incrinando i miei sogni e le mie aspettative, facendomi capire che dovevo lasciare.

La prima sera è stata fatale in questo senso. Seduto lungo la panca di poppa, sotto la cabina del timone, alla mia sinistra il tramonto dai neri profili degli alberi delle barche, alla mia destra la baia aperta sull’oceano e una voce, che veniva proprio dalla barca, e che supplicava di essere aiutata, scrostata, aperta, fatta vivere di nuovo, portata a spezzare le onde. Molti dei cavi in acciaio arrugginivano ma era la catena dell’ancora che cadeva a pezzi, sembrava il lavorio di un prigioniero che millimetro dopo millimetro investisse le ore per fuggire. Nella vita della materia che la componeva, quella voce non smetteva di chiamare e ormai R. era diventata completamente sorda.

Porto con me, vivo più che mai, il debilitante disagio delle notti insonni dei chitras. Sono insetti minuscoli, chiamati sandflies, che succhiano sangue per riprodursi e ai quali ero allergico. Le loro punture iniziavano a prudere il giorno seguente e non smettevano per diversi altri giorni. Dopo due notti senza vento avevo bracci e gambe ricoperti di morsi che, grattando, diventavano aperture di più di mezzo centimetro e coagulavano per tornare a prudere il giorno dopo. Avevo seriamente intenzione di mollare tutto e andarmene. Non potevo sopportare notti simili e il lavoro del giorno sotto il sole. Anche ora se ripenso al perché non me ne sono andato, non lo so.

G. è arrivato a Linton Bay con la sua vecchia barca a vela. Aveva la chiglia dipinta di rosa e un grosso sorrisone sulla prua. Benché non fosse in ottime condizioni lo portava dove voleva, agile e versatile. Lui invece è piemontese e per mare da qualche anno, abbastanza da sentire tanto la mancanza della pizza. Per questa ragione, saputo che sono appassionato di impasti, mi ha chiesto di fargliela. Gli sono stato grato per l’entusiasmo e l’insistenza; ha comprato gli ingredienti e così mi sono recato pagaiando sulla sua barca per preparare l’impasto. Chiunque abbia un minimo di conoscenza può capire che non sia stata la cosa più facile del mondo: la mia bilancia elettronica si rifiutava di funzionare perché percepiva il movimento della barca e non si settava; non avevo modo di pesare farina e acqua quindi ho usato un quantitativo di farina basato sulla dimensione dei sacchetti (farina normale debole da supermercato) e una stima “a occhio” della quantità di acqua attraverso una bottiglia di vino da 750ml. Il tutto alla temperatura ambiente di più trenta gradi. Dopo aver lavorato e accudito la massa per un paio d’ore ho fatto i panetti distribuendoli nella varie pentole che per l’occasione G. aveva messo a disposizione, sigillandoli con buste di plastica. Tornato sulla barca la sera insieme a R. ho infornato nel piccolo forno di bordo un vassoio alla volta e, tutto sommato, il risultato non è stato per niente male. Così, tra una fetta di pizza e una birra, abbiamo parlato tutta la notte, raccontandoci dei viaggi e delle esperienze, andando a fondo nella condivisione dei nostri significati sopra la parola pirateria.

Stevenson contribuì a regalare ai posteri l’idea del pirata con la gamba di legno, la benda sull’occhio e il pappagallo sulla spalla, ma prima di tutto vi è una cultura della pirateria, abbracciata da chi vede quello stile di vita come l’alternativa migliore possibile al sistema. Perché c’è una domanda che anima certi uomini e certe donne, la quale si insinua così profondamente nell’animo da imporre scelte radicali e poco popolari. Spinge la lancetta nostre preferenze verso i confini del benessere, verso la fatica di operare, ma anche verso un’idea di libertà di cui la maggior parte delle persone non riesce a fare conoscenza, per una ragione: perché fa paura. Non un’idea sul futuro lontano, non la sicurezza economica, la necessità di imparare spesso da zero, di accantonare le proprie competenze per dei periodi, indebolire l’idea di casa, non avere la rassicurazione della routine quotidiana, internet, netflix, il divano, da una parte; dipendere da se stessi in mare aperto, scoprirsi forti e indipendenti, staccare la pressione emotiva delle relazioni che non si vogliono, prendere ciò che la natura offre, rubare, chiedere aiuto, fregarsene, sapere di poter morire. Da quando è esistitita la navigazione è esistita la pirateria, in forme più o meno aggressive, ma rimanendo – è questo a far più paura – il luogo fuori dalla mappa del cuore umano.

Tre giorni prima di lasciare la barca avevo passato una giornata su Isla Grande, neanche mezzo miglio nautico a nord di Linton Bay. Avevo camminato per tutto il giorno per tutta la lunghezza dell’Isola, attrezzata ad ospitare turisti soprattutto panamensi. In quei giorni il rapporto tra me e R. si era fatto molto più difficile e quella distanza mi faceva bene, un lungo tempo lontano dagli angusti spazi di coperta, dove non esisteva privacy, nemmeno in bagno. Tutto mi appariva come un crescendo: il nostro reciproco, progressivo allontanamento, la pulizia di interstizi sempre più sporchi usando agenti chimici sempre più forti, come fosse la chimica direttamente a parlare; la mia reazione sulle braccia sempre più acida. Sono stati giorni molto difficili per R., ma anche per me. Ogni prospettiva di navigazione era stata definitivamente annullata e mi rifugiavo nelle pagine di The Adventurer’s Handbook, di Mike Confrey, che mi raccontava delle più grandi spedizioni del XX Secolo ed io ritrovato il grande Ernest Shackleton e altri grandissimi e folli personaggi che per tutta la loro esistenza non hanno fatto altro che “prendere distanza” dal luogo ove erano nati per scoprire ciò che stava fuori dalla mappa, concependo il viaggio come uno sforzo necessario, una “via per” raggiungere la loro parte di vita mancante.

Non avevo nessuna prospettiva per l’indomani, quando mi sarei svegliato al Norita’s di Panama City. Tutto da riorganizzare. Nuove rotte da disegnare. Come ogni buon avventuriero, necessitavo del tempo adeguato a preparare i mezzi e la mente.

Mai più Paperino

Ci sono storie che non tramontano, e così i vecchi post che ne parlano. Soprattutto se i significati si annidano tra l’identità e la pelle. Dal Blog Tra I Rami.

Ho letto e riletto la storia di Zemelo e Castellani, anche con occhi particolarmente lucidi oggi, perché è stupefacente notare che Topolino continua a sfornare perle di questo livello in così poche pagine. Perché non può che essere così quando a leggersi è una storia che parla direttamente al cuore, attraverso quel prodigio narrativo che trasforma l’esperienza fantastica nell’esperienza umana, che intesse il disegno di significati adulti, portando così l’attenzione dalla storia a se stessi.

Paperino si trova per l’ennesima volta sdoppiato tra i suoi impegni personali e la vita da supereroe come Paperinik, quando sente che questo doppio ruolo sta diventando pesante da sostenere, sottraendogli energie vitali e serenità, sia nella vita normale che in quella “super”. E la trama è molto intima: la luce viene gettata sulla dimensione più interiore dell’eroe/papero, perché quello che emerge è un conflitto personale che dimostra come il carattere psicologico del personaggio sia una componente che ne arricchisce le forme. La fortuna dell’ordinario e inaffidabile Paperino però, è quella di poter contare proprio sul suo alter-ego mascherato, il quale restituisce un punto di vista esterno in cui può rispecchiarsi: le voci diventano tutte d’un tratto udibili, le arrabbiature svelano il desiderio di colmare le distanze.

Se per un momento, un giorno qualsiasi, indossassimo anche noi la maschera nera, potremmo vedere i supereroi del mondo che abitiamo: capi che si nascondono dietro cupi mantelli di cinismo mentre guardano Gotham dall’alto di un cornicione; colleghi esausti e consumati come eserciti di soldati, scudo a scudo, lama contro lama, nella battaglia contro il tempo, inginocchiati nel tramonto, pronti a risorgere nell’alba; insegne a perdita d’occhio colorare le città, come vessilli sospinti dal vento, a raccontare storie d’amore e impegno.

“Ehm… spero che non abbiate condotto una doppia vita, fingendovi un cialtrone mentre vi comportavate da gentilpapero!”

recita l’attrice dello spettacolo organizzato dalle Giovani Marmotte, che a pagina 114, in un parallelismo grafico, introduce un ulteriore livello narrativo dandoci una chiave di lettura definitiva: possiamo essere portati a credere che solo i supereroi siano degni di essere amati, arrivando a credere di poterci immaginare unicamente come tali, pensando che solo il nostro avatar rispecchi quanto possiamo essere magnifici. Ma la storia svelerà la verità del protagonista nelle vignette successive, e finalmente senza maschera capirà che è sempre stato un gentilpapero, ma ha sempre creduto di essere un cialtrone.

Paperino non è più soltanto l’alter ego di moltissimi ragazzi, ragazze, uomini e donne, qui diventa anche un personaggio che compie un passo di crescita importante: riesce a riappropriarsi del valore della sua essenza; Paperino è ciò che è, nel male – per come è sempre bistrattato a causa della sua goffaggine – ma soprattutto nel bene – per la sua generosità e purezza d’animo. Come Papernik può avvalersi di un grande arsenale per affrontare i suoi nemici, Paperino trova la sua forza nel modo di essere. La vera rivelazione allora sta nell’accorgersi di come non si è mai visto, sempre poco attento a quanto veramente fosse desiderato da coloro che ama.Forse un supereroe serve solo per raccontarci quanto preziosi siamo tutti noi; forse quello che ognuno desidera è essere il proprio personale supereroe.

Fino a metà della storia mi sono sentito risuonare dentro un “groan…” e certe volte le onomatopee sono le uniche parole in grado di esprimere uno stato d’animo. Ma nel finale è tornato Paperinik, è tornato il supereroe come solo i supereroi sanno fare, comparendo a ricordarci che non è mai scomparso, o meglio, che è sempre esistito.
Non potete dire di aver conosciuto Paperino fino in fondo se non avete letto questa storia. Topolino n° 3218.
Forse poi potrete dire di aver conosciuto meglio anche voi stessi.

Il contendente

Un mese di vita sulla barca aveva fortemente condizionato il mio fisico e, sempre più verso la fine dell’esperienza, anche la mia mente. Spendere la maggior parte del giorno e della notte in quell’ambiente ristretto aveva sortito l’effetto di stroncare la mia preparazione sportiva, facendomi sentire la mancanza delle lunghe camminate e delle corse. Come se non bastasse, mi sono trascinato sin dal primo giorno una tremenda botta, procurata nella violenta e inaspettata collisione del minolo sinistro contro il serramento d’acciaio di uno dei boccaporti. Botta che nel tempo è stata continuamente rinfrescata da successivi e, alle volte, irrisori incidenti. Nei rari momenti in cui uscivo sulla terraferma per correre, smettevo dopo qualche centinaio di metri. Passata qualche settimana avvertivo una esplicita asimmetria nella distribuzione dell’appoggio durante il cammino, dovuta alla compensazione che il mio corpo agiva all’oscuro della mia coscienza, causando dolorose fitte sotto il ginocchio sinistro.

Quasi tre settimane sono passate dal mio arrivo in città e quello che vivevo come tempo incerto e provvisorio di riorganizzazione ha finito per trasformarsi nel più utile e provvidenziale periodo di recupero e allenamento che potessi desiderare. La vicinanza degli ostelli alla bella parte di città chiamata Cinta Costera mi ha incentivato a correre e allenarmi ogni giorno sul lungomare pacifico; le numerose squadre di Ultimate e le frequenti partite improvvisate sono state lo stimolo adeguato a trattare il mio corpo nel modo migliore al fine di recuperare il pieno appoggio di entrambe le gambe, mostrando come la botta si fosse evoluta in una tendinite lungo tutta la parte esterna del piede sinistro, ormai anch’essa pienamente guarita. Ma è stato anche un tempo estremamente prezioso per riprendere a sistemare vecchi appunti e rimettere la testa negli studi che mi sono più cari, riscoprendo un vero gusto per la sveglia mattiniera e il lavoro intellettuale lungo e solitario, pure in mezzo alla confusione. La mia pelle ha apprezzato molto, guarendo le estese crostificazioni delle grattate sulla barca in meno di due giorni, soprattutto dopo aver cambiato ostello, preferendone uno in un quartiere più tranquillo.

Qui alloggiano moltissimi backpackers, giovani e meno giovani, ragazzi e ragazze in dormitori misti, dreadlocks, tatuaggi, vestiti colorati e seni scoperti, non sempre sicure doti culinarie e il piacere di presentarsi. Molti di loro amano prendersi il tempo di registrare episodi della propria vita su un diario, altri guardare puntate di One Piece dal telefono o semplicemente dormire quando più ne hanno voglia. Alcuni li ho visti giocare a ping pong nel salone, ma non ho mai avuto nessun desiderio di mettermi a impugnare una racchetta smangiata nel caldo del piano superiore. Mi limitavo a posare fugacemente lo sguardo sulle braccine di coloro che spingevano la pallina verso l’estremità opposta del tavolo in lenti archi supplicanti, per poi dimenticarmi persino del rumore che facevano, immerso nei miei appunti.

