Casa

You know, inizi il soffritto con un cucchiaino di burro, un po’ d’olio pugliese, una cipolla e la lasci fremere in uno sfrigolìo che ha del sensuale, la lasci lì, dolcemente, guardandola trasalire fino all’acme del suo darsi. Sbatti le uova con veemenza, di polso, finemente. Passi alla lama di un raffinato santoku due spicchi d’aglio affusolati come aculei d’istrice; finisci una patata, umida e densa, in cubini adatti alla bocca del colibrì. Preso dall’estasi, che forse è più dissennatezza, forse ancor più incuria, getti alle uova le macerie di gambi d’erba cipollina di – dal punto di vista di quest’ultima – ere passate. Il grana grattuggiato, vestito di plastica senza bavero, senzatetto accoccolato nell’angolo di un frigo; un battaglione di ceci incazzati, tumidi, procellosi, beffeggiati dal miele che coli all’interno dei millesimi catastali di quell’assurda accozzaglia d’inquilini. Mescola cazzo, mescola a frusta e quando fa più male butta il sale, butta il pepe, ma aspetta il momento buono. Aspetta la soddisfazione dell’aglio nell’abbandonare il proprio corpo e farsi odore, etere, riempire la stanza con la sua anima. Rispetta l’abbronzatura della patata che non è più. Fai andare il fuoco, piano piano, senza mai fermarlo. Ora, ora puoi lasciare. Lascia andare il misto a cui hai affidato i preziosi ingredienti perché esso stesso diviene ingrediente. Lascia coagulare. E piano piano arrotola e ripiega il tappeto di conchiglie, la spiaggia di tesori che si forma a poco a poco. Aggiungi ancora e ripiega di nuovo. Ancora. Lascia che la fragile struttura collassi nel suo trionfo di imperfezione. Lascia che con essa collassi ogni giudizio, ogni esposizione.

A. mi ha mandato una foto dei fiori sulle strade di Vancouver ed è così strano cercare di definire la parola casa se si arriva al punto di sentire che la propria casa è così ampia da non poter gestire la distanza tra le pareti. Un cuore diffuso. Una cena casual.

Proprio mentre mi infilavo le scarpe ho notato un piccolo trancio di materiale nero, largo un pollice, col bordo frastagliato, sbucare da sotto il termosifone. A quello due sottili stecchi erano attaccati, protendendosi in lungo, verso il muro, costringendomi ad esporre la testa oltre il comodino: due braccette altrettanto magre e un viso nero, allungato, da Masai. Era una delle statuette di ebano portate dai miei. Ognuna di esse raffigura un’abitante d’Africa, un ritratto tribale, folkloristico.
Canticchiavo “Ebano” dei Modena mentre imustavo i libri e smontavo le mensole di camera mia. Uno strano contorcimento interiore. Guidavo verso la mia nuova casa e ascoltavo la voce di Cisco proprio sulle note di quella canzone. Una canzone che, in secondo piano ma nemmeno tanto, parla di casa. E la luce di quel pomeriggio era di perla, l’aria di metallo. Mi bruciavano gli occhi, d’improvviso, lo sciogliersi del metallo. La sua voce era così morbida. Erano istanti nei quali i contesti combaciavano e le parole, per sempre sacre le parole, erano grimaldelli che scassinavano i miei pensieri lasciandoli a boccheggiare fuori dalla pozza dei significati.

Uscire dalla mia casa nell’aria fresca e trovare là in cielo il Baldo così luminoso e definito da sembrare un taglio di cristallo, un quarzo pregiato voluto dalla mano di un abile artigiano, un’ombra diafana e accesa d’artificio, è un regalo immenso. E’ una Cheope, un Fuji. Forse famoso per le sue geometrie è inestimabile e paterno. E’ lui che, da lontano, senza troppo scomporsi se a fine Aprile s’incanutisce febbrilmente, mi racconta che nessuna storia che parla di casa ha una morale. Nessuna casa ha altri muri se non quelli che esistono dentro di noi.

Report dall’epidermide 2

Della pace con la dermatite.

Italia, Febbraio 2022. A distanza di due anni dal precedente report, riassumo le conclusioni sull’osservazione di me stesso e della mia dermatite sino ad ora.

Sono passati 9 mesi dal mio definitivo rientro in Italia e quasi quattro anni dalla partenza. Sebbene non abbia più effetuato lunghi spostamenti, la mappa sulla mia pelle continua a cambiare. E’ questa infatti che mi tiene in perenne movimento, in perenne ascolto. In qualche modo ho dovuto imparare a utilizzare un compasso interpretativo per connettere certi punti comuni di ambiti molto diversi: cibo, tempo, livello energetico, entusiasmo, luogo, relazioni, desideri.

Con questo secondo report copro un periodo molto lungo, che va da Aprile 2020 ad oggi, per provare a dare una forma e un senso a questa mappa. Pensavo di essere riuscito, fino ai giorni di Panama, a fare definitivamente la pace con la dermatite, di essere riuscito cioè a farmela alleata anziché nemica. Eppure, qualche settimana dopo – circa un mese – spostatomi in Costa Rica eccola ricomparire con disarmante prepotenza. Era un fatto il miglioramento che avevo avuto lasciando la barca di Linton Bay, dove non mi ero trovato affatto bene con la capitana. Lei aveva avuto problemi familiari e l’aria era diventata molto pesante gli ultimi giorni. Volevo ritrovare un po’ di serenità e riposo negli ostelli di Panama City. Per cui il piano progrediva secondo la direzione del mio entusiasmo e tornavo a trovarmi dove volevo essere. Continuavo a programmare progetti futuri mentre i lockdown interessavano le sole Europa e Asia. Mangiavo tutto sommato bene anche se la necessità di risparmiare mi costringeva a raccogliere l’invenduto dai negozi di frutta e verdura. Il clima era sempre molto caldo e umido e per tutto il giorno ero ricoperto da una patina di sudore.

Le cose sono cambiate quando il Covid-19 è diventato una realtà globale. Tutti i paesi hanno ordinato lo stato di emergenza e nessun volo era più disponibile. La mia prospettiva di risalire il continente attraversando gli USA naufragava e ho dovuto prolungare la permanenza in Costa Rica per un altro mese.

Oltre alla sensazione di reclusione che, come tanti in quel periodo, provavo per la prima volta, per la prima volta mi sono anche sentito veramente estraneo al mio paese, in esilio, impossibilitato a tornare. E’ stato lì che, da girovago quale ero, ho iniziato a desiderare di tornare alla mia casa. E più mi sentivo a disagio dove mi trovavo e più il mio corpo iniziava a coprirsi di fastidio. Il sudore non aiutava. Il caldo e i rumori notturni con case di legno e lamiera, senza parlare delle zanzare e degli scarafaggi che mi ritrovavo nel letto, mi rendevano difficile riposare e recuperare la stanchezza. Dopo diversi giorni diventavo più stanco ma non vi facevo più caso.

All’11 Maggio, giorno della mia parenza per l’Italia con un volo speciale organizzato dall’Ambasciata Italiana, avevo le braccia, le ginocchia, le pieghe delle ginocchia, la pancia e le palpebre completamente lichenizzate e ricoperte di croste. Ci sono voluti tutti i quattordici giorni di quarantena per recuperare le forze e almeno due mesi per tornare ad avere una pelle normale.

Nelle settimane successive ho cambiato due lavori e mi sono trasferito in Francia per la stagione invernale fino ad Aprile 2021. Tornato in patria ho cambiato altri due lavori fino a quello attuale. Ognuno di questi è stato in ambito panificazione/pizzeria, portandomi ad aumentare il consumo di carboidrati e ingrassando di sette chili. Nell’ultimo anno pertanto la dermatite si è sempre acutizzata nei periodi di affaticamento (lavoro notturno, poche ore di riposo), di aumento dello stato infiammatorio generale del mio corpo, di forte stress psico-fisico. Mentre ho avuto miglioramento nei periodi di cambio lavoro e di regime alimentare corretto (stilato da una nutrizionista).

Concludendo, posso dire di non aver visto significativi cambiamenti sulla mia pelle semplicemente evitando certi cibi o usando certe creme; non mi ha svoltato la situazione la psicoterapia o la sola meditazione, né la riduzione del carico di lavoro o la frequenza delle serate passate con gli amici. Eppure c’è un fattore che racchiude tutti i precedenti, che influisce e viene a sua volta influenzato da questi fattori e che funziona nel mio caso. Significa che potrebbe non essere così per un’altra persona, ma allo stesso modo è necessario, da parte di chiunque, un lavoro reale di consapevole volontà per comprendere l’esistenza di questo fattore sulla propria vita. Sto parlando della cattività.

