Il dolore

Ieri guardavo video di Youtube. Le pubblicità che si aprono prima di ogni video sanno essere molto inclementi alle volte. Se improvviso e carico di dolore, un certo contenuto multimediale può colpire allo stomaco in modo fisico, fisiologico. Così, d’improvviso, mi sono ritrovato a sussurrare parole di negazione. Una mano, fatta di paura indefinita e profonda, mi è scesa in gola afferrando la mia anima e le mie budella e ha iniziato a stringere, stringere forte. Ho appoggiato le dita sulle tempie, respirato con affanno per un poco, chiuso l’ad.
Urla lancinanti mi graffiavano i timpani. Urla così terribili da succhiare fuori le lacrime. E le scritte in sovrimpressione: le urla che sentivo erano quelle di esemplari di gufi utilizzati presso la Johns Hopkins University di Baltimora, negli Stati Uniti. I gufi vengono utilizzati per studiare l’Attention Deficiency Disorder (ADD), ossia il Disturbo da Deficit di Attenzione. Vengono utilizzati elettrodi impiantati direttamente nel cranio degli animali, i quali vengono poi bombardati con luci e suoni che provocano dolori così potenti da ucciderli.

Oggi correvo, nel tramonto della stradina bianca tra i campi.

Paysan boulanger

Edwin toglieva i pani dal maestoso forno a legna. Bussava contro la parte inferiore della pagnotta per auscultarne il rimbombo, che doveva risuonare in profondità. Le posava a due a due in panieri di vimini. Io mi chinavo avvicinando l’orecchio per sentirne il flebile ticchettio. Il calore non aveva ancora finito con quella crosta.
– Le chant du pain! – dicevo.
– Oué oué – mi rispondeva Edwin sorridendo.
Il canto del pane. La musica che esce solo quando il pane è cotto alla temperatura appropriata e come risultato di un processo di lavorazione ottimale. Il prodotto è croccante come un tempura perfetto: cede sotto la soffice pressione dei polpastrelli. La fermentazione dona, una volta cotto, un profumo intenso e leggero come la farina molita da Edwin stesso. Un profumo di pane, potrei dire per far capire. Ma come fare per spiegare come fa un profumo a sapere ancora di più di quel profumo?

E se ascolti bene questo è lo stesso rumore che fa il grano nel campo – aveva aggiunto, mentre io immaginavo migliaia di spighe strusciarsi l’una contro l’altra nel vento di un campo dorato. Sapevo del canto del pane, sì, come ogni panettiere dovrebbe sapere, ma solo Edwin, o chi come lui, che coltiva il grano, lo molisce e ne usa la farina per produrre il proprio pane può avere una così profonda e comprensiva coscienza dell’intimo rapporto tra terra e pane.

Il cielo normanno è di nuvole veloci. L’orizzonte, di onde di terra ed erba brulicante. Le pale eoliche sono sparse dappertutto e nel loro silenzioso e perpetuo vorticare hanno finito per essere parte dello straniante paesaggio. Sono passeggiate futuristiche, tra foreste di arti scheletrici ad impatto zero.

Edwin e Manon non mi hanno accolto con molte cerimonie. Lasciato lì si può dire? Non avevo capito che ero già diventato parte di quello strano gruppetto che formiamo quando siamo a tavola. Dopo 1200 chilometri mi sono subito messo al lavoro. Avrei presto decostruito l’idea romantica del fornaio/fattore e di una tranquilla vita in campagna. Mandare avanti una fattoria che è anche mulino, che ha coltivazioni, che vende legumi secchi, che trasforma la farina in pane, in due con una bimba di un anno e mezzo non è cosa semplice. Ma questi tizi hanno scelto una vita così. Perché? Perché lavorare senza orari tutti i giorni, costruire e aggiustare tutto da sé il più possibile, risparmiare su tutte le cose, riusare, sbattersi diremmo noi, perché?

Parlo francese qui senza averlo mai saputo. Apro una dimensione di ascolto totale, imparando parole nuove ogni giorno attraverso i segni e il lavoro. Riduco tutto il resto. Osservo questi due ragazzi, più giovani di me, completarsi a vicenda nelle mansioni, nell’accudire la loro piccola creatura, nell’amarsi intimamente. Il loro amore è qualcosa di così prezioso ed essenziale che non si nota subito. Non si descrive a parole. Non serve sapere una lingua.

Costruisco senza essere un carpentiere. Quello che deve essere fatto si fa. Al massimo dell’impegno, per finire il prima possibile. Mi sono scorticato le mani in diversi punti sbattendo contro gli spigoli per fissare le guarnizioni dei pannelli. Nel vento gelido e sotto la pioggia, nel tiepido soletto marzolino. Non mangio praticamente niente di dolce e durante il pranzo e la cena, quando ci siediamo a tavola e c’è anche Liselle, mi perdo completamente nel suo sorriso e in quegli occhi così blu da far piangere di gratitudine.

Formo il pane solamente ascoltando l’impasto. Esso mi dice quando va bene fermarmi e quando infarinarmi le mani. Porto a termine ogni giornata senza programmare la successiva, né tutte quelle a venire. Ma a poco a poco scopro l’inestimabile: di quando Manon appoggia la testa sulla spalla di Edwin o di quando Liselle pronuncia un po’ il mio nome; del voler parlare di quattrini e ascoltarli dire che quello che fanno, per loro, è abbastanza; nel vedere che la casa e la fattoria sono un gigantesco laboratorio dove tutto è sempre in movimento, in fermentazione.

In questo momento, Edwin e Manon sono le uniche persone che conosco a non avere uno smartphone. Ogni giorno colgo ogni momento possibile per sporgermi di più verso la loro dimensione perché ogni volta che lo faccio trovo gentilezza e pazienza. Ma anche decisione e una capacità di accettazione che sembra incrollabile. Guardare Edwin lavorare sotto la pioggia mi ricorda la fermezza dei cavalli nel prato, che non si scompongono per i fenomeni atmosferici ma li vivono oltre il senso di consapevolezza. Fanno parte della loro vita. E così la vita qui vive se stessa. La pelle che mi indica la via dice il giusto. La terra dice il vero. Il grano, la farina, il pane sanno di verità. Ed ora immaginate le mani di Edwin che pane possono creare.
Ecco, è questo, il profumo che c’è nell’aria.

La strada per Bourg-Saint-Maurice

Dio non tocchi il nostro Sabato. Il lockdown ci fa involontariamente celebrare lo Shabbat quassù. Ci svegliamo prima, raggiungiamo la macchina e partiamo per la valle.

Ci troviamo alla fine della punta di una delle due antenne di una valle fatta a Y. Scorriamo lungo la strada scolpita nel versante, percorriamo la curva della diga che strozza l’Isère.

Di mattina presto scendiamo col riverbero e, se c’è neve, un po’ scivoliamo. Ma la mattina del Sabato è il nostro evento e gli scarichi d’acqua dai canali dei para-valanghe formano statue di ghiaccio che crescono al crescere dell’inverno. Per sempre grati alle reti che reggono le rocce e la neve che vi si deposita, non dimentichiamo nemmeno di rallentare per lasciare che i profili della terra si imprimano nelle nostre retine ogni volta come una prima volta, ogni volta come nuovi paesaggi.

E dopo Sainte Foy Tarentaise ci sembra di fresare la ripidità piallando una cornice. Passata dopo passata, Sabato dopo Sabato, seguendo amabilmente il greto decrescere sotto la schiena curva di aghifoglie. La pressione transita e cresce; l’aria si annuvola a metà quota stemperando tutto ciò che abbiamo visto fino a quel momento, lasciandoci al di sotto del nulla, trasformando il nostro ritorno ad un’ascesa nell’ignoto. I prati di valle appena sopra il paese restano innevati e i tralicci vi si appoggiano come Gerridi, diventando pure belli se fotografati bene, se accusati, in qualche senso, d’essere colpevoli.

Scendere al paese mi fa sentire come il nonno di Heidi. Scendere il tempo necessario a comprare ciò che serve. E poi su di nuovo, un po’ più piano perché la Punto, comunque, in salita, va quanto dice lei e sempre facendolo notare, con quel discreto odore di frizione che accompagna i nostri arrivi e con cui mi chiede “Sono stata brava?”

Poi i giorni come oggi. Anzi, oggi. Non ce ne sono stati altri uguali. Non c’è stato un altro sole caldo come quello odierno. Così sfavillante da trasformare ancora ogni parete, da moltiplicare le dimensioni degli strapiombi manovrando luci e ombre da scenografo. E fermandomi a lato della strada per avere il tempo di guardare, vedere le gelide lame di roccia puntare aguzze i lembi di seta rimasti appesi. Crepe raffinate nelle croste di torte di segale. E se all’andata ci sentivamo forti come regnanti smontando dai nostri palanchi d’altura, al ritorno non facciamo altro che ripiegarci su noi stessi chiedendo alla montagna ancora una volta: “Possiamo salire?”

Lilou

Dopo aver rinfrescato i lieviti questa mattina ho evaso il verbale della riunione condominiale che il mio intestino aveva prodotto dopo mangiato. La colazione prevedeva infatti una bella fetta di pane di segale della Savoia che montava un rimarchevole strato di crema alla zucca e cioccolato. Ieri ho investito un’ora nella preparazione di un dessert utilizzando solamente questi due ingredienti: avrebbe dovuto solidificare grazie a un paio di bustine di agar-agar che ho inserito nel composto, ma evidentemente non sono servite a molto, poiché la pietanza, dopo la notte in frigorifero, aveva ancora la consistenza del verbale suddetto.

“Hello Luca, hello A.! Prevedono due giorni di nevicata pesante, potete venire ad aiutare a spalare stamattina? Alle 10:00 oppure aprés-midi.” Va bene C., veniamo. Tutto pur di fare qualcosa in questo periodo di lockdown. Avevo davvero voglia di mettermi al lavoro, non importava quale fosse.

Benché non avessi molta scelta su quali doposci, pantaloni termici e calze di lana mettere, per la parte superiore ho deciso per termica, maglietta di cotone, paille e spolverino. Qui l’aria è molto secca per cui i -10 del termometro sono davvero come i 2, 3 gradi della Pianura Padana, solo senza gli aghi di umidità che penetrano nelle ossa. Dovevo essere agile e leggero e volevo conservare la giacca asciutta nello zaino insieme al cambio, nel caso in cui ci fossimo fermati per mangiare o per qualsiasi motivo.

Le strade erano cunicoli scavati nella neve. Muretti alti un metro e passa trasformano le auto in Mini 4WD e i quad qui fanno la felicità dei loro proprietari, che disegnano parentesi nelle curve derapando ai 30 all’ora. I parcheggi e le piazzette ospitavano grossi tumuli bianchi. Aggregazioni glaciali erette dalle ruspe. Cadevano fiocchi grossi e turgidi che alzavano la misura del deposito in pochissimo tempo.

A. è arrivato al ristorante prima di me, ma il grosso era ancora da fare. G. e Lilou lavoravano già da un paio d’ore, uno alla guida del quad cingolato e l’altro dietro la succhianeve. Lasciate che vi parli di questo incredibile mezzo: la succhianeve. Non conosco il suo vero nome e non ho intenzione di andare a cercarlo, ma pensate a una motozappa, che si guida tenendo un manubrio e che grazie a un miracolo ingegneristico progredisce senza gravare sul guidatore azzannando la terra. Immaginate ora di portare la stesso macchinario che sia però sprovvisto di rostro nella parte anteriore, la quale ospita invece un grosso pignone a guida spiralizzata che ha lo scopo di convogliare la neve all’interno della macchina. Qui il potente risucchio si trasforma in ancor più potente schizzo: la neve viene infatti sparata lontano attraverso l’ugello situato alla fine di un lungo tubo ricurvo e regolabile dalla piccola cloche sulla plancia di controllo. Si tratta di uno strumento davvero utile da queste parti, perché permette di “trasferire” l’ammasso nevoso che blocca i passaggi da una situazione di in mezzo alle balle a una di poco più in là.

Lilou adoperava il succhianeve mentre G. faceva la spola con il carrello agganciato dietro il quad cingolato. Insieme potevano raccogliere la neve e spararla direttamente sul carrello per scaricarla a una cinquantina di mentri in mezzo allo spiazzo di fronte al ristorante. Io, A., C., A. e successivamente le due bariste e i loro due amici invece ci occupavamo di spalare la neve alla vecchia maniera, con pale e carriole artiche.

Dopo circa un’ora di lavoro sotto la neve battente ero completamente bagnato. Per la neve fuori e per il sudore dentro. Mi sono fermato solo dieci minuti per mangiare il tonno ma poi sono tornato a spalare per mantenermi in temperatura. La miglior resa veniva assolutamente dopo aver imparato a valutare quando era meglio usare la pala, quando invece la neve richiedeva di essere caricata sulla carriola o quando si doveva ricorrere alla pala spingi neve senza bisogno di sollevare niente, trasformandosi di fatto in piccole ruspe umane.

Lilou e G. devono aver fatto duecento giri, forse più, a caricare e scaricare neve. In tutto, in 9 persone, abbiamo svuotato il cortile del ristorante in sette ore, con pochissime pause individuali. Lentamente sentivo le braccia indolenzirsi, le gambe farsi pesanti. Avevo i vestiti completamente bagnati ma riuscivo a mantenermi in temperatura muovendomi molto. Le palpebre diventavano pesanti e in qualche momento di sosta sbadigliavo. La svolta è venuta dopo la seconda ora, quando C. ha messo la musica. L’impianto del ristorante era anche l’unico che funzionasse in quel momento in tutta la valle. Sapete com’è quando beccate una canzone che non conoscete ma spacca, che il volume è abbastanza alto da cancellare i pensieri che avete e sentite solo il cuore battere allo stesso ritmo! Lavoravamo più forte, o almeno lavoravamo pensando meno a quanta fatica e a quanto tempo ancora mancasse per finire.

Le playlist del ristorante non erano niente male e si lavorava bene a suon di pop anni ’90 e hip-hop. I ragazzi si erano dedicati al soppalco, dal quale gettavano la neve che noi trasportavamo al centro del cortile, così da permettere a Lilou e G. di continuare la loro maratona svuotatoria. Nel rovesciare la neve spesso usavo la tecnica del “rinculo”: portavo la carriola nella zona preposta e con uno scatto tiravo indietro l’attrezzo lasciando che la neve scivolasse fuori. Una frustata. Questo a volte era preferibile al lento e faticoso rovesciamento, ma comportava ulteriore stress muscolare e, spesso, la caduta del risvolto del berretto, che finiva per togliermi metà visuale. La carriola artica consente anche di grattare il fondo per raccogliere la neve, un altro lavoro che richiede pazienza ma soprattutto forti spinte e resistenza.

Ormai anche la musica poteva fare ben poco. Andavamo avanti per inerzia e persino la succhianeve richiedeva nuova benzina. C. a quel punto è sgattaiolato in regia e ha cambiato musica. A quel volume ora potevano sentirci dal centro di Tignes perché tutti cantavamo l’intro di Thunderstruck degli AC/DC. Non potevo trattenermi e cantavo anch’i. La musica copriva il motore dei mezzi e i ragazzi ballavano sul soppalco. L’aria era frizzante e carica di vibrazioni eletriche come nei grandi party che il ristorante ospitava prima del lockdown. Cos’era adesso una pala di neve? Via una, via due, via dieci, via cento! Il cortile si svuotava sempre più velocemente. Se mi avessero chiesto perché sorridevo avrei risposto che è così che immagino un luogo di lavoro, quasi come una famiglia, dove si fa quello che serve e alla fine si finisce sempre per farlo insieme e farlo con piacere, anche se costa molta fatica.

Thunderstruck è una canzone che sembra nata per dare carica, preparare alla battaglia, incoraggiare il cuore dei temerari. E’ praticamente impossibile restare fermi sentendola. Avvertivo grande dentro di me la voglia di tornare ai concerti dei miei gruppi preferiti. L’unico che sembrava non concendersi all’estasi della musica era Lilou. Che guidava la succhianeve sparando il getto bianco nel didietro del quad. Però aspetta, gli passavo di fianco ma sì, notavo qualcosa. Anche lui infatti sembrava aver subìto un flebile cambiamento posturale, qualcosa che si nota più con gli organi della percezione che non con gli occhi. Era over-concentrato nel succhiare neve e non distoglieva lo sguardo dal suo orizzonte. Sì sono sicuro! Quella musica spaventosamente energetica gli era entrata in circolo, penetrata per endovena ed ora era eccitato, galvanizzato, ma sempre composto nel suo operare. Lo shock della chitarra di Angus Young e la voce di Brian Johnson graffiavano le guance della Grande Motte nella bufera di neve che non concedeva requie e le braccia erano scosse dal tremore della succhianeve là, persi nel bianco alpino a 2100 metri di quota, eppure ballando, ridendo, spalando, piccoli indaffarati a spostare la neve da qui a lì, bagnati come capitani di peschereggi dalla faccia blu persi nella tempesta… e Lilou. Lilou era l’occhio della tempesta.

Tuktu

Vivendo tra i monti ho preso definitivamente la piega di vivere in modo spartano. Una volta arrivato tra i Pirenei spendevo molto del mio tempo a documentarmi sulla vita degli esploratori all’epoca della Corsa all’Oro. Leggevo molto Jack London e finivo per inebetirmi guardando i video di gente che si costruiva la propria log-house nei boschi canadesi. Anche se la costruzione di una casa in legno per me rimane ancora un progetto astratto, avevo iniziato, probabilmente per osmosi, a prediligere la decrescita e l’essenzialità.

Ora qui, di nuovo tra le montagne francesi ma a ben altra altitudine, ho smesso di chiedermi perché non dovessi fare un igloo e ho cominciato la preparazione. Ho già realizzato due igloo in passato, si tratta di attività che considero tra le mie preferite in tempo di neve. Così questa volta, documentandomi sugli igloo, è capitato di approfondire la vita degli Inuit. Su YT è possibile trovare tutti e 13 i filmati di un documentario chiamato Tuktu (pronuncia ˈtʌkˌtu:), realizzato negli anni ’60. La particolarità degli Inuit, a parte i luoghi comuni, è che sono stati una popolazione che ha avuto contatti con l’uomo “occidentale” solamente verso la fine del IX Secolo. Questo ha fatto sì che documenti come quello in questione siano estremamente genuini riguardo al modo di vivere di queste persone.

I contenuti di questi video non sono reti emotive costruite per accalappiare spettatori, non sono miracoli di montaggio. Talvolta sono sequenze grezze che non chiedono nemmeno allo spettatore di aspettare. Se si guardano questi video fino in fondo è perché ci si scopre ad amare ciò che si vede o probabilmente perché riconosciamo un modo di essere umani che non ricordiamo ma che abbiamo sempre saputo.

Jon C. Stott ci dice qual è l’esatto effetto che abbiamo guardandolo:
“Più importante, forse, acquisiamo un senso della terra, dura ma comunque incantevole, nella quale hanno vissuto, e delle abitudini sociali e religiose che hanno costituito le loro vite, così difficili e così rischiose alle volte, eppure sempre piene e gioiose.”

Tuktu- 1- His Nice New Clothes (making clothes from animal skins)

Cosa fai? Guardo la neve.

La cattività. Uno dei fatti più oggettivi legati all’attuale situazione pandemica è l’esperienza, provata da milioni di persone, di vivere come una tigre allo zoo. Solo che nessuno, per quanto i tatuaggi o le canzoni che ascolta comunichino personalità, è una fottuta tigre.

Devo dire in tutta franchezza che rimanere a casa dal lavoro e condividere un monolocale con il mio collega per quattro mesi, in alta montagna, senza che smetta mai di nevicare, mi prova decisamente. Non perdo la sanità mentale, almeno spero, ma che la mia serenità acquisti un andamento erratico quello sì, succede. Per cui ieri sera la testa mi prudeva, la pelle era secca e mi dava fastidio. Questo è un segnale: le situazioni di disagio accentuano la mia dermatite. Sembrava che ogni attività a cui mi dedicassi non facesse altro che alimentare un’apatia divorante. Nulla andava bene. La pelle scricchiolava. A letto mi sentivo annichilire e desideravo che la giornata finisse.

Poi oggi ho camminato. Camminare è la più antica delle medicine. Sono uscito nella neve alta, tra i fiocchi pioventi. I primi passi erano pesanti e dovevo respirare più forte per chiamare ossigeno. Scivolavo di tanto in tanto. Le ruspe e i camion liberavano le strade. Le montagne sfumavano in bianco ed il cielo non esisteva più. Se alzavo la testa vedevo solo il foglio bianco Fabriano dell’ora di artistica alle medie, quando il disegno era ancora da iniziare.

Lei lo sa, mi aveva detto che dovevo uscire. E ci siamo chiamati al telefono ed era come se stessimo passeggiando insieme.

Mi sono fermato in una delle vie laterali. Finiva in un grosso cumulo di neve che dava sopra il fondovalle. Lontano il lago ghiacciato ci divideva da Tignes Le Lac e alcune persone sciavano sulla sua superficie. Dei cani abbaiavano in lontananza mentre tre slitte preparavano le mute alle quali erano attaccate. Qualche minuto dopo eccoli partire come negli inverni artici.

In quel momento avevo freddo ma non sentivo freddo. Ero fermo ed intorno c’era silenzio. Il suono esatto della neve quando cade. Silenzio. Il peso accumulato nelle fibre e nell’anima se ne andava. E’ stata una sensazione bellissima, di dolcezza… come una carezza di vita. Dimenticarsi della pesantezza e ritrovare la comunione con l’aria, con l’aperto, con lo spazio. Con il silenzio.
Quindi mi sono diretto a comperare una pagnotta di pane alle noci. Voglio sempre avere, ovunque vada, una fetta di pace da mangiare.

Inchiostro

Oggi ho pulito il pennino. Si può vedere dal colore di queste lettere, che il colore è sbiadito. Ci vuole un po’ perché l’acqua esca completamente e l’inchiostro riacquisti il suo blu intenso. Ho appena rinfrescato il lievito e messo sulla mensola a fermentare. Si tratta di aspettare. C’è una bellezza particolare in questo, nel lasciare al tempo il lavoro. A. si è messo sul divano a dormire. Io sono al tavolo, informalmente diventato la mia scrivania. Fuori nevica assai. Per qualche giorno abbiamo potuto vedere l’asfalto ma da questa mattina tutto è tornato bianco. L’aria gonfia di fiocchi.

Diresti che non è una giornata rimarchevole, come questo inchiostro sbiadito. Eppure sono giornate come questa che inevitabilmente calamitano la mia attenzione alla vita. Sono giornate che esistono per parlare di loro stesse.

Da tempo non conosco più la noia. Perché la maggior parte della mia esistenza è divorata da interessi, lavoro e amore. Mentre invece i momenti silenti, ossia quelli che respingono ogni richiamo a qualsivoglia attività, finiscono per rivelare se stessi, per mostrare finalmente la sottile grana del tempo. Sono momenti di irrequietezza molto profonda, nei quali l’inquietudine si affaccia oltre i parapetti del cuore. Oppure pensavi che sapessero di serenità e spensieratezza? Non mi considero così maturo da poter accogliere la sostanza del tempo con la pacifica indole di chi sa già accettare la vita nella sua smisurata e inconoscibile interezza. Restare nei momenti di rivelazione del senso è un esercizio complesso.

Per questo le giornate più semplici, routinarie, quelle che nascondono la tentazione di far dire, una volta arrivati a casa la sera, “Eh oggi niente di particolare”, sono le più importanti. Anche un inchiostro sbiadito infatti, posside il carattere di rimanere sulle pagine a conservare i messaggi che gli sono affidati.

Glacier

La Grande Motte ci guardava dall’alto come una mamma mentre io e A. salivamo lungo le sue caviglie. Abbiamo noleggiato un paio di raquettes per addentare la neve morbida dei versanti della Val Claret. Le guance imbiancate delle montagne brillavano, emozionate da un sole così caldo e potente da soffocare l’obiettivo della fotocamera. Insieme agli sbrilluccichii dell’universo di cristalli brillavamo anche noi, infiammati dalla voglia di salire.

Avevamo voglia anche di guardare la valle come non l’avevamo ancora vista, localizzare la nostra vita attuale in un punto del mondo che non fosse all’interno dei muri di un monolocale, ma ben definito sulla faccia della terra. Noi siamo lì! Un labrador faticava a seguire il gruppo in cui marciava il suo padrone, che si arrampicava sugli sci usando le pelli di foca. Una zampa dopo l’altra sprofondava, affaticandosi molto. Lungo la pista da sci, ancora ben pulita, la rete rossa spiccava come un taglio sulla pelle. Potevo togliermi la giacca. Il sudore mi bruciava gli occhi mentre stringevo le bacchette sul declivio sempre più pendente. Le ciaspole danno una grande stabilità sui pendii molto scoscesi, ma rimane comunque la fatica di salire. Fatica che si risolve con la soddisfazione di sentirsi leggeri come l’aria che ti circonda, fredda e avvolgente.

Il piano era raggiungere la cresta e poi tornare indietro seguendo la pista da sci all’ombra della vetta. La Grande Motte pareva accigliata. Come il vecchio gufo Anacleto nel cartone de La Spada nella Roccia. Senza alzare troppo la testa sentivo che ci fissava mentre procedevamo nelle sue sale.

L’altro giorno A. smanettava al computer e una pubblicità gli si è aperta. Una di quelle pubblicità che ormai si aprono automaticamente, che hanno trasformato internet in un banco per i compromessi. La ragazza diceva “What am I when I am not productive?”
Oggi ho voluto rispondere a questa domanda. Quando non sono produttivo cammino sulle montagne, respiro aria buona, sudo, accolgo il sole su di me, evito di spendere in corsi online, faccio tesoro del freddo che mi intirizzisce i peli e rinvigorisce la pelle, dimentico tutto ciò che è basso, egoistico, speculativo, fuorviante. Ricordo cosa sono io prima di essere quello che faccio, o peggio, quello che produco. Guardo in alto alle vette ed inevitabilmente mi abbasso, mi affaccio di nuovo alla terra e divento uno di quei fili d’erba che d’inverno non si vedono. Quando il mio essere non esiste solo quando produco qualcosa sono un fiore del campo. Ritorno.

Le riflessioni della ruggine

Una tisana per cenone la sera della vigilia. Pulizia di tutta la casa – pardon, stanza – come regalo la mattina del 25 Dicembre. Un po’ di pilates e la neve fuori che turbina da due giorni. Su instagram una balena solca la superficie dell’acqua trasparente sospingendosi con una pinna e reggendo l’altra, sopra la quale nuota il suo piccolo ed insieme seguono una direzione a noi sconosciuta. Intorno l’oceano. Nessun altro legame. Solo lo sconfinato e imprevedibile oceano.

Certe volte, anzi la maggioranza del tempo, mi trovo a gongolare nel comfort del calduccio. Il calduccio è quella cosa bella che ti avvolge non quando sei semplicemente sdraiato sotto una coperta o vicino al fuoco, ma quando sei in luoghi comodi e accoglienti come quelli ed hai la mente libera dalle preoccupazioni, senza pesi né scadenze pendenti.

Il calduccio è questa piccola stanza diventata accogliente. Un riparo dal clima ingrato dei 2000 metri alpini. Ci stai così bene e tutti sono contenti perché sei al sicuro. Ma poi uno spot pubblicitario su Instagram ti mette sottosopra di nuovo. Vedi due balene scivolare nella loro sostanza infinita all’infinito, verso la loro direzione che tu non saprai mai né potrai mai possedere. Le vedi fare quello che sentono giusto a prescindere che qualcuno le stia filmando per possederne l’immagine, per manipolare l’illusione di libertà. Eppure quelle balene, a discapito del motivo per cui sono state immortalate, ti colpiscono, perché nessuno è immune alla percezione della libertà.

Gotham Chess. C’è questo canale su YouTube, di questo ragazzo che spiega gli scacchi così bene da farmi provare il tepore del comfort. Per uno strano rimescolio nella mia testa poi, mi viene in mente Gotham, il telefilm che i miei peers guardavano nelle sere scozzesi durante il volontariato di Creag Meagaidh. In quel periodo lavoravamo alla sistemazione della farmhouse e del territorio della riserva. Quasi sempre pioveva e dovevamo andare ad abbattere le specie di alberi non native, oppure costruire ponti che implicavano la sistemazione dei fondali dei burns – i piccoli rii che venano le highlands – oppure tagliare l’erba e controllare i sentieri. Significava tornare sempre bagnati la sera. Fatta la doccia mi sistemavo al tavolo della cucina davanti al computer per annotare la giornata. Scrivevo con l’obiettivo preciso di creare una narrazione che mi piacesse, senza immaginare che avrebbe potuto leggere qualcun altro. Lì ogni tanto giravo la testa alle mie spalle verso il grosso finestrone e guardavo il coire senza capacitarmi – succedeva ogni singola volta – della bellezza e della straordinarietà di quel luogo.

Passava qualche ora mentre attorno a me i ragazzi cucinavano i piatti che mangiavano abitualmente a Malta, nel Lake District inglese, in Francia o in Olanda e poi uno alla volta restituivano la cucina al silenzio e a me. Andavano spesso a passare le ultime ore di veglia nella sala all’altro capo del corridoio, arredata con divani e un grosso televisore. Lì avevano iniziato a guardare Gotham. Non mi interessava particolarmente, ma starmene lì, con quella gente, al calduccio nelle highlands notturne, mi dava i brividi e poi mi calmava.

Anche stare a spasso in un villaggio alpino, mentre la neve cade, ti fa sentire al calduccio. Basta che esista solo la neve e che, ad un certo punto, tu smetta di fissare anche quella mentre la tua mente si perde nel presente. Fissavo un punto indefinito oltre la strada, oggi fuori da Chevallot. Guardavo la neve facendo quel tipo di sforzo che si fa per vedere gli stereogrammi e i fiocchi, che cadevano piccoli e medi senza produrre nessun rumore. Diventavano un’estasi di movimento che mi trasportava su un treno puntato verso il cielo.

Un cielo di rosso e viola. Incrostazioni di ruggine sul blu profondo delle teglie di ferro del ristorante. E’ proprio quando lavori manualmente, in innumerevoli atti ripetivi che la mente si alleggerisce come quando fissi la neve, come quando sei al calduccio. Amare la vita non più perché si incontra la propria volontà negli eventi, ma amarla per ciò che è, per la sua sostanza, per la sua imprevedibilità. Non abitare né possedere per capire che il punto fermo dell’universo è ogni singolo essere umano.

I social media, ah… Più spendo tempo su YouTube o su Facebook e più le pubblicità del guadagno facile, i grossi numeri e la discussioni in difesa dell’orgoglio mi fanno venire voglia di dire “Anch’io!”. Poi, guardando un frangente di Kobra Kai, mi è tornato in mente quanto la semplicità del non avere può liberare e rendermi leggero. Quanto maledettamente e disperatamente invidio quelle balene. Ma anche quanta umiltà mi serve per imparare da loro cos’è l’esistenza.

Viaggiamo insieme

Ho aperto la tenda con sopra ricamati gli stambecchi e il Tovière se ne stava là, con la sua pappagorgia di neve e il piercing di funivia a guardarmi dai suoi 2700 metri come per dirmi “Ma cosa cazzo vuoi fare te”. Allora ho detto ad Andrea: “Io mi sa che oggi vado a fare una camminata”.

Lui pure ha voluto venire. Così ci siamo incamminati dall’uscio di casa in Rue de Val Claret ed oltre la strada, verso l’arrivo della pista da sci per farle il contropelo salendo a piedi.

Abbiamo provato sì a deviare in qualche fuori pista, ma la neve al ginocchio non rendeva così gradevole la salita.

Aggirata la pancia esposta al sole la vetta, e la cima sorella subito sotto, stavano ancora ritte sopra di noi come le tettine di Umberto Smaila in canoa.

Il versante in ombra diventava una rampa di neve battuta davvero poco adatta ai nostri doposci. Perdere l’aggancio voleva dire cadere e non sapere dove ci saremmo fermati. Per cui Andrea, più stanco, ha deciso di tornare. Io volevo salire, avevo deciso molto prima di partire.

Ho cercato il lato della pista e mi sono fatto strada nella neve fresca arrancando e impiegando molta energia. Dopo diverse pause, fatte con cadenza di circa quindici metri l’una dall’altra, ho iniziato a salire a quattro zampe, usando anche le mani per distribuire il peso ed affondare di meno, guadagnando in velocità e stabilità.

Seduto ad aspettare che passasse la nausea per lo sforzo contemplavo la vista. La Grand Motte a nord nascosta dalle nubi nevose; Tignes di sotto col suo sorriso di hotel; l’aureola arcobaleno del sole oltre la cresta.

Sono salito fino a guardarlo negli occhi, il sole. Oltre quella salita impietosa il dislivello tornava ad essere dolce. La pista finiva attorcigliandosi come un boa attorno alla cima.

Sono sceso con cautela in un continuo esercizio di concentrazione. Le montagne a poco a poco tornavano ad alzarsi.

Oggi i doposci erano ancora bagnati dal sudore e dalla neve. Per andare a lavorare ho dovuto indossare gli scarponi da trekking. Questi scarponi sono stati a riposo in una busta di plastica nel giardino di casa per sei lunghi mesi, dal mio ritorno dal Costa Rica.
Me li sono infilati dopo averli sbattuti ma lo stesso ho avvertito una piccola punta incontrare il mio alluce. Un piccolo oggetto appuntito, una resistenza debole. Mi sono sfilato la scarpa sentendo solo un ronzio. Una grossa vespa è uscita a respirare. L’ho portata fin qui da casa. E’ stata una settimana intera nello scarpone sopra il mio letto ed ora usciva.
L’ho messa fuori dalla porta ma né al paese né qui, dove nevica e i gradi vanno sotto zero, avrebbe potuto sopravvivere all’inverno.
Si è rannicchiata in uno dei buchi del tappeto dell’entrata, sapete quei tappeti anti scivolo fatti a maglia di buchi? Con buchi grandi alternati a buchi piccoli. La vespa è finita in uno dei buchi piccoli. Si è guardata intorno un poco, colpita dall’aria fredda. Con passo incerto è ceduta nel buco piccolo come una moneta da un centesimo, rannicchiandosi, e lì è rimasta.