Gli scafisti

Questa è una storia triste che parla di tristezza e delusione. Esula un poco dai miei soliti temi, ma magari torna a utile a qualcun altro.
Non ho mai pubblicato nulla, ma qualche volta ho provato a contattare delle case editrici, informarmi sui tipi di collaborazione, su come funziona l’industria editoriale. Non ne so molto, ma ne so abbastanza per sapere che è difficile vendere tantissimo con libri di poesie, ma a quanto pare è molto facile essere pubblicati. Ci sono case editrici che pubblicano libri scegliendo testi belli, fatti bene, che sanno che venderanno e che quindi meritano un contratto perché quei testi rappresentano il prodotto di un rapporto di lavoro. Questo spiega come mai io non sia riuscito a pubblicare, perché semplicemente il mio testo non era buono abbastanza. Ne sono consapevole e lo accetto con serenità senza smettere di amare la scrittura. Poi ci sono quelle case editrici che invece chiedono soldi agli autori per coprire le spese di pubblicazione. In questo modo se il libro vende bene!, se non vende sono ca**i tuoi. Ma almeno puoi dire che hai pubblicato. Infine ci sono quelle case editrici che hanno l’approccio di un call centre e l’affettuosità di un usuraio.
Questa è la storia di un piccolo merluzzo nel mare. La mia.

Alzi la mano chi ama la poesia! Alzi ora la mano chi ama scrivere poesie! Alzi quindi la mano chi crede in quello che scrive, componendo versi o stendendo racconti o libri, mettendoci dentro ciò in cui crede, le proprie idee, opinioni, desideri, proiezioni, il proprio slancio o la propria liberazione verso il mondo, insomma se stesso o se stessa.
Sì, anche io ho alzato la mano.
Mi ha interpellato una voce flebile, come di una signora tra i cinquanta e sessanta. Chiamava da Roma.
Ma facciamo un passo indietro. Stavo tranquillamente scorrendo il wall di facebook quando, tra la miriade di post alternati ad annunci pubblicitari mi esce quello del concorso di poesia gratuito promosso da Poeti e Poesia (http://www.poetipoesia.com/). Gratuito, con premio in denaro di 1.500€ e con la possibilità di essere pubblicati se ritenuti meritevoli di tale riconoscimento. Poi mi esce un altro ad mirato, poiché avendone già aperto uno facebook automaticamente riconosce quel click come collegato alle mie materie d’interesse e mi propone il concorso Dantebus, per poeti, gratuito con premio in denaro fino a 500€. Vado a prendere due poesie e ne mando una al primo e l’altra al secondo. Mando anche il link del concorso a M. che magari gli può mandare una delle sue poesie e forse vince! Ma spero di vincere io eheh! Beh, vinca il migliore quindi! Io intanto vado a preparare i calici, perché comunque vada sarà un’ottima occasione per trovarci e discutere un po’ di poetica e di vita.

Sabato mattina avevo ancora le caccole negli occhi mentre mi esercitavo con i problemi di scacchi quando suona il cellulare. Leggo sullo schermo il numero 392 9634534. A chiamarmi è la dottoressa Benedetti della casa editrice Pagine, che curava il concorso di Poeti e Poesia.
[I seguenti dialoghi non corrispondono alle esatte trascrizioni.]
«Buongiorno. Parlo con il signor Luca Fraz?»
«Pronto buongiorno, sì chi è?»
«Buongiorno Luca, la chiamo dalla redazione del concorso al quale ha mandato la poesia “Cassiera”, è lei l’autore?»
«Sì sì sono io!»
«Benissimo le volevo dire che la poesia ci è piaciuta tantissimo. Volevo chiederle se per caso lei ne scrive altre.»
«Beh sì, non con continuità ma sì.»
«E ha mai pensato di pubblicarle?»
«Uhm in realtà no…»
«Perché noi stiamo selezionando alcuni degli autori che partecipano al concorso (che ha comunque scadenza di lì a quattro o cinque mesi, non ricordo bene) per pubblicare un raccolta di poesie. Le potrebbe interessare?»
Non mi sembrava vero! Ho mandato delle poesie a qualche concorso qualche volta, ma credo a non più di quattro o cinque in tutta la mia vita. Che koolo!
«Certo sì mi interessa!»
«Bene le spiego il progetto, perché implicherà anche la sua partecipazione. Pubblicheremo un libro dedicato solamente a 7 o 8 autori, quindi con una decina di pagine dedicate alle sue poesie. Lei avrà sei copie personali e quando parteciperemo alle fiere lei sarà invitato. Inoltre avrà una pagina personale sul nostro sito internet con la sua biografia e le sue poesie.» (aggiunge altre cose che non mi ricordo)
«Wow è fantastico!»
«Il tutto al prezzo di pubblicazione di 300 (non mi ricordo di preciso ma intorno ai 300) euro. Le interessa il progetto?»
Dentro di me si apriva piano piano una piccola crepa.
«Beh ecco, adesso non ho la disponibilità di investire questi soldi. Però mi ci faccia pensare.»
Quello che forse i call centre, i promoter, i gabbatori ecc… non sanno è che più storie vengono raccontate alle persone e più queste finiscono entro dei pattern, diventano cioè sempre più riconoscibili. Per cui mi ero preso il tempo di fare le mie ricerche su internet in merito soprattutto al numero di telefono. Il quale, inserito su google, mi porta al post di un sodale che aveva vissuto la stessa mesmerizzante esperienza, potete leggere il commento qui: https://www.chistachiamando.it/numero-telefono/3929634534.
«Non mi può dire di sì quindi?»
«Eh no guardi devo pensarci un attimo.»
«Va bene allora se ci sentiamo Lunedì?»
«Certo va bene ci sentiamo Lunedì.»
E quindi concludo la chiamata. Ma cosa strana, dopo un quarto d’ora ecco lo stesso numero che mi richiama. Chissà che vorrà la dott.ssa Benedetti? 😀
«Pronto?» rispondo.
«Buongiorno. Parlo con il signor Luca Fraz?»
«Mh sì?»
«Buongiorno Luca, la chiamo dalla redazione del concorso al quale ha mandato la poesia “Cassiera”, è lei l’autore?»
«Sì sono io…»
«Benissimo le volevo dire che la poesia ci è piaciuta tantissimo. Volevo chiederle se per caso lei ne scrive altre.»
«Ah ma guardi che ci siamo sentiti poco fa.»
«No non è possibile.»
«Sì sì mi ha chiamato poco fa spiegandomi del progetto.»
La dott.ssa Benedetti biascica qualcosa di incomprensibile.
«Ah quindi le ho già spiegato il progetto?»
«Sì, siamo rimasti d’accordo che ci sentiamo Lunedì per la conferma.»
«Ah benissimo, a Lunedì allora.»
Qualcosa dentro di me era morto, ma ero in pace.