L’espressione “cattività” non deve essere equivocata. Si devono invece comprendere quali sono tutte le microarterie che compongono il sistema di questa condizione: mancanza di spazio (fisico, in una relazione, in un lavoro), troppi pensieri (mancanza di spensieratezza), impossibilità di realizzazione personale, voglia di essere altrove, impossibilità di cambiare la propria situazione. Ho avuto ricadute in momenti nei quali le suddette concause (cibo di bassa qualità, fatica, mancanza di riposo, conflitto con le persone, ecc…) mi hanno condotto a non sopportare più di stare in una determinata situazione. Ma soprattutto in momenti nei quali, dentro di me, avevo deciso di voler cambiare aria e non potevo.

Mi sarebbe stato impossibile comprendere questa realtà di me stesso se non avessi deciso di partire e utilizzare quel tempo per monitorare il mio corpo in differenti situazioni. Il mio corpo lancia messaggi e la dermatite è uno di questi. Arrivare a credere ciò ha voluto dire per me fare la pace con la dermatite. Che ho ancora. Ma che esce sempre, fatalità, in quei periodi in cui sono bloccato in una situazione (su una barca senza potermene andare, in lockdown in una paese del Centro America, in una cascina dell’altra Francia lavorando dodici ore al giorno, senza poter cambiare lavoro, senza poter cambiare luogo, volendo essere da un’altra parte) e per bene che io possa mangiare, per creme che possa usare, la dermatite resta finché IO RESTO. Finché io rimango in quella determinata situazione. Ma soprattutto finché subisco la condizione in cui mi trovo.

Lungi da me, arrivati a questo punto, professare tutto questo come una verità assoluta. L’obiettivo è quello di proporre a chi voglia approfondire l’ascolto di se stessi e provare a cambiare qualcosa della propria vita e magari condividerlo. E’ una proposta di confronto, di gioco quasi, che mi entusiasma molto e che sarei estremamente curioso di conoscere. Chiunque abbia voglia di “testarsi” per favore mi scriva, avrò sempre voglia di ascoltare.

Mìmi

Mìmi è il gatto che vive con noi. Sa stare per cinque, sei ore sul letto o sul divano a riposare. Ha imparato che il cibo qui è sicuro ed un riparo anche. Non manifesta particolare preoccupazione verso l’interrogativo del proprio senso nell’esistenza.

Inizia ritualmente a pulirsi una zampa, quindi l’altra; poi una spalla e infine dietro le orecchie spalmando la linguetta rosa sul dorso di una zampa, conferendole così l’uso di una spazzolina. A poco a poco si appollaia, socchiudendo gli occhi nell’assaporare il proprio tepore trasmesso alla coperta. Tutti i gatti infatti, più che ogni altro animale che mi sia capitato di conoscere, si possono qualificare come sommelier del tepore. Veri professionisti nel saggiare i migliori calducci sui migliori tessuti, nelle migliori macchie di luce penetrata dalle finestre o sui migliori cofani delle macchine appena spente. Mìmi in particolare ha la stoffa dell’intenditore, nonché una illustre carriera alle spalle.

Lo step successivo consiste nell’appallottolamento. Come i grandi maestri del cinema espressionista russo e tedesco degli anni ’20 insegnano, il corpo dei soggetti arricchisce la scena e le dona armonia se crea geometrie nelmuoversi e nel fermarsi. Un cerchio. Un tondo. Un punto diventa questo felide, adoperando il capo allo stesso modo di un tuffatore. Una gettata di tempera nera appena spremuta nella penombra. Un punto nel piano infinito dell’Universo. Un assioma.

Stasi. Immobilità cosmica che poi vera assenza di movimento non è, ma solo la tecnica della lentezza, la sapienza della pacatezza. Serve ad ospitare sogni di corse, agganciamenti alle cortecce, passaggi silenziosi. Un punto obscuro che si espande e si contrae come le guance arrossate e sudate di un suonatore di cornamusa, talvolta anche producendo un suono che vagamente ricorda quello dello strumento in questione.

Non ho indizi riguardo alla consapevolezza di Mìmi verso la colonna d’aria che costantemente sovrasta ogni essere vivente, ciò che non propriamente potremmo chiamare il peso dell’universo. Come non ho il benché minimo indizio di cosa frulli nella sua testa quando ci guardiamo negli occhi. Quale interessante e arricchente conoscenza porterebbe interpretare i suoi pensieri. Capita che si giri, direzionando il suo muso ad altra via, ma sicuramente non riuscirò a scoprirlo mentre ciò accade. Mi girerò e lui sarà gia diverso. Lo cercherò e lui avrà già abbandonato il posto che occupava per un altro. E io appoggerò la mano nella piccola conca che ha lasciato sulla coperta per sentire un poco il suo tepore.

Nebbia

Dicono che non si possa amare la nebbia. Fa paura, è pericolosa, non si può amare qualcosa che fa paura. Ed è così, non si ama la nebbia. Come non si ama il luogo in cui si nasce: è qualcosa di diverso, qualcosa che non ha a che fare con le preferenze, lo si ha nel cuore e basta, bello o brutto che sia.

Fa parte della pianura come il granturco, come le zanzare, come il profumo della terra rivoltata d’autunno. La nebbia è un po’ casa mia. Negli anni in cui da bambino migravo nell’adulto, perso lungo la strada, mi sembrava che nella nebbia non dovessi cercare nessuna direzione. Volevo perdere i miei confini come i lampioni perdevano i loro, come gli alberi, come gli edifici eterei. Diventavo veramente invisibile.

Amavo certe sere della Domenica, d’inverno, dove sceglievo le strade a me più lontane nel piccolo paese per camminare, coi pugni in tasca, etereo, nel cuscino di fitta melassa biancastra. Sotto i capelli la mia mente si connetteva, melassa con melassa, densi pensieri nel denso lattiginoso, e subito trovavo sollievo, perché l’indefinibile, ciò che rimaneva del mondo, non era altro che linee affioranti, segmenti, puntini da unire ed era questa dimensione a rassicurarmi. A fronte dello sgomento per cui avrei voluto cadere sulle ginocchia incredulo della smisuratezza delle stelle nelle notti più terse, l’ovatta vaporosa tamponava la follia del mio stupore ingenuo e inarrestabile.

Diventavo movimento; chissà forse nemmeno tanto consapevole, per vagare a quella maniera nella nebbia. La cerco ancora. La trovo ogni tanto. Ha ancora lo stesso effetto su di me.

Scompaio qualche altra volta nel buio e nella melassa.

Quando trovo la nostalgia nel presente la scambio per poesia e la sorseggio come un bicchiere di whiskey pregiato

Ora si tratta di guidare al mattino, prima del sole, a strade libere. Il clima è diverso in quel momento. Una parte di giornata a sé, nascosta dal resto del tempo che tutti conosciamo. I territori del tempo.

Ora si tratta di entrare in laboratorio e caricare sulle spalle materia a venticinque chili alla volta; unirla, riunirla agli elementi e dirigere una trasformazione. Che cosa c’è, in questo, di diverso che in una poesia? Nient’altro che un incantesimo, cuore ricco di petali, l’esatta sequenza, la personalissima combinazione di stringhe che sanno annodare lo stomaco e ne strizzano fuori una o due lacrime. Un dessert al sapor di magone.

Se potessi non lavorare lo farei, ma farei qualcosa sempre e comunque. In tutta onestà riconosco che lavorerei sempre, ma eviterei l’obbligo, la regola. Il fascino sta tutto nella collateralità dell’impiego, in quel piccolo frangente in cui l’impasto arriva a compimento, nella guida nei primi minuti dell’alba.

Il dolore

Ieri guardavo video di Youtube. Le pubblicità che si aprono prima di ogni video sanno essere molto inclementi alle volte. Se improvviso e carico di dolore, un certo contenuto multimediale può colpire allo stomaco in modo fisico, fisiologico. Così, d’improvviso, mi sono ritrovato a sussurrare parole di negazione. Una mano, fatta di paura indefinita e profonda, mi è scesa in gola afferrando la mia anima e le mie budella e ha iniziato a stringere, stringere forte. Ho appoggiato le dita sulle tempie, respirato con affanno per un poco, chiuso l’ad.
Urla lancinanti mi graffiavano i timpani. Urla così terribili da succhiare fuori le lacrime. E le scritte in sovrimpressione: le urla che sentivo erano quelle di esemplari di gufi utilizzati presso la Johns Hopkins University di Baltimora, negli Stati Uniti. I gufi vengono utilizzati per studiare l’Attention Deficiency Disorder (ADD), ossia il Disturbo da Deficit di Attenzione. Vengono utilizzati elettrodi impiantati direttamente nel cranio degli animali, i quali vengono poi bombardati con luci e suoni che provocano dolori così potenti da ucciderli.

Oggi correvo, nel tramonto della stradina bianca tra i campi.

Paysan boulanger

Edwin toglieva i pani dal maestoso forno a legna. Bussava contro la parte inferiore della pagnotta per auscultarne il rimbombo, che doveva risuonare in profondità. Le posava a due a due in panieri di vimini. Io mi chinavo avvicinando l’orecchio per sentirne il flebile ticchettio. Il calore non aveva ancora finito con quella crosta.
– Le chant du pain! – dicevo.
– Oué oué – mi rispondeva Edwin sorridendo.
Il canto del pane. La musica che esce solo quando il pane è cotto alla temperatura appropriata e come risultato di un processo di lavorazione ottimale. Il prodotto è croccante come un tempura perfetto: cede sotto la soffice pressione dei polpastrelli. La fermentazione dona, una volta cotto, un profumo intenso e leggero come la farina molita da Edwin stesso. Un profumo di pane, potrei dire per far capire. Ma come fare per spiegare come fa un profumo a sapere ancora di più di quel profumo?

E se ascolti bene questo è lo stesso rumore che fa il grano nel campo – aveva aggiunto, mentre io immaginavo migliaia di spighe strusciarsi l’una contro l’altra nel vento di un campo dorato. Sapevo del canto del pane, sì, come ogni panettiere dovrebbe sapere, ma solo Edwin, o chi come lui, che coltiva il grano, lo molisce e ne usa la farina per produrre il proprio pane può avere una così profonda e comprensiva coscienza dell’intimo rapporto tra terra e pane.

Il cielo normanno è di nuvole veloci. L’orizzonte, di onde di terra ed erba brulicante. Le pale eoliche sono sparse dappertutto e nel loro silenzioso e perpetuo vorticare hanno finito per essere parte dello straniante paesaggio. Sono passeggiate futuristiche, tra foreste di arti scheletrici ad impatto zero.

Edwin e Manon non mi hanno accolto con molte cerimonie. Lasciato lì si può dire? Non avevo capito che ero già diventato parte di quello strano gruppetto che formiamo quando siamo a tavola. Dopo 1200 chilometri mi sono subito messo al lavoro. Avrei presto decostruito l’idea romantica del fornaio/fattore e di una tranquilla vita in campagna. Mandare avanti una fattoria che è anche mulino, che ha coltivazioni, che vende legumi secchi, che trasforma la farina in pane, in due con una bimba di un anno e mezzo non è cosa semplice. Ma questi tizi hanno scelto una vita così. Perché? Perché lavorare senza orari tutti i giorni, costruire e aggiustare tutto da sé il più possibile, risparmiare su tutte le cose, riusare, sbattersi diremmo noi, perché?

Parlo francese qui senza averlo mai saputo. Apro una dimensione di ascolto totale, imparando parole nuove ogni giorno attraverso i segni e il lavoro. Riduco tutto il resto. Osservo questi due ragazzi, più giovani di me, completarsi a vicenda nelle mansioni, nell’accudire la loro piccola creatura, nell’amarsi intimamente. Il loro amore è qualcosa di così prezioso ed essenziale che non si nota subito. Non si descrive a parole. Non serve sapere una lingua.

Costruisco senza essere un carpentiere. Quello che deve essere fatto si fa. Al massimo dell’impegno, per finire il prima possibile. Mi sono scorticato le mani in diversi punti sbattendo contro gli spigoli per fissare le guarnizioni dei pannelli. Nel vento gelido e sotto la pioggia, nel tiepido soletto marzolino. Non mangio praticamente niente di dolce e durante il pranzo e la cena, quando ci siediamo a tavola e c’è anche Liselle, mi perdo completamente nel suo sorriso e in quegli occhi così blu da far piangere di gratitudine.

Formo il pane solamente ascoltando l’impasto. Esso mi dice quando va bene fermarmi e quando infarinarmi le mani. Porto a termine ogni giornata senza programmare la successiva, né tutte quelle a venire. Ma a poco a poco scopro l’inestimabile: di quando Manon appoggia la testa sulla spalla di Edwin o di quando Liselle pronuncia un po’ il mio nome; del voler parlare di quattrini e ascoltarli dire che quello che fanno, per loro, è abbastanza; nel vedere che la casa e la fattoria sono un gigantesco laboratorio dove tutto è sempre in movimento, in fermentazione.

In questo momento, Edwin e Manon sono le uniche persone che conosco a non avere uno smartphone. Ogni giorno colgo ogni momento possibile per sporgermi di più verso la loro dimensione perché ogni volta che lo faccio trovo gentilezza e pazienza. Ma anche decisione e una capacità di accettazione che sembra incrollabile. Guardare Edwin lavorare sotto la pioggia mi ricorda la fermezza dei cavalli nel prato, che non si scompongono per i fenomeni atmosferici ma li vivono oltre il senso di consapevolezza. Fanno parte della loro vita. E così la vita qui vive se stessa. La pelle che mi indica la via dice il giusto. La terra dice il vero. Il grano, la farina, il pane sanno di verità. Ed ora immaginate le mani di Edwin che pane possono creare.
Ecco, è questo, il profumo che c’è nell’aria.

La strada per Bourg-Saint-Maurice

Dio non tocchi il nostro Sabato. Il lockdown ci fa involontariamente celebrare lo Shabbat quassù. Ci svegliamo prima, raggiungiamo la macchina e partiamo per la valle.

Ci troviamo alla fine della punta di una delle due antenne di una valle fatta a Y. Scorriamo lungo la strada scolpita nel versante, percorriamo la curva della diga che strozza l’Isère.

Di mattina presto scendiamo col riverbero e, se c’è neve, un po’ scivoliamo. Ma la mattina del Sabato è il nostro evento e gli scarichi d’acqua dai canali dei para-valanghe formano statue di ghiaccio che crescono al crescere dell’inverno. Per sempre grati alle reti che reggono le rocce e la neve che vi si deposita, non dimentichiamo nemmeno di rallentare per lasciare che i profili della terra si imprimano nelle nostre retine ogni volta come una prima volta, ogni volta come nuovi paesaggi.

E dopo Sainte Foy Tarentaise ci sembra di fresare la ripidità piallando una cornice. Passata dopo passata, Sabato dopo Sabato, seguendo amabilmente il greto decrescere sotto la schiena curva di aghifoglie. La pressione transita e cresce; l’aria si annuvola a metà quota stemperando tutto ciò che abbiamo visto fino a quel momento, lasciandoci al di sotto del nulla, trasformando il nostro ritorno ad un’ascesa nell’ignoto. I prati di valle appena sopra il paese restano innevati e i tralicci vi si appoggiano come Gerridi, diventando pure belli se fotografati bene, se accusati, in qualche senso, d’essere colpevoli.

Scendere al paese mi fa sentire come il nonno di Heidi. Scendere il tempo necessario a comprare ciò che serve. E poi su di nuovo, un po’ più piano perché la Punto, comunque, in salita, va quanto dice lei e sempre facendolo notare, con quel discreto odore di frizione che accompagna i nostri arrivi e con cui mi chiede “Sono stata brava?”

Poi i giorni come oggi. Anzi, oggi. Non ce ne sono stati altri uguali. Non c’è stato un altro sole caldo come quello odierno. Così sfavillante da trasformare ancora ogni parete, da moltiplicare le dimensioni degli strapiombi manovrando luci e ombre da scenografo. E fermandomi a lato della strada per avere il tempo di guardare, vedere le gelide lame di roccia puntare aguzze i lembi di seta rimasti appesi. Crepe raffinate nelle croste di torte di segale. E se all’andata ci sentivamo forti come regnanti smontando dai nostri palanchi d’altura, al ritorno non facciamo altro che ripiegarci su noi stessi chiedendo alla montagna ancora una volta: “Possiamo salire?”

Lilou

Dopo aver rinfrescato i lieviti questa mattina ho evaso il verbale della riunione condominiale che il mio intestino aveva prodotto dopo mangiato. La colazione prevedeva infatti una bella fetta di pane di segale della Savoia che montava un rimarchevole strato di crema alla zucca e cioccolato. Ieri ho investito un’ora nella preparazione di un dessert utilizzando solamente questi due ingredienti: avrebbe dovuto solidificare grazie a un paio di bustine di agar-agar che ho inserito nel composto, ma evidentemente non sono servite a molto, poiché la pietanza, dopo la notte in frigorifero, aveva ancora la consistenza del verbale suddetto.

“Hello Luca, hello A.! Prevedono due giorni di nevicata pesante, potete venire ad aiutare a spalare stamattina? Alle 10:00 oppure aprés-midi.” Va bene C., veniamo. Tutto pur di fare qualcosa in questo periodo di lockdown. Avevo davvero voglia di mettermi al lavoro, non importava quale fosse.

Benché non avessi molta scelta su quali doposci, pantaloni termici e calze di lana mettere, per la parte superiore ho deciso per termica, maglietta di cotone, paille e spolverino. Qui l’aria è molto secca per cui i -10 del termometro sono davvero come i 2, 3 gradi della Pianura Padana, solo senza gli aghi di umidità che penetrano nelle ossa. Dovevo essere agile e leggero e volevo conservare la giacca asciutta nello zaino insieme al cambio, nel caso in cui ci fossimo fermati per mangiare o per qualsiasi motivo.

Le strade erano cunicoli scavati nella neve. Muretti alti un metro e passa trasformano le auto in Mini 4WD e i quad fanno la felicità dei loro proprietari, che disegnano parentesi nelle curve derapando ai 30 all’ora. I parcheggi e le piazzette ospitavano grossi tumuli bianchi. Aggregazioni glaciali erette dalle ruspe. Cadevano fiocchi grossi e turgidi che alzavano la misura del deposito in pochissimo tempo.

A. è arrivato al ristorante prima di me, ma il grosso era ancora da fare. G. e Lilou lavoravano già da un paio d’ore, uno alla guida del quad cingolato e l’altro dietro la succhianeve. Lasciate che vi parli di questo incredibile mezzo: la succhianeve. Non conosco il suo vero nome e non ho intenzione di andare a cercarlo, ma pensate a una motozappa, che si guida tenendo un manubrio e che grazie a un miracolo ingegneristico progredisce senza gravare sul guidatore azzannando la terra. Immaginate ora di portare la stesso macchinario che sia però sprovvisto di rostro nella parte anteriore, la quale ospita invece un grosso pignone a guida spiralizzata che ha lo scopo di convogliare la neve all’interno della macchina. Qui il potente risucchio si trasforma in ancor più potente schizzo: la neve viene infatti sparata lontano attraverso l’ugello situato alla fine di un lungo tubo ricurvo e regolabile dalla piccola cloche sulla plancia. Si tratta di uno strumento davvero utile da queste parti, perché permette di “trasferire” l’ammasso nevoso che blocca i passaggi da una situazione di in mezzo alle balle a una di poco più in là.

Lilou adoperava la succhianeve mentre G. faceva la spola con il carrello agganciato dietro il quad cingolato. Insieme potevano raccogliere la neve e spararla direttamente sul carrello per scaricarla a una cinquantina di mentri in mezzo allo spiazzo di fronte al ristorante. Io, A., C., A. e successivamente le due bariste e i loro due amici invece ci occupavamo di spalare la neve alla vecchia maniera, con pale e carriole artiche.

Dopo circa un’ora di lavoro sotto la neve battente ero completamente bagnato. Per la neve fuori e per il sudore dentro. Mi sono fermato solo dieci minuti per mangiare il tonno ma poi sono tornato a spalare per mantenermi in temperatura. La miglior resa si aveva dopo aver imparato a valutare quando era meglio usare la pala, quando invece la neve richiedeva di essere caricata sulla carriola o quando si doveva ricorrere alla pala spingi neve senza bisogno di sollevare niente, trasformandosi di fatto in piccole ruspe umane.

Lilou e G. devono aver fatto duecento giri, forse più, a caricare e scaricare neve. In tutto, in 9 persone, abbiamo svuotato il cortile del ristorante in sette ore, con pochissime pause individuali. Lentamente sentivo le braccia indolenzirsi, le gambe farsi pesanti. Avevo i vestiti completamente bagnati ma riuscivo a mantenermi in temperatura muovendomi molto. Le palpebre diventavano pesanti e in qualche momento di sosta sbadigliavo. La svolta è venuta dopo la seconda ora, quando C. ha messo la musica. L’impianto del ristorante era anche l’unico che funzionasse in quel momento in tutta la valle. Sapete com’è quando beccate una canzone che non conoscete ma spacca, che il volume è abbastanza alto da cancellare i pensieri che avete e sentite solo il cuore battere allo stesso ritmo! Lavoravamo più forte, o almeno lavoravamo pensando meno a quanta fatica e a quanto tempo ancora mancasse per finire.

Le playlist del ristorante non erano niente male e si lavorava bene a suon di pop anni ’90 e hip-hop. I ragazzi si erano dedicati al soppalco, dal quale gettavano la neve che noi trasportavamo al centro del cortile, così da permettere a Lilou e G. di continuare la loro maratona svuotatoria. Nel rovesciare la neve spesso usavo la tecnica del “rinculo”: portavo la carriola nella zona preposta e con uno scatto tiravo indietro l’attrezzo lasciando che la neve scivolasse fuori. Una frustata. Questo a volte era preferibile al lento e faticoso rovesciamento, ma comportava ulteriore stress muscolare e, spesso, la caduta del risvolto del berretto, che finiva per togliermi metà visuale. La carriola artica consente anche di grattare il fondo per raccogliere la neve, un altro lavoro che richiede pazienza ma soprattutto forti spinte e resistenza.

Ormai anche la musica poteva fare ben poco. Andavamo avanti per inerzia e persino la succhianeve richiedeva nuova benzina. C. a quel punto è sgattaiolato in regia e ha cambiato musica. A quel volume ora potevano sentirci dal centro di Tignes perché tutti cantavamo l’intro di Thunderstruck degli AC/DC. Non potevo trattenermi e cantavo anch’io. La musica copriva il motore dei mezzi e i ragazzi ballavano sul soppalco. L’aria era frizzante e carica di vibrazioni eletriche come nei grandi party che il ristorante ospitava prima del lockdown. Cos’era adesso una pala di neve? Via una, via due, via dieci, via cento! Il cortile si svuotava sempre più velocemente. Se mi avessero chiesto perché sorridevo avrei risposto che è così che immagino un luogo di lavoro, come una famiglia, dove si fa quello che serve e alla fine si finisce sempre per farlo insieme e farlo con piacere, anche se costa molta fatica.

Thunderstruck è una canzone che sembra nata per dare carica, preparare alla battaglia, incoraggiare il cuore dei temerari. E’ praticamente impossibile restare fermi sentendola. Avvertivo grande dentro di me la voglia di tornare ai concerti dei miei gruppi preferiti. L’unico che sembrava non concendersi all’estasi della musica era Lilou. Guidava la succhianeve sparando il getto bianco nel didietro del quad. Però aspetta, gli passavo di fianco ma sì, notavo qualcosa. Anche lui infatti sembrava aver subìto un flebile cambiamento posturale, qualcosa che si notava più con gli organi della percezione che non con gli occhi. Era over-concentrato nel succhiare neve e non distoglieva lo sguardo dal suo orizzonte. Sì sono sicuro! Quella musica spaventosamente energetica gli era entrata in circolo, penetrata per endovena ed ora era eccitato, galvanizzato, ma sempre composto nel suo operare. Lo shock della chitarra di Angus Young e la voce di Brian Johnson graffiavano le guance della Grande Motte nella bufera di neve che non concedeva requie e le braccia erano scosse dal tremore della succhianeve là, persi nel bianco alpino a 2100 metri di quota, eppure ballando, ridendo, spalando, piccoli e indaffarati a spostare la neve da qui a lì, bagnati come capitani di peschereggi dalla faccia blu persi nella tempesta… e Lilou. Lilou era l’occhio della tempesta.

Tuktu

Vivendo tra i monti ho preso definitivamente la piega di vivere in modo spartano. Una volta arrivato tra i Pirenei spendevo molto del mio tempo a documentarmi sulla vita degli esploratori all’epoca della Corsa all’Oro. Leggevo molto Jack London e finivo per inebetirmi guardando i video di gente che si costruiva la propria log-house nei boschi canadesi. Anche se la costruzione di una casa in legno per me rimane ancora un progetto astratto, avevo iniziato, probabilmente per osmosi, a prediligere la decrescita e l’essenzialità.

Ora qui, di nuovo tra le montagne francesi ma a ben altra altitudine, ho smesso di chiedermi perché non dovessi fare un igloo e ho cominciato la preparazione. Ho già realizzato due igloo in passato, si tratta di attività che considero tra le mie preferite in tempo di neve. Così questa volta, documentandomi sugli igloo, è capitato di approfondire la vita degli Inuit. Su YT è possibile trovare tutti e 13 i filmati di un documentario chiamato Tuktu (pronuncia ˈtʌkˌtu:), realizzato negli anni ’60. La particolarità degli Inuit, a parte i luoghi comuni, è che sono stati una popolazione che ha avuto contatti con l’uomo “occidentale” solamente verso la fine del IX Secolo. Questo ha fatto sì che documenti come quello in questione siano estremamente genuini riguardo al modo di vivere di queste persone.

I contenuti di questi video non sono reti emotive costruite per accalappiare spettatori, non sono miracoli di montaggio. Talvolta sono sequenze grezze che non chiedono nemmeno allo spettatore di aspettare. Se si guardano questi video fino in fondo è perché ci si scopre ad amare ciò che si vede o probabilmente perché riconosciamo un modo di essere umani che non ricordiamo ma che abbiamo sempre saputo.

Jon C. Stott ci dice qual è l’esatto effetto che abbiamo guardandolo:
“Più importante, forse, acquisiamo un senso della terra, dura ma comunque incantevole, nella quale hanno vissuto, e delle abitudini sociali e religiose che hanno costituito le loro vite, così difficili e così rischiose alle volte, eppure sempre piene e gioiose.”

Tuktu- 1- His Nice New Clothes (making clothes from animal skins)