Fino a oggi. Il giorno prima della partenza per il Costa Rica. Ero ormai pronto ad uscire per il mio allenamento quando, rientrando al dormitorio per cambiarmi, ho visto la sagoma di un bambino giocare da solo, colpendo la pallina con la racchetta e correndo a riprenderla. Un’improvvisa fiammata ha risvegliato ogni fibra del mio corpo e sono improvvisamente uscito dal contesto storico. Ho percepito in lui un’aura potentissima, più forte di tutti gli altri giocatori qui in ostello, ed in me una rinata voglia di giocare. Lanciato l’asciugamano, ho raggiunto il piccolo senza neanche cambiarmi le ciabatte.
“Do you wanna play?” gli ho chiesto.
“Yes.” Ed il tic-toc della 38mm in plastica bianca accompagnava già i nostri movimenti. Lente sbracciate a transitare traiettorie incerte. All’inizio sembrava che dovessimo preoccuparci quantomeno di colpire il tavolo piuttosto che definirci abili nella pratica del tabletennis. Le racchette erano leggere e foderate di ciò che rimaneva della gomma: secchi e duri palmi puntinati, dai contorni sciolti, rilvelavano il legno del piatto, inferendo ad ogni colpo uno shock sonoro. Qualsivoglia tentativo di colpire la palla di taglio produceva un effetto appena percepibile, quando non nullo, facilmente neutralizzabile dalla medesima, inerte superficie (non) assorbente della racchetta opposta. Per diversi minuti siamo stati una collezione di impatti, una lista di lanci immolati al dio della sensibilità. Mi sembravano così lontani i giorni di allenamento con Alessandro nei saloni dell’Anspi, dove sconvolgevamo gli arredamenti per garantirci lo spazio attorno al tavolo sufficiente a sferrare colpi da tre, quattro, cinque metri di distanza, disegnando magie discendenti che non avevamo il tempo di apprezzare completamente, concetrati come eravamo a interpretare gli effetti che le nostre Stiga sapevano imprimere alle palline. Non esisteva un rimbalzo lineare nei nostri giochi, solo inconcepibili twist e asimmetriche parabole con le quali volevamo batterci a vicenda. I risultati di queli anni di allenamenti e gare ci resero due tra i migliori giocatori di tutto Povegliano ed io, oggi, ero intenzionato a giocare esprimendo tutta la mia forza, se fosse stato necessario.

Mi concentravo nel tarare il mio braccio sulla potenza adeguata a sfruttare il giro di polso, per torcere i dritti all’interno della superficie del tavolo, oppure accennavo qualche rapido destra-sinistra per saggiare la prontezza di riflessi del giovane padawan panameño. Respingevo anche le palle al volo o quelle finite a rete, mentre notavo che lui fermava quelle non valide e riprendeva con la battuta, come se stessimo giocando una partita ufficiale, ma senza la seccatura dei punti. Così ho iniziato a fare lo stesso. E abbiamo cominciato a spingere e impegnarci pur non avendo un traguardo da raggiungere, era puro gioco. D’improvviso ha fatto scivolare la pallina dalla mano sparando una battuta così bassa e veloce che il mio lento tentativo di risposta si è concluso a rete. Alla rimessa da parte mia, concesso qualche diplomatico scambio, eccolo appropriarsi della posizione spostando il piede sinistro leggermente avanti, per concludere un dritto incrociato che ha segnato la mia metà di tavolo sfuggendo alla presa della racchetta.
“You have some skills” gli ho detto.

Ci divertivamo sinceramente e lui rideva quando non riuscivo a star dietro al suo rovescio, ma anche io ridevo quando lui finiva seduto sul pavimento girato da un colpo in controtempo. A mano a mano che mi scaldavo sentivo la racchetta tornare a far parte del mio braccio, specializzandone la sensibilità e imparando le inclinazioni corrette per aumentare la forza. – E va bene, aumentiamo un po’ il livello. Non ho intenzione di risparmiarmi -. Mentre pensavo ciò focalizzavo ogni energia nella visualizzazione del colpo successivo. La suola della mia ciabatta grattava il granito polveroso alzandosi sotto al tallone mentre distribuivo il peso del mio corpo sulla parte frontale del piede comprimendo le dita, istantaneamente e senza soluzione di continuità; predisponendo la torsione del tronco e la “tsiuuu” frustata con cui ho scaraventato la pallina contro il muro “pac”.

Non avevo ancora il pieno controllo ma le nozioni imparate dalla mia memoria fisica supplivano gli anni di mancato allenamento, riconducendomi a una saggezza motoria sempre più chiara. Assumevo la posizione di fianco per rendere al meglio la potenza esplosiva delle braccia, che deve essere coadiuvata da un veloce gioco di gambe, visti i tempi estremamente ridotti tra uno scambio e l’altro. Settavo le battute sondando l’efficacia delle risposte, trovando il suo punto debole nella risposta di rovescio su colpo lungolinea. Ho iniziato a martellare una battuta dopo l’altra sempre sul suo fianco sinistro, approfittando delle inesperte risposte per scaricare la mia forza in dritti e rovesci a pioggia, con l’obiettivo di minare la sua sicurezza e inferire un gap psicologico. Chiudevo i colpi con crescente percentuale di successo.
“I have some skills too.” gli ho detto. E non stavo usando che il 50% della mia forza.

Il decenne, che forse avrà avuto al massimo undici anni, rimaneva sbalordito da quei veloci ed esplosivi colpi, per cui ha deciso di adattare la strategia impostandola su colpi incrociati a spostarmi. I molti recuperi che risputavo indietro risucchiando la pallina a pochi centimetri da terra suscitavano reale stupore in lui, che non aveva mai visto niente di simile. Nel suo ingenuo modo d’essere però non smetteva di caricare i colpi, facendomi sudare e scalfire il tavolo con la racchetta senza riuscire a salvare nessuna delle sue temibili palle corte. Capivo che la mia strategia psicologica non stava funzionando contro la sua giovane e istintiva intelligenza. Aveva rapidamente trovato un’efficace contromisura ai miei attacchi. Ho deciso allora di usare gli effetti, annullando molti dei suoi colpi d’attacco lisciando le palline come se stessi usando un pelapatate, sfruttando così la sua stessa racchetta per costringerlo a schiacciare ogni risposta a rete o a elevare la traiettoria oltre il limite sicuro del tavolo. Stavo usando una tecnica adatta a sfruttare la sua forza contro di lui. – E ora come la mettiamo? – Ben presto però anche questo è diventato inutile e ho riconosciuto quella che, tra tutte, era la sua skill più temibile:
“You are improving very fast!”
“Yes I can improve fast in the things I do.”
L’ho tenuto a bada utilizzando un’altra delle tecniche oscure: l’anticipazione. Si tratta di prevedere la traiettoria della battuta per rispondere durante il controbalzo, annullando il peso della pallina (per questo è anche chiamata tecnica dell’antimateria) e incrementando così la potenza d’impatto; in questo modo è possibile colpire al doppio della velocità ma usando la metà della forza.

I colpi lo trapassavano senza dargli il tempo di capire da dove arrivassero; era un bombardamento senza alcuna possibile difesa. Le sue armi erano più povere delle mie ma lui continuava a rimanere in piedi. Con ritrovata fede e nuove abilità batteva grandemente, facendo scivolare colpi subdoli appena al di sopra del filo dela rete. Gli scambi si susseguivano con passione. Tra la plastica delle mie ciabatte e la pelle si formava la schiumetta bianca del sudore lavorato; mi tergevo la faccia grondante con la maglia. – Che cosa? – Dall’altra parte del tavolo il bambino non sembrava nemmeno sudato! Che cosa mi sarei dovuto aspettare? Dove conservava una forza così spaventosa? La sua saggezza era già ben oltre il livello che la sua età avrebbe supposto. Il mio arsenale non era ancora completamente vuoto: ho deciso di giocare solo con battute a effetto. Ma i nostri scambi si facevano più lunghi e ben presto mi sono ritrovato a dover sprigionare oltre l’85% della mia forza. Tempo e impegni avevano definitivamente perso ogni valore nel mio pomeriggio. C’eravamo noi, la pallina e quel maledetto tavolo.

Caldo com’ero ho voluto di demarcare una volta per tutte la nostra differenza di livello. Ho deciso di giocare al 100% della mia forza. Le battute diventavano assolutamente imprevedibili; lo costringevo a corse spezzagambe da una parte all’altra del tavolo solo per condannarlo alla frustrazione di osservare la pallina arrendersi al secondo rimbalzo prima che la sua caritatevole racchetta potesse raggiungerla; piede sinistro avanti, destro indietro per accelerare la pallina e schizzarla nell’angolo opposto del tavolo e poi “hop”, veloce torsione e piede destro avanti, braccio raccolto come un’ala d’aquila a distendersi fulmineo, toccando la piccola sfera bianca con una nitro-carezza, un bacio atomico.

Il mio tempo stava volgendo al termine, non potevo mantenere quello stato di potenza per più di un certo tempo. Ero sbalordito dal quel ragazzino che, pur essendosi beccato il sordo “pok!” di uno dei miei colpi più forti sulla clavicola, riusciva ancora a reggersi in piedi, vaneggiando il proposito di imparare a respingere i miei dritti.
“Thank you very much for the game!” gli ho detto stringendogli la mano. “Tu nombre?”
“Stilyian” è quello che ho capito, senza conoscerne il corretto spelling. Ma tutto acquisiva un senso: quel nome suona molto con le parole “still young”, ancora giovane. Ed io che credevo di aver impartito una lezione a questo giovane, puro contenitore di forza, mi sono ritrovato ad apprezzare uno dei regali più preziosi: il privilegio di essere stato parte, per un breve tempo, di quel flow che sgorga direttamente dal cuore dell’esistenza. Sono sicuro che il nostro incontro era scritto tra le pagine della vita.

Report dall’epidermide

Panama, Febbraio 2020.

Questo post è particolarmente dedicato agli atopici del gruppo Dermatite atopica di facebook: in questo momento voglio stringere il focus sull’aspetto più letterale della mia atopia, che riguarda l’osservazione-ricerca continua sugli sviluppi della dermatite atopica sul mio corpo, sottoposto a cambiamenti periodici di dieta, ambiente, stimoli; sempre cercando di racchiduere la narrazione in quella che è la mia storia, al fine di far combaciare le motivazioni che mi spingono a viaggiare e testarmi e le possibili spiegazioni che il mio metodo empirico tenta di dare.

Da Luglio 2019 a Gennaio 2020 ho vissuto in Canada, che presenta condizioni atmosferiche e temperature medie minime estreme rispetto alla media italiana ma, semplificando, diciamo che nei luoghi dove ho vissuto io, nel periodo indicato, la temperatura media era di carattere invernale, con picchi minimi di -10 gradi. Al fine di descrivere l’andamento della mia pelle è importante per me considerare questo aspetto, perché avendo sempre preferito il fresco al caldo, come attitudine personale, ho notato che c’è stata un’inversione di tendenza tra i periodi in cui la dermatite mi dava sollievo da quelli di fase acuta: solo negli ultimi anni infatti, mi sentivo meglio nel periodo invernale, dove anche sudavo di meno, mentre invece per tutta la mia adolescenza era l’estate il momento in cui le mie pieghe recuperavano. Posso dire quindi che non ho mai avuto grossi episodi di prurito durante i mesi in Canada – anche se nelle lunghe giornate di lavoro mi capitava di sudare e tenermi addosso i vestiti (maglie di cotone e felpe di paille) per più giorni – e le mie giunture avevano riacquistato elasticità e morbidezza. Le eccezioni si sono verificate nell’ultimo periodo di lavoro al forno, dove ho subito diversi giorni di forte stress a causa del maldischiena e, a causa di quest’ultimo, avrei voluto andarmene anzitempo senza poterlo fare per rispettare il periodo di preavviso, con conseguente aumento di frustrazione e insofferenza.

Lo stress connesso a quei giorni mi portava a ricercare cibi ricchi di zucchero e grassi, che compensavano l’insoddisfazione di dover rimanere in una situazione quando ormai più nessuna parte di me lo desiderava. Ciò mi ha portato a grattarmi ma mai in modo rimarchevole. Gli ultimi due mesi di permanenza nel paese degli aceri invece, li ho dedicati all’affannosa ricerca di una sponsorship, ossia un lavoro in cui il datore garantisse la mia posizione al governo canadese, requisito necessario al fine di prolungare la permanenza in Canada, concludendo come guadagno solo quello in peso corporeo. Il diciassette Gennaio, scaduti i sei mesi di validità del visto, mi sono spostato a Panama City, dove ho trovato un lavoro come mozzo su una barca a vela, passando da -7 gradi del Canada a +32 appena fuori dallo sportello dell’aereo. Ho iniziato a lavorare alla sistemazione di uno schooner del 1984 e i due più significativi cambiamenti nel mio stile di hanno riguardato l’alimentazione e il livello di sudorazione. Per il gran caldo avevo perso ogni stimolo a mangiare le quantitià e le tipologie di cibo che consumavo in Canada, trovandomi molto meglio a non mangiare per evitare l’asfissiante sensazione di gonfiore e la conseguente ipersudorazione. Mentre proprio la quantità di liquidi che perdevo durante la giornata era enorme: non credo di aver mai sudato così tanto e così a lungo come qui. Inoltre la doccia si trovava nei bagni al porto, mentre noi vivevamo sulla barca, all’ancora nella baia, per cui, dovendo raggiungerla con il kayak, o tornavo e sudavo nuovamente o restavo senza lavarmi per un paio di giorni di fila.

Come se tutto questo non bastasse, con noi viveva Holly, un dolcissimo cagnolino dal pelo lungo. Nella mia storia personale le estati, fino all’età adulta, erano i periodi in cui la dermatite migliorava, mentre negli ultimi anni sembrava che il sudore, maggiore nei mesi più caldi, peggiorasse la situazione. Fino a un anno fa poi, ero allergico al pelo dei cani e le loro leccate mi facevano comparire piccoli bozzi prurigginosi nel giro di qualche minuto. La cosa è cambiata quando ho cambiato le cose e, iniziando a lavorare in fattorie e trasferendomi all’estero circa un anno e mezzo fa, piano piano ho visto diminuire la potenza di fuoco delle mie allergie e delle mie intolleranze. Holly ora mi lecca e non mi lavavo nemmeno più le mani dopo. Provando a riadattare questa specie di immunoterapia ingenua e naif, mi sono detto che avrei dovuto dare una chance ai climi tropicali, applicandomi nell’accettazione e nell’ormai scuola/guida dell’interpretazione della dermatite.

La dermatite atopica, come ogni altra malattia e disturbo, segue leggi naturali fisse e precise: lo sfogo prurigginoso è un sintomo, non è la causa. E diamo per scontato l’assunto che la causa non sia ancora certa, ma deduciamo che i sintomi devono dipendere da qualcosa. Ragione accessoria dei miei viaggi è anche l’indefessa esposizione a un continuo cambiamento, con conseguente monitoraggio delle condizioni nelle quali si manifesta la dermatite atopica, siano esse fisiche, ambientali o psicologiche. Spesso, comunque, tutte e tre assieme.

La mia personale teoria, sulla quale si basano queste ricerche, è la seguente: la dermatite atopica non è un mostro da combattere ma l’indicatore del mio benessere psico-emo-fisico. Così, tanto più mi sento bene fisicamente, rilassato, emotivamente forte, autoconsapevole e padrone delle mie scelte, tanto più la mia pelle rispecchia questo stato. La verità e che nella maggioranza delle occasioni mi è difficile mantenere un buon livello di attenzione alle dinamiche della mia realtà, perché giocano sempre i sentimenti, le relazioni, le aspettative; così è più difficile reagire prontamente cambiando la mia situazione e prendendo scelte che possono modificare le condizioni entro cui sentirmi bene. Quello che si verifica molto spesso è che io sia in ritardo nel comprendere cosa sto vivendo rispetto al tempo in cui il mio corpo manifesta i suoi sintomi verso la situtazione di disagio. In altre parole, il corpo sa sempre e lo comunica.

Oggi, dopo tre settimane di vita in barca a stretto contatto con l’aria e l’acqua salate, con sudore e vestiti non sempre puliti, ambiente di lavoro sporco, uso di diversi agenti chimici e innumerevoli attacchi di “chitras”; soggetto a un’alimentazione sana, ricca di verdure, frutta e pesce ma pasti meno regolari e non sempre abbondanti, le mie braccia sono tornate a prudere e coprirsi delle croste delle arate che do quando mi gratto. Unitamente a questi fattori ambientali, il rapporto con il capitano è stato molto difficile ed è andato deteriorandosi con il tempo e gli spazi ridotti della barca si sono rivelati non congeniali alla mia indole; la progressiva diminuzione di peso è andata di pari passo a un aumento della stanchezza generale, esacerbata dalle notti insonni a causa dei chitras, anche chiamati sandfly, minuscoli insetti voraci di sangue i cui becconi non si fanno sentire se non un giorno dopo.

Quando, come in queste ultime ore di permanenza sulla barca, l’esperienza smette di essere una scoperta, un momento di crescita e condivisione, in sintesi qualcosa che voglio fare, e tutto si trasforma in un conto alla rovescia dove il tempo pare rallentare, l’aria fermarsi e fermentare, la mia pelle bolle. Sembra come chiamarmi perché io possa aprirla e farne uscire lo sfogo che non può più rimanere dentro. Le mie personali conclusioni pertanto, sono: sicuramente posso imparare a vivere in uno stato psico-fisico in cui affrontare i momenti difficili in modo migliore; sicuramente dedicere e mettere mano al mio presente rappresenta la soluzione più immediata, sensata ed efficace al fine di modificare le condizioni che innescano il mio malessere; posso anche aggiungere che un periodo di quasi perenne sudorazione non mi aiuta, sebbene possa sembrare che un ambiente umido serva a mantenere più morbida la pelle. In ogni caso, e questa è la mia osservazione più importante, quando si manifesta un fattore di pericolo (stress, stanchezza, cibo spazzatura) si manifestano anche tutti gli altri. Il termine di paragone avverrà nei prossimo giorni: a parità di condizioni ambientali cambierò luogo e lavoro.

L’istmo

“A donde deberìa ir?”
“A l’Hotel D., por favor. Sabe donde es?”
“Sì, pero no te llevaré allì, es en la zona roja!”
Avrei dovuto passare a Panama City una sola notte, ma poi il mio contatto, la capitana di un brigantino ancorato sulla costa atlantica, ha ritardato la mia partenza a causa delle pessime condizioni meteo degli ultimi giorni. Così, dopo la prima notte, disastrosa, ne ho passate altre due in città, ma in un posto diverso, un ostello nella parte antica, apparentemente l’unica zona veramente sicura.

Appena sceso dall’aereo, dopo sette ore insonni passate di fianco ad un dentista panamense logorroico e capiente, ho sentito le gambe bruciare a contatto con l’aria esterna, mentre fino alla sera prima bruciavano per il freddo dell’inverno canadese.
Il mio hotel si trovava in quella che è considerata una delle zone più pericolose della Città di Panama, non solo dai turisti ma dagli stessi panamensi. Seguendo le indicazioni suggerite dal sito della Farnesina pensavo di aver scelto un alloggio in un quartiere affidabile, compromesso adeguato tra spesa, posizione e sicurezza. A detta dei panamensi, a quanto pareva, no.

La camera 812 era calda; regnava un potente odore di vecchio, legno stantio e umidità di stoffe pesanti. Sudavo rimanendo sdraiato sul letto; abituato al freddo, non pensavo ad altro che alle strade innevate degli ormai lontani quaranta gradi centigradi di differenza. Acceso il condizionatore, l’ho sopportato finché potevo: un vecchio rottame che raggiungeva gli stessi decibel del motore dell’aereo e così, in piena notte, esausto e con un forte mal di testa, l’ho spento. Posso dire di aver riposato solo qualche ora nei tre giorni successivi alla partenza.

Le notti in ostello – più economico, più sicuro e pieno di altri simpatici viaggiatori – sono state riposanti e leggere. Persino di sera era possibile uscire, nella zona del Casco Antiguo, il centro storico, patrimonio UNESCO, nonché quartiere di residenza del Presidente della Repubblica di Panama. Attorno a Casco Antiguo invece, come al di fuori di una bolla, c’è la zona pericolosa. Si tratta di un’area a metà tra la città vecchia e la parte più sviluppata, fatta di grattacieli bianchi e schermi luminosi. Lì vivono, o per meglio dire sopravvivono, “drogatillos, putas, ladrones” e per passare attraverso la quale è meglio prendere un taxi. Ma sempre e solo evitando i taxi abusivi e scegliendo quelli ufficiali e, in questi, stando attenti a vagliare gli autisti che sembrano più affidabili,, controllando le serrature delle portiere e possibilmente tenendo di vista i bagagli.

All’ostello consigliano di attraversare la zona pericolosa in taxi, ed io non è che abbia voluto deliberatamente fottermene di queste sensate precauzioni, ma dovevo fare i conti con un budget che non avrà entrate per un po’ e muovermi abbastanza in fretta da poter procurare le ltime cose necessarie per la vita sulla barca. Perciò ho attraversato a piedi i quartieri del vicinato tutte le volte che ho dovuto. Le strade erano animate dai chioschi di cibo; empanadas e polpette abbandonate al loro destino in vetrine spoglie e polverose; barbieri che tosavano capi come ovini e invitavano a sedersi tra seggiole su pavimenti coperti di un setoso strato nero; vie stracolme di ululanti venditori di frutta e verdura e cose e altre cose. Ho avuto un reale conato di vomito sorpassando l’imbocco di una via dalla quale proveniva un fetore di cane bagnato e fogna. Ma tuttavia scorrevo bene, cercando di capire che impatto potessi avere sulla gente del posto e quando notavo che i camerieri fuori dai ristoranti non mi invitavano allora mi dicevo beh, vuol dire che stai passando come un locale, con le mezze maniche tirate su e quella tua pelle color olivastro naturale. Però poi le persone che incrociavo mi salutavano con “Hi!”, oppure “Bienvenido!” e allora capivo che non solo erano molto cordiali, ma anche che mi sgamavano sin da lontano.

Appena arrivato all’ostello ho guardato M. sedere accanto a una gatta. Le sono andato incontro e l’ho conosciuta, abbiamo passato insieme molto tempo nei successivi due giorni, raccontandoci dei nostri programmi e dei nostri desideri. Non sudare era impossibile e per me era strano girare tutto il giorno con l’ascella pezzata, le mutande ficcate su appiccicate alle chiappe, appoggiare il braccio sul poggiaschiena della panchina accanto ad M. ed annusare l’odore acre che conquistava l’aria tra di noi. L’ho salutata il Lunedì seguente, entrambi iniziavamo non solo una nuova settimana, ma le nostre nuove avventure: lei nella scuola di spagnolo, io il mio lavoro su una barca a vela.

Per spostare i bagagli ho preso un taxi fino all’Albrook Bus Station, dove sarebbe partito un autobus di linea con aria condizionata e nessuno spazio per le gambe fino a Sabanitas, fermata lungo la strada per Colòn, dove ho preso uno dei famosi dragstar bus modello scuolabus ma completamente ridipinto in stile tamarro panamericano e meccanicamente potenziato, sbuffante gas dalle marmitte giganti appese al retro e carico di facce stanche, musica caraibica su imbottiture rosse lucide.

Ultimo taxi per Linton Bay Marina. Per diverso tempo ho pensato fosse l’ultimo in assoluto. Il tassista, un uomo dai baffetti curati ma con qualche pelo ribelle sul gargarozzo e una camicia azzurra, tagliava curve cieche come se stesse portando un passeggino in un parco e le vacche magre dei prati non ci degnavano di uno sguardo. Avevo l’impressione che non avrebbero fatto una piega nemmeno se in quel momento ci fossimo schiantati contro il fianco di una collina. Quattro cowboy sedevano su una panchina a bordo strada mentre i cavalli stavano alla corda immobili, con i fianchi scavati e il labbro inferiore tristemente penzolante. In questa parte del mondo sembra esserci sempre la stessa sfumatura, un che di uso, di regolare e dignitosa sopportazione.

R. si stava facendo la doccia al mio arrivo. Mi hanno accolto J., amico e marinaio tedesco a Linton Bay da due anni, e Holly, il cane di R. Mi hanno accompagnato alla barca con il dinghy di J. e mi sono sistemato. Poco prima della mia prima notte me ne stavo lì sul ponte a fissare la prua dondolare in su e in giù e se fino a un momento prima mi chiedevo se avrei sofferto il mal di mare, se sarei stato all’altezza di quella situazione, come la mia pelle avrebbe reagito a quella vita di sudore, sole e sale, rivolgendo gli occhi al mare, che mi dava l’idea di stare avanzando anche se eravamo all’ancora, tutto si è messo completamente a tacere. In quel silenzio sono arrivate le stelle.

Quando la mia gatta chiude gli occhi

Il linguaggio ha qualcosa di meraviglioso. Il modo per influenzare le azioni e gli stati altrui e quello in cui venire influenzati. Ben prima dello scopo espressivo, che riguarda già un bisogno personale ulteriore, il linguaggio serve a produrre un cambiamento al di fuori di sé, nel tentativo di modificare la propria condizione.

Quello che trovo straordinario è che ci siano forme estremamente diversificate di linguaggio, alcune più semplici e altre più complesse, che nascono e mutano a seconda dal livello di complessità gestibile da un certo tipo di organismo e dalla sua conformazione fisiologica. Parallelamente alla necessità di agire sul mondo attraverso il linguaggio, modelliamo anche la nostra realtà interiore, che a mano a mano cresce e si sviluppa secondo il modo in cui impariamo a parlare a noi stessi.

Ma quello che trovo ancora più straordinario è come un linguaggio diverso dal primo che viene appreso alla nascita possa aggiungere sfumature di significati altrimenti impossibili da notare.

Porterò sempre con me la prima volta in cui sperimentai questa conoscenza, che può fungere da valido esempio. Il professor Armellini, durante una lezione al mio secondo anno di università, ci insegnava quella materia stupenda e magica che porta il nome di Letterature Comparate, ossia un modo creativo e profondo di ritrovare nella ricerca accademica sensi arcani ed evocativi, confrontando due o più opere letterarie appartenenti a letterature, culture, epoche diverse. In una delle prime lezioni ci lesse Baudelaire e si soffermò su uno dei versi d’apertura, ed in questo su due specifiche parole: “La mer”.

In quella poesia dedicata all’uomo e al mare, le lettere di queste due parole devono, per loro intrinseco dovere e ragion d’essere, identificare il soggetto, ossia la titanica mole d’acqua salata che è il mare. Anche non conoscendo il francese, lingua in cui è stata concepita la poesia, avremmo potuto dirci soddisfatti nel leggerla, soprattutto grazie a tutte le numerose traduzioni. Ma poi, attraverso l’espressione delle conoscenze ricercate, acquisite ed elaborate dal lettore delegato – e pertanto interprete, professor Armellini, scoprii che nel senso nascosto di quella poesia, nelle intenzioni di chi ha sapientemente ricamato quella sequenza di lettere, la pronuncia di “la mer” suona come quella di “la mère”, la madre, affidando l’idea del mare all’evocazione della figura materna, stuzzicando ogni altro livello di significato soggettivo.

Mi sentii improvvisamente pesante sulla mia sedia, non appena intesi lo spessore della stratificazione di significati anche lontanamente possibile, la quantità di letterature e linguaggi ed epoche presenti e passati sul nostro pianeta.

Quindi un giorno una gatta venne nel giardino di casa mia e, grazie all’indole della nostra famiglia, che si trovò in accordo con l’indole della gatta, rimase. Iniziai allora a leggere numerosi libri sui gatti, al fine di comprenderne il comportamento in modo accurato e desiderando ardentemente di poter generare una comunicazione precisa e funzionale con la nostra nuova coinquilina. Non solo appresi i significati delle sue azioni, ma ben presto mi intrisi della sua piccola e semplice cultura, la quale nasconde un potere che gli animali hanno su di noi homini (che siamo naturalmente portati ad estendere la visione antropocentrica su tutte le creature) comprensibile se si accetta di avvicinarsi abbastanza alla loro dimensione.

Risultato di questa condivisione culturale è stata la possibilità, per me, di scoprire sfumature di significato, nell’agire di quella gattina, che altrimenti sarebbero rimaste invisibili, o quanto meno non avrebbero prodotto nessuna reazione. Per cui oggi, dopo anni di convivenza, sento il mio spirito sorridere ed un pensiero di calore invadermi, quando la guardo e lei mi guarda, tranquilla, socchiudendo gli occhi a poco a poco, per dirmi che mi vuole bene.

Naufraghi

Ho naufragato nell’esatto momento in cui mi sono affidato alla bussola. Ora sono un naufrago nei primi giorni di Gennaio, che mi sembrano gli ultimi dell’anno. Giorni senza capo ne coda, spesi in balia di decine di e-mail spedite senza vederne tornare nessuna indietro. Messaggi affidati a bottiglie in un mare indefinibile.

Prendo il treno solo per ascoltare la musica. Vado da un capolinea all’altro e poi indietro in un dolce rollio emotivo. Di bianco e di ghiaccio è la città; sono gli ordinati mattoni di cemento, le strade poltigliose. Me ne andrò così dal Canada, senza rumore. I giorni del mio visto lavorativo si scioglieranno come questa neve col sale. Gli ultimi sono stati sicuramente i giorni più bui nell’ultimo anno e mezzo.

Sperso, disperato di fronte all’apertura del mondo. Profondamente disorientato. Accerchiato dall’incommensurabile grandezza del tempo e della vita. Sono stato stanco come se avessi nuotato ogni giorno e non mi fossi mosso di un millimetro. Ho deciso perciò di fermarmi a osservare la corrente, prendere il tempo di godere di ciò che avevo nel mio lasso di sedentarietà temporanea.

Automaticamente, le esperienze narrative di cui facevo esperienza raccontavano degli stessi argomenti del mio sentire interiore, con l’effetto di sortire un piacevole scarico, come quando si condivide un peso. Jungle, la storia vera di tre ragazzi smaniosi di avventura che finiscono dispersi nella foresta amazzonica; Arctic, dove l’unico sopravvissuto ad un disastro aereo deve lottare contro il freddo polare intraprendendo un viaggio a piedi verso la vita; All Is Lost, Robert Redford disperso in mare a migliaia di miglia nell’Oceano Pacifico, da solo; Deliverance, in cui quattro amici partono per una gita in canoa sui monti appalachi e devono vedersela con il fiume e gli inquietanti montanari; Everest, la storica disfatta della disastrosa spedizione verso la vetta più alta del mondo. In sostanza, essi parlano di quando gli uomini attraversano un’esperienza che porta in diretto dialogo con la morte, a volte arrivando a rinunciare completamente ad ogni altro tentativo di perseguimento della vita; di una stanchezza così estrema da mettere in ginocchio anche la più affilata delle menti, producendo l’effetto di uscire dall’abisso, quando questo accade, colmi di una nuova consapevolezza. Tutti i protagonisti hanno una cosa in comune: di fronte alla grandezza del tempo, della natura, arrivavano sempre, immancabilmente alla stessa conclusione.
“I am sorry.”
In ognuna di queste pellicole i protagonisti si pentono, chiedono perdono alle persone che li salvano, alle pagine di un diario, ai compagni di viaggio. Ciò che risulta altrettanto chiaro è come questa richiesta di perdono sia, in realtà, rivolta a loro stessi, a quella parte interiore che hanno ignorato per tutta la vita e che è la sola che può valere la pena di essere riconquistata e vissuta. Grati non per la lezione che hanno avuto, ma per come gli è stata insegnata.
Poi invece c’è la lezione della natura. Il mio maestro ieri è stato il corvo: piume morbide si adagiavano sulla strada mentre il suo becco nero staccava a morsi la carne di un altro uccello morto. Indietreggiava guardingo solamente all’approcciare delle auto, ma poi tornava a divorare. Senza giudizio, senza cattiveria, senza godimento. Nel pieno rispetto della natura, che non è né buona né cattiva ma è legge, e solo gli uomini tendono a distorcerla interpretandola, convinti di poterla evadere. Quando anche la mia pelle non ha mostrato la via, quella scena, nel contrasto del nero sul bianco, dell’inchiosto sulla carta, del vivo sul morto, mi ha riportato dove devo essere, con la mente rivolta verso me stesso.
Mi sono accorto di aver ripreso a muovermi. Benché fossi stanco di nuotare, avevo percorso molte miglia dentro di me. Ho trovato guarigione solamente rimanendo fermo in quell’incertezza che mi frastornava, girando le spalle all’orizzone, stendendomi sulla superficie dell’acqua.

La gang

Uscito dal cinema prendo lo Skytrain. Mi siedo quasi di proposito su uno dei sedili sotto al quale stava un torsolo di mela mezzo marcio. Messo di traverso sul pavimento, in modo al quanto arrogante, dirigeva la scena. Prendeva spazio, prendeva.

Mi sono seduto sorridendo mentre guardavo fuori dal finestrino. Mi ero praticamente già dimenticato del torsolo e del suo grugno. Cambio treno per raggiungere il mio alloggio a Langley e nella nuova carrozza salgo insieme ad altre persone, ma proprio quando mi trovo davanti all’ultimo sedile libero faccio segno a una signora che può sedersi e quella va avanti, ringraziandomi. Vado sciolto, il buon umore trabocca da ogni mio poro. Scendo dal treno, imbocco le scale che percorro con grazia a passi veloci, lancio un pensiero all’uomo sotto la coperta appoggiato al muro e quello che mi passa davanti è proprio il 503, l’autobus che desideravo così ardentemente prendere. Faccio qualche gesto al conducente per chiedere di fermarsi ma quello, al sicuro da dietro il finestrino, agita il dito indice davanti al naso come se da un momento all’altro volesse infilarcelo. Lo vedo che si ferma al semaforo. Cazzo io quello lo prendo, io quello lo fotto! Corro col telefono in mano e la spongy cheesecake modello giapponese nell’altra. L’autobus riparte, si riferma al semaforo della curva dopo, cazzo io quello lo fotto! Ma non so da che parte girerà all’incrocio, ok devo buttarmi, vado a destra. La luce si fa verde e lui gira a destra, è mio! Attraverso di Corsa il parcheggio, passo davanti ai fari di un taxi, supero la siepe e atterro sul marciapiede di fianco all’autobus che mi sculetta via a un metro ancora una volta. Il semaforo successivo è rosso ma subito diventa verde. È perso.

Torno alla stazione battuto ma non sconfitto e mi rimetto in fila. Potrei prendere il 502 che fa la stessa strada fino alla mia fermata. Ma da dove parte? Non da qui in piazza perché non c’è la piazzola, la “rampa di lancio”. Il successivo 503 è fermo a lato della corsia di uscita, come un luccio sul fondo di un fosso: immobile ma sveglio. Mi giro verso la strada, a pochi passi da me sfila il 502 appena partito, sazio di passeggeri stantuffa qualche sgassata per deridermi. E due.

Tiro qualche colpo di tosse per la corsa inaspettata e l’aria fredda. Il nuovo 503 accende i fari nel buio. Mi punta. Si avvicina e da bravo che è si ferma proprio a una yarda dal palo della fermata. Eheh stavolta ti prendo. Il conducente non risponde al mio saluto, ha il dito indice conficcato tra i molari intento a liberarli da qualche graniglia o fibra di carne.

Mi siedo, infilo le cuffie. Si va a casa. Sono quasi felice per questa avventura del tutto personale che mi ha regalato una bella corsa. Mi sono sentito bene. Viaggiamo e mi guardo attorno. Guardo i visi dei passeggeri, le cose muoversi di fuori. Poi sorrido ancora, stavolta perché devo ammetterlo, sono stato sconfitto. Davanti ai miei piedi, con l’aria arrogante e lo sguardo obliquo, stava un torsolo di mela.

Elegia del bastone

Un vecchio coi pantaloni sgualciti pisciava dietro un cassonetto, tra Commercial e East Hastings Street.

Credo che le cose stiano andando di male in peggio. O forse è solo un momento di particolare pessimismo. Ritornare alla città è stato come beccarsi una bastonata. Non sarei mai arrivato a generare un’immagine come questa se non avessi visto con i miei occhi una scena simile: forte, per la violenza della disperazione nei suoi attori e per la squisita aderenza alle forme del mio sentire interiore.

Mentre un volontario spazzino buttava i cartoni di un senzatetto, quest’ultimo lo fissava impietrito mostrandogli il dito medio della mano destra, puntandolo davanti a sé come un’arma. Il tempo di volgere lo sguardo altrove e il giubbotto catarifrangente dello spazzino ha ruotato in un guizzo, seguito dal sordo abbattersi del bastone, usato per raccogliere i rifiuti, sul fianco dell’uomo. Una violenta lite verbale. Il cinese, tra i quaranta e cinquanta, chiedeva ad un suonatore di secchi se avesse visto cosa fosse successo, gli occhi arrossati di lacrime di rabbia e l’aggressore, una bionda barba incolta col giubbotto da volontario, esasperato dal livello di frustrazione urlava le proprie ragioni. Sosteneva di dover eseguire un compito, tutto sommato semplice aggiungo io. Ma East Hastings è questa. Vancouver abbraccia alti standard di lusso e incredibili abissi di povertà allo stesso tempo, in quella che è la città col costo della vita più alto di tutto il Canada. Eppure tantissima gente vuole ancora venire qui e la British Columbia registra il tasso di immigrazione più alto tra tutte le province canadesi.

D. è italiana e vive qui da sette anni. Ha tre lavori: uno solo per pagare le tasse, uno per macchina e secondo appartamento e uno per campare, incluso l’affitto della stanza dove vive attualmente. Ed io non posso che sentirmi combattuto nel provare sia stima, nei suoi confronti per l’impegno e la devozione alla sua causa, sia orrore e assoluta comprensione verso la sua vita, semplicemente negata.

Eccomi qui, con un dito medio alzato di fronte alle ore, ai mesi, agli anni che la mia gentile, dolce e canuta amica D. ha speso e sta spendendo nella sua scelta, e con gli occhi arrossati di lacrime amare e liberanti insieme, per il futuro che da qui a dieci anni le promette il meritato sollievo.