Arriva Lunedì. In mattinata mi chiama la dott.ssa Murgia del concorso Dantebus dal numero 339 2022507.
«Buongiorno parlo con Luca?»
«Buongiorno sì.»
«Salve sono la dott.ssa Murgia del concorso Dantebus.»
«Ah buongiorno!»
«Le volevo dire che abbiamo selezionato la sua poesia perché è scritta molto bene e ci è piaciuta molto!»
«Ah ma che bello!»
«Lei scrive poesie? Ne ha scritte altre?»
«Beh sì qualcuna l’ho scritta.»
«E per caso ha mai pensato di pubblicarle?»
«Beh no non ci ho mai pensato.»
«Ma perché non ci ha mai pensato o perché è troppo oneroso?»
«Beh perché non ci ho mai pensato seriamente.»
«Ah va bene perché io le proporrei un progetto. Si tratta di un libro in cui vengono raccolti solo gli autori selezionati del concorso, che sono otto, per cui lei avrebbe 12 pagine per le sue poesie più 2 dedicate all’introduzione da parte di una critica letteraria. Inoltre avrebbe una pagina sul sito e un profilo dedicato su una sua app personale. (più altre cose)»
«Ah wow è incredibile!»
«Sì. Per cui ora andrei avanti esponendole il costo di pubblicazione. Perché di solito nelle case editrici il costo di pubblicazione è molto alto, qui invece avrebbe un prezzo decisamente più basso.»
«Ah ma io sapevo che di solito le case editrici assumono autori senza chiedere la partecipazione alle spese.»
«Beh no solo alcune di quelle proprio grosse lo fanno e poi si è vincolati al contratto e non si può più pubblicare niente neanche su facebook.»
«Ah ok…»
«Dunque il costo è di 349€ (più o meno)»
«Ah beh, mi scusi ma io non posso investire questi soldi in questo periodo.»
«Eh sì immagino. Va bene allora le auguro buona giornata e la saluto.»
«Arrivederci.»

Anche la dott.ssa Benedetti mi ha richiamato, ma ho dovuto, ahimè, declinare l’offerta di pubblicazione.
Non ho dubbi sulla legalità delle offerte. Quello che non mi piace è lo strano giro che si finisce per compiere partendo dalla partecipazione ad un concorso e finendo per sborsare 300 bombe. Mi sento un po’ spiaggiato ti spiace? Trasportato oserei dire, attraverso mari oscuri da scafisti sconosciuti, pronti a gettare in mare i sogni di coloro a cui tendono la mano.

Di risorgive e di libertà

Una delle cose nuove che più di tutte ho conosciuto in questi ultimi tempi è la profondità di un’esperienza di libertà. Di quella libertà che spaventa, che confonde, che lascia fermi a fare il morto in mezzo al mare. Della situazione di non avere regole né direzioni. Superando questo impatto ho conosciuto anche il sapore di novità ed entusiasmo che solo la certezza di poter fare quello che voglio può dare. Un’idea più completa di libertà quindi, più grande, che smette di avere a che fare con le interpretazioni, per le quali si è liberi nella misura in cui si sta bene. Libertà come cataclisma, crisi, fatica e allo stesso tempo evento, risorsa, strumento. Me ne sono tornato a Povegliano conservando questo fagotto prezioso in un borsello spirituale. Poi un giorno di Maggio ho ritrovato nel giardino di casa mia, seduti su ceppi di legno, i miei amici e parlavamo della fossa Liona, di come S. si prodigasse, in maniera del tutto gratuita e spontanea, a curare quel luogo.

Ma vediamo di spiegare meglio, innanzitutto, che cosa è la fossa Liona. Scrivono Rallo-Pandolfi in Le zone umide del Veneto:
Le acque piovane e quelle dei fiumi che scendono dalle zone alpine, vengono assorbite dai terreni grossolani presenti nella zona pedemontana, al punto che alcuni corsi d’acqua possono diventare delle asciutte distese di ghiaia. Procedendo verso valle le acque sotterranee incontrano depositi più fini e meno permeabili, in questo modo le falde diventano superficiali fino ad emergere nelle numerose polle od “olle” risorgive. Oltre alle sorgenti naturali, ne esistono anche altre, modificate dall’uomo per scopi irrigui, che prendono il nome di “fontanili”. Sono escavazioni praticate fino a raggiungere il livello freatico, da qui si diparte un ramo, inizialmente ristretto, cui fa seguito un canale emissario. La zona di scavo, dove si trovano le polle, costituisce la “testa”, la porzione successiva prende il nome di “asta” del fontanile.

A Povegliano esistono diverse risorigive, le principali, come annota Roberto Cazzador nel suo lavoro di tesi Progetto di riqualificazione e conservazione delle risorgive di Povegliano Veronese, sono: Draga (origine naturale), Liona (origine naturale), Bora (origine sia naturale che antropica), Moretta (origine naturale), Giona (origine antropica), Calfura nuova (origine antrpica, con tubi), Fontanin (origine antropica, con tubi, al di fuori del territorio del Comune). In pratica, la Liona è una sorta di piccola oasi di frescura, nonché un ricchissimo ecosistema estremamente tipico della nostra zona padana. Io, come molti miei compaesani delle generazioni precedenti, sono cresciuto tra le rive di questi fiumiciattoli d’acqua gelida. Non appare strano quindi che l’amore per la nostra terra muova le persone a curarla. Ma la cura nasce ove vi sia un danno, perché in effetti l’accesso alle fosse è ed è sempre stato libero, convogliando moltissime persone e moltissimi interessi diversi. Non appare nemmeno strano che i frequentatori abbandonino rifiuti di ogni genere, alterando l’equiblibrio naturale del luogo.

Alle problematiche ambientali di gestione della risorgiva e del suo ecosistema, già evidenziate nel lavoro di Cazzador, relative alla manutenzione del bacino e delle sponde, sono comparse anche problematiche relative alle dinamiche sociali, che oltre ad influenzare l’aspetto naturale della fossa hanno segnato la sua definitiva antropizzazione. Nel parlare della Liona, pensandola, ho finito per guardare alle risorgive con occhi diversi, abbracciando di comprensione tutti i tipi di utenza che inevitabilmente sono diventati parte del contesto legato a quel luogo e ne hanno costituito la sua caratterizzazione. Tuttavia esiste un fattore insolito ma importante che definisce le risorgive in modo peculiare, perché sebbene vi sia varietà di etnie, di lingue, di usi, manca una vera e propria entità di controllo.

Esistono sì leggi, direttive europee e delibere regionali che tutelano le risorgive, ma la quotidianità del territorio è altra cosa. Tra i frequentatori ci sono coloro che deliberatamente sporcano, arrivando a vivere la fossa come un contesto personale, ma ci sono anche coloro che la scelgono per una gita fuori porta o per stendere una tovaglia e fare un picnic in famiglia. Eppure c’è una differenza con gli altri luoghi pubblici. Per esempio, se qualcuno accendesse un fuoco in piazza sicuramente la Polizia interverrebbe o qualche solerte cittadino si muoverebbe appellandosi alle forze dell’ordine. Se invece qualcuno accende un fuoco alla Liona questo non succede. Nel caso dei rifiuti, su tutto il Comune è previsto il servizio di pulizia urbana, ma non al di fuori del centro abitato, non in mezzo ai campi. Alla Liona non ci sono incaricati pagati per raccogliere i rifiuti. Pare quindi che tutti coloro che vi soggiornino abbiano un limite di tolleranza più alto verso il “disordine”; allo stesso tempo c’è anche la presa di responsabilità da parte di alcuni individui o gruppi che invece si recano sul luogo per pulire e curare l’ambiente di propria spontanea volontà.

Se guardiamo al sistema Liona senza decidere arbitrariamente che deve essere un luogo “pulito”, ossia caratterizzato (dal momento in cui sono stati palettati gli argini, dragate le alghe, installato un pontile il luogo ha smesso di essere naturale), potremmo quasi dire che esista un equilibrio, una sorta di autonomia nei meccanismi di controllo e cura espressi da coloro che lo frequentano. Mi è parso di cogliere, in tutto questo, il riflesso di una libertà totale, dove puoi fare ciò vuoi. Mi è parso un luogo libero come libero può essere Internet, dove chiunque può essere chi vuole e pubblicare ciò che vuole ma anche prendersi cura di curare e difendere l’esperienza virtuale delle altre persone, con la differenza che alla Liona i rifiuti lasciati si vedono. Non solo, ma se non si guarda a tali comportamenti come giusti o sbagliati, se si elimina il giudizio cioè, quello che rimane è un sistema di interazioni umane spontaneo. In altre parole, le persone si prendono cura di un’area, e di conseguenza dei suoi fruitori, senza che vi siano regolamenti o controllori a vigilare sul comportamento della gente.

Sono nate delle domande in seno al nostro gruppo di dibattito improvvisato. Domande originate dalla frustrazione di chi spende il proprio tempo a pulire e vede sempre nuovi rifiuti depositati a terra. E’ possibile insegnare alle persone come prendersi cura del luogo dove passano il proprio tempo? In che modo si può evitare la frustrazione di ogni volta che mi rechi alla Liona per pulire? Chi, in sostanza, arbitra sulla libertà dei presenti? Sono domande che vanno a fare leva sulla morale, senza considerare la dimensione delle preferenze soggettive. Ordine, pulizia, cura sono concetti apparentemente scontati ma che sono solamente un’eredità culturale, che cambia da cultura a cultura. Rispecchiano il range di preferenze della maggioranza della società che abita e amministra un luogo. Ma cosa cambia se, mettendoci nei panni di coloro che vengono taggati come “sporcatori”, riconosciamo che ci sono delle preferenze, che per quanto strano possa sembrare, non riguardano l’ordine, la pulizia e la cura? Sono una dimensione a sé, lontana, ma che capita di osservare condividendo un luogo. Aggiungo, che capita di osservare condividendo un luogo in cui si manifesti la libertà. Ad alcuni allora potrà sembrare che la libertà assuma una forma stranamente repulsiva, mentre ad altri potrà non sembrare nemmeno libertà, in quanto manifestazione di oppressione e controllo. Ciò che manca, il più delle volte, è un vero scambio, un passaggio di informazioni tra gli uni e gli altri. Una mancanza che fa in modo di creare per ognuno dei frequentatori o dei gruppi altrettanti luoghi diversi e distanti. Separati anche se insieme. Vicini ma incomprensibili. Scherzando potremmo dire che fin qui una risorgiva spiega come nascono le guerre.

Ora che rimango da solo dimmi come fai ad essere sempre così speciale

Esistono tantissimi argomenti in grado di creare distanza tra gli uomini, di separarli gli uni dagli altri, barriere per la voce, pinze sul cuore. Nella maggior parte dei casi vi è frastuono, rumore, interferenza nel conflitto, vibrazioni disarmoniche di rabbia, decibel, quando invece nei casi opposti, quelli in cui si trovino ragioni e occasioni per andare d’accordo, tutto sembra succedere in silenzio. Ci si accorge d’essere legati in un nuovo piacevole legame solo dopo che ci si è accorti di sentirsi bene, avvolti e un po’ intontiti da quella soffice sensazione di calore dove non si pensa se non a godersi il momento.

La pizza è uno di quegli argomenti. Essenzialmente, è stata una della poche cose che in queste ultime, difficilissime settimane per il genere umano, ha rappresentato una distrazione intrigante alla quale rivolgersi, un piccolo obiettivo che aiutava ad affrontare l’incertezza dei giorni e delle cattive notizie alla televisione. Era un po’ come se impastassimo tutti insieme e nel farlo dimenticassimo un pochino il mondo di fuori. Finalmente arrivavano voci diverse, aria di novità, mandando e ricevendo le foto del pane e delle pizze. Condividevo una tavola anche se non potevo sedervi materialmente. Finivo per addormetarmi la sera pensando a cosa avrei impastato il giorno seguente, intrigato dalle prove che desideravo fare.

Credo che una volta abbia anche sognato di impastare, ma forse mi sto confondendo con un sogno erotico. Il fatto è che passo diverse ore a imbottirmi di video su impasti, cotture ed elaborazioni culinarie neanche avessi l’abbonamento premium gratuito e questo può comportare problemi, problemi di distacco dalla realtà, di fluttuazione nel non-reale, come succede ai gamers che passano molte ore giocando ai videogiochi e poi nella vita reale replicano le mosse del loro personaggio virtuale in una sorta di tic nervoso incontrollato e, per chi ancora conserva sanità mentale, leggermente inquietante.

Forse per me allora è arrivato il momento di smettere di parlare di sanità mentale, così come mi ha detto la Carbonara sfornata in questo video da 5000 views, cotta alla perfezione in cinquanta secondi esatti in un forno P134H modificato. Mi ha detto che va tutto bene, che non mi devo preoccupare, che va bene commuoversi vedendo uscire una pizza dal forno. E me lo diceva anche lei mossa al pianto, rigata da striature ambrate sulla superficie eburnea di fiordilatte; una piccola conca in cui abitano gemme di pancetta incastonate nella vena di pasta e prodotto caseario. Da laggiù quei ciccioli increspati dalle radiazioni delle resistenze incandescenti non vedono oltre il limitare maculato della crosta, così gentilmente rigonfio a proteggere i suoi tesori: un corridoio fragrante di intercapedini scioglievoli, un abbraccio che si chiude sotto come un fiocco, raccontando in tre millimetri la storia della croccantezza e della morbidezza insieme, sciogliendosi nel violento tramestio delle fauci.

Avrei voluto abbracciarla, così consolatrice come solo lei sa essere, ma ho dovuto accontentarmi di vederla attraverlo lo schermo, come un’amata lontana. Sono qui, amore mio. Qui! Non mi vedi? Torna indietro… ti prego… sono qui…

Solo una è la pizza che rimane nella memoria e non ne se va. Si resta inermi con quel desiderio consapevolmente utopico di non poter avere mai una replica, mai una seconda chance. Una sola in tutta la vita.

In tutta la vita.

Fratello, dove sei?

Straniero, se tu passando mi incontri e desideri parlare con me, perché non dovresti parlarmi? E perché io non dovrei parlare con te?

Walt Whitman scriveva questi versi nel suo Foglie d’Erba e così, ad una prima occhiata, non sembrerebbero neanche parte di una poesia. Perché a volte la poesia è così, non sembra tale, occorre fermarsi sulle parole, prendersi del tempo – soprattutto quando non si può – e pensare a cosa quelle parole vogliono dire per noi.

Lo “straniero” sono stato io negli ultimi due anni, in diversi Stati, nei quali parlavo la lingua a malapena, sbagliavo i compiti che mi venivano assegnati, faticavo nelle interazioni sociali. Passavo insomma, non avevo stabilito la mia residenza in nessuno dei luoghi in cui ho vissuto. Da quando lessi queste righe la prima volta sono passati diversi anni e da allora non ho mai trovato una risposta sensata a questa domanda. Se sento il desiderio di parlare con qualcuno, di raccontare, di chiedere, se questo moto interiore è parte di me, risultato del mio sentire, negarlo significherebbe non rispettare me stesso. Ma il punto fondamentale è che il contesto non è importante, non si tratta di incoraggiare lo slancio sociale solo perché si va all’estero.

G. mi accompagnava a casa dall’aeroporto e parlavamo come si fa tra chi si conosca sul treno, o sull’autobus, sconosciuti che condividono un breve tempo insieme. Quasi stranieri. E come succede in quei casi di rapida condivisione, si trovano punti in comune sui quali raccontarsi, si ha voglia di sapere come l’altro si sia comportato, si sia sentito in circostanze simili alle nostre, da discorsi molto normali può scaturire la sintesi di anni di esperienze proprio mentre si parla assonnati di cose superficiali.

“Parlando con la gente di altri paesi loro ci vedono come un popolo disunito, sempre pronti a farci la guerra tra di noi, la guerra dei poveri”, mi diceva. A quelle parole ci sono rimasto un attimo, perché le capivo terribilmente. Capivo il punto di vista delle persone che G. aveva conosciuto e capivo come si era sentito lui sentendosi dire quelle cose in quanto italiano. Mi sono sentito molto triste in quel momento, impotente. Responsabile. Ma anche tanto affezionato alla mia gente e poi a tutta la gente. Perché sebbene la teoria dica che siamo tutti fratelli a questo mondo, la pratica suggerisce altro.

Viviamo nel dilemma di non saper più riconoscere l’amore e questo ci porta a non saper più riconoscere noi stessi né le cose che di cui abbiamo bisogno, che non sempre corrispondono a quelle che vogliamo. Non abbiamo bisogno di lanciare invettive su internet o di appioppare colpe a terzi per le disgrazie del mondo; non c’è bisogno di sovrastare le opinioni altrui, di vincere sempre, di decidere della sorte delle persone; nessuno ha bisogno di giudizi di alcun tipo. Ma sembra che guardare in una direzione diversa da tutto ciò ci lasci in panne, inchiodati al nulla senza sapere che direzione prendere. Il dilemma.

Ogni dilemma ha una soluzione nella pratica, al di fuori dei pensieri. Nessuno può vivere, credere, appartenere, se prima non riconosce di cosa ha bisogno la sua natura per vivere, credere e appartenere. Questa ricerca è del tutto scollegata dai destini delle altre persone, è il primo atto d’amore verso noi stessi, spelacchiati naufraghi tra i marosi dei media, delle religioni e dei sensi di colpa, del possesso e della stasi.

Com’è una relazione tra persone che non hanno paura di perdersi? Che sensazione dà l’apertura verso uno straniero che ci ricompensi con altrettanto calore? Che cosa si prova a vivere nel proprio paese, nel proprio quartiere, sapendo che nessuno è invidioso, nessuno ti teme e non temi nessuno, che quando sorridi stai apportando il valore più basilare alla società in cui vivi?

Com’è vivere sapendo che tutto questo dipende da come pensi tu e non dagli altri?

Scoregge

Devo ammetterlo. Per un giorno o due, espellere quantità d’aria dai vaghi sentori agliotici e broccolitici, mi piace. Una vellutata di cipolle e broccoli, una crema da spalmare all’aglio e qualche fetta di piadina allo strutto di maiale costarricense hanno irritato il mio intestino come una bidella interpellata mentre legge TVSorrisi. Ma qui, in questa piccola capanna d’assi e lamiera, con l’aria mitigata da un vecchio ventilatore, scoreggio. Di sera in particolare, seduto interrogando lo schermo del portatile, mandando messaggi ad ignari destinatari. Lontano da tutto e da tutti. Se fossi un supereroe, il gas sarebbe il mantello in cui avvolgermi nella notte.

Non mi immagino come sarebbe salire in queste condizioni sull’aereo che domenica prossima mi riporterà in Italia. Certo un po’ forte come misura di distanziamento fisico, ma efficace. Ed in questo periodo strano di quarantene, dove le persone riscoprono la passione dei panificati e, nel bene e nel male, il peso e l’importanza dell’attesa, mi considero un piccolo gioiello ambulante, una botticella attiva, creando piccole fermentazioni viscerali, ad opera di batteri e lieviti che chiamano il mio intestino “casa”.

Ma è solo l’epilogo dei due mesi costarricensi, nei quali il calore e l’umidità, il sudore e lo stress adattivo hanno operato congiuntamente sulla mia pelle. Dopo quasi due anni ho riavuto accese crostificazioni su gomiti e ginocchia, davanti e dietro. Notti prurigginose, estasi momentanee nel grattarmi, vere e proprie scariche d’endorfine. Intestino e dermatite sono molto collegati, amanti silenziosi e clandestini che sanno essere coerenti come pazzi in un mondo di sani.

Sono tornato all’acqua, al mare, al sale dopo settimane in cui vi sono stato lontano, quasi dimenticandolo, sopportando il bruciore nelle ferite. Mi è sembrato di vedere un tramonto per la prima volta volgendo lo sguardo allo scoglio di playa Cocles morire nella bruma del vespro. La lisca di una palma altissima nel cielo era un sottile capillare nella sclera notturna indistinta di colline, giungla e case. L’atmosfera risuonava di quella luce, calda ma non che cuoce la pelle, che filtra invece direttamente dentro, che certe volte s’infonde coi magoni e condensa in lacrime o, altre ancora, scioglie lo spirito nel miele e sembra di respirare coi polmoni collegati all’universo. Me ne stavo là, nelle risacche violente che scavavano la battigia, con le mani alte tese verso la luna, ballando tra le spinte delle onde un lento adorante.

I granchi blu Cardisoma Guanhumi vogliono attraversare la darsena, lasciare le loro tane nella terra per affidare le uova all’acqua. Si ritrovano in gruppetti di sette, otto, dieci esemplari per volta, insicuri e guardinghi sulla superficie sconosciuta d’asfalto, quasi come a formare catene per comunicarsi il via libera, sotto tiro in una trincea nel fuoco nemico di auto ineluttabili. Passando in bici sento qualche crack distorto e qualcosa mi si attorciglia dentro.

Lara un giorno ne ha scovato uno, un possente granchio blu di terra, proprio vicino alle nostre cabine. Se ne stava nascosto sotto l’anta cadente di un vecchio cancello appoggiata alla recinzione che separa il nostro cortile dal resto dei bungalow. Un esemplare maestoso, grande la metà di Lara, con la chela sinistra smisuratamente maggiore della destra, che teneva avanti, interponendola tra sé e il mondo. Guardavo la luna e sentivo farsi largo dentro di me la distanza che mi separava da essa, interiorizzavo che quel pianeta era completamente aperto su di me, che ero nudo di fronte alla massa dello spazio. Mi rimettevo alle leggi della creazione e nulla che avessi realizzato o conquistato, guadagnato o perduto, esisteva più in quel momento. Per un granchio del Costa Rica un cagnolino rappresenta l’universo, l’emanazione della creazione, la sintesi del suo destino. Dal suo punto di vista un uomo è qualcosa di persino ulteriore, un’entità che, a differenza di ogni altra, sa esercitare una forza divina, così smisurata e fuori della sua comprensione da far passare i granchi inosservati, una seccatura lungo la strada.

Escono così i granchi, dalle loro tane che scavano e riscavano ogni volta che i passi di qualcuno ne fanno crollare l’entrata. Guardando alle minacce del mondo senza poter contare su nessuno se non loro stessi, mettendo sulla bilancia dell’esistenza la propria vita ogni istante, incrociando la strada con esseri talmente forti da farli apparire sorprendentemente vulnerabili. Infine, in tutto ciò, nascendo e morendo senza che nessuno mai abbia saputo che esistessero.

Chiamatemi flatus per questa sera, vento. Mi prendo la libertà e il lusso di filosofeggiare sul tempo tra una scoreggia e l’altra: se il presente fosse ricco, soddisfacente, pieno, attraente, forse non ci sarebbe la nostalgia verso il passato. Rimarrebbe una gioia leggera e un senso di gratitudine per ciò che è stato, la voglia di ricordare per sorridere perché perdersi nel presente è un atto d’amore verso se stessi e verso la vita, che può essere tale solo in un presente sostanzioso. Certe volte la pioggia batte così forte sul sottile tetto di lamiera da rendere impossibile l’ascolto. S. mette alcune ciotole sul pavimento di assi per raccogliere l’acqua che cade dalle infiltrazioni. Si va dai cavalli accompagnati dal mare; serrande abbassate e finestre chiuse come mani raccolte lungo l’avenida central. L’aria satura che trattiene l’odore dell’acqua e del cibo cotto. Le matttine si scaldano in fretta e si diventa parte del giorno senza sentire l’incombenza di quelli successivi, senza dover trainare il peso di quelli precedenti. Piano piano avvicinarsi al tempo dei cavalli, accarezzarli senza toccarli, per decidere insieme il contatto.

L’estasi di un giorno da granchi è quello che qui chiamano pura vida.

La velocità delle onde

Corro in linea retta lungo la battigia di Playa Negra, anch’essa di onde formata, dove la sabbia si modella secondo le risacche in leggeri avvallamenti. L’oceano li riempie percorrendo maggior distanza e ad ogni spinta si addentra audacemente sulla spiaggia. Non ci tocchiamo mai. Corro alla velocità delle onde. Ho cambiato velocità, oltre che Stato. Lavorando qui, cercando di spendere il meno possibile, raccogliendo l’invenduto dalle bancarelle di frutta e verdura, sviluppando i contatti per recuperare risorse, ho la sensazione di poter osservare il movimento da una visuale privilegiata. Mi trovo in un mondo parallelo a quello dei turisti e dei menù dei ristoranti e dei bar, della vita notturna, delle fotografie. Adesso è il tempo della pandemia, che ha costretto la chiusura dell’Italia, e sebbene possa tornare in caso di emergenza, rimangono pochi voli e i viaggi non indispensabili sono scoraggiati. Anche se spero che la situazione cambi presto, è bastato questo piccolo tempo di pericolo globale per virare nuovamente i colori della mia esperienza.

Mi sono sempre sentito molto simile a James Joyce, i cui libri e la cui vita mi hanno insegnato il piacere di risignificare in quanto atto curativo e rivoluzionario dell’identità. Perfino ora, ad anni di distanza dalla mia tesi, egli torna a parlarmi proprio grazie all’esilio. Sebbene non l’abbia cercato e non vi sia nessun provvedimento legale contro di me, mi è difficile far ritorno al mio paese ed è sconsigliabile viaggiare su mezzi chiusi come autobus affollati o aerei, per cui è come se mi trovassi temporaneamente in esilio. Mi trovo a pensare a questo luogo, che inizialmente consideravo una meta di passaggio, come una possibile nuova casa.

Tutta la costa di Puerto Viejo si imbelletta d’aria iodica al tramonto, che traspira dalle creste delle onde e, in foschie umide e nebulose, lentamente sale a riva disperdendosi tra le file di palme. Con lo stesso ritmo la gente di qui pedala o passeggia, balla, fa tardi la sera, lavora solo se deve, per quanto tempo è necessario. L’economia è fortemente sorretta dalle attività dei gringos ed è questo che vedi appena arrivato, quell’eco del concetto di occidente che sta in piedi proprio come le case sulla spiaggia, fatte di canne e tetti di lamiera, costruite senza pensare alle necessità di un possibile inverno e sempre e comunque bisognose di una guardia notturna.

Vivo in un bungalow riadattato all’interno di un lodge. Ho dai cento ai settecento coinquilini, credo. Non è raro che i signori Scarafaggi passino a visitarmi, magari dopo la doccia, quando l’umidità aumenta, causandomi non poco batticuore. Come tre notti fa. All’inizio mi infastidiva sudare sempre tanto ogni giorno, così da dover bere molto proprio prima di coricarmi la sera e svegliarmi più volte per andare in bagno. Ma ora invece lo faccio apposta, per avere l’occasione di controllare che non ci siano scarrafoni che camminano sopra il mio letto. Su questi muri vivono e lavorano altre rispettabili colonie di formiche, anellidi, gecki (ai quali ben auguro una felice riproduzione e attento operato), ragni, ma sappiamo tutti convivere splendidamente; io mi faccio gli affati miei, loro si fanno i loro, nei loro spazi. Ma con gli shcarrafoidi non è così. Sono come i pirati degli insetti. Alle 23:00, mentre mi trovavo nel pieno di un’emissione di liquidi, un punto nero semovente ha catturato il mio occhio. Ci siamo guardati per lungo tempo, io imprecando, lui muovendo le antenne (ma scommetto con lo stesso proposito). Ho preso la scopa constatando la sua notevole velocità e l’ho messo alla porta, accompagnato fuori e, come solitamente faccio, preso una gran rincorsa per scaraventarlo il più lontano possibile come un giocatore di hockey, vicino alle altre capanne del lodge. In quell’atto di estrema furia lo stecco della scopa si è spezzato, esploso nella mia mano, nel punto in cui avevo concentrato il massimo dell’energia. Avevo visto fare una cosa così solo ai monaci Shao-lin prima di me.

La gente qui è molto generosa. Quando ho iniziato ad andare in giro chiedendo rimasugli o frutta da buttare alle bancarelle mi guardavano in modo strano, con diffidenza, soprattutto perché ero straniero. Forse non quadrava la mia immagine con quella di uno squattrinato; di solito gli stranieri portano soldi, vanno ai ristoranti, comprano. Con il passare del tempo ho approfondito la conoscenza del paese e del tessuto sociale, ho capito dove andare a prendere i cocchi e come lavorarli per ottenere olio di cocco. E se all’inizio dovevo sudare per sperare di ottenere qualche mango mezzo marcio, ora i ragazzi della fruteria mi fermano per strada per avvertirmi che hanno cose da darmi. Però ora è difficile approfondire conoscenze. Si deve stare ad almeno un metro e mezzo di distanza e quando Bryan mi ha chiesto da dove venissi è crollato, ha perso il sorriso e si è allontanato senza che io potessi capire che mi pensasse appena arrivato dall’Italia sconquassata dalle infezioni attuali.

E’ stato un tempo strano per arrivare in Costa Rica, non cercato né troppo voluto, solo venuto. Le reazioni sulle mie braccia mi dicono che c’è un equilibrio, qui, anche per me, per la mia pelle. I turbamenti attorno alla decisione di partire per l’Italia o di rimanere ne accrescono il prurito, ma attraversati anche quelli ecco che l’allarme rientra. Questa terra ha molto da dire.

Linton Bay

D’un tratto Frodo notò un individuo dall’aria strana, segnato dalle intemperie, che sedeva in ombra vicino al muro ascoltando attentamente la loro conversazione. Aveva un grosso boccale di metallo davanti a sé e fumava una pipa dal lungo cannello intagliato stranamente. Teneva le gambe distese e portava degli stivali alti di una pelle morbida e di ottima fattura, ma ormai alquanto logori e ricoperti di fango. Un mantello di pesante panno verde scuro scolorito dal tempo lo avviluppava interamente e, malgrado il calore della stanza, egli portava un cappuccio che gli faceva ombra al volto: ma i suoi occhi che osservavano gli Hobbit brillavano nella mezza oscurità.

Immagino che gli altri avventori del Norita’s mi abbiano visto così, schivo, apatico, taciturno, in quell’ostello di Panama City. Un rigagnolo di sudore risaltava in controluce sul mio polpaccio e la trafficata Calle Arosemana scoppiava dei guaiti di auto ammaccate e camion bronchitici. L’aria si riempiva talvolta del profumo del pollo o dei succhi di frutta preparati dai clienti. Sono sceso definitivamente dalla barca un mese fa, con dispiacere ma anche con un certo senso di sollievo. Ho capito che non sono fatto per la vita semovemente in senso letterale, non oltre un certo periodo almeno.

I primi giorni sono stati duri, ma anche tutti gli altri ora che ci penso. Forse è cambiato il tipo di carico, che inizialmente riguardava il lavoro manuale, principalmente di pulizia e riordino di un vascello di sessantacinque piedi fermo da sei mesi dopo un’infestazione di scarafaggi. Il mio primo strumento è stato un secchiello nero di plastica attaccato a una fune, con il quale prelevavo l’acqua direttamente dal mare calandolo a testa in giù. Le ore sul ponte di coperta passavano veloci ma mi accorgevo della potenza del sole tropicale. Sudavo ogni goccia di liquido avessi in corpo, tutto il giorno tutti i giorni. L’umidità era altissima e le notti in cuccetta morivano tardi, solo quando potevo sentire un po’ di fresco.

Vivere su una barca ormeggiata al largo era bello, ma portava inesorabilmente a valutare tutti i lati pratici di una simile esistenza. Non disponendo per un certo periodo del dinghy, il piccolo gommone a motore con il quale effettuare gli spostamente fino alla terraferma, rimaneva un kayak di plastica a due posti, che diligentemente usavo almeno una volta giorno per raggiungere la doccia dello stabilimento. Anche quel semplice atto quotidiano, all’inizio, aveva rappresentato una seria sfida: il bordo della barca si alzava di circa un metro e trenta dalla superficie dell’acqua la quale, inoltre, per sua natura, era sempre in movimento e quasi sempre mossa per il vento. Portavo con me una sacca impermeabile, talvolta le bottiglie per il riforinimento di acqua potabile e la pagaia. In una mano reggevo la fune e l’appiglio alla barca, con l’altra caricavo le mie cose e poi, con la punta del piede, posizionavo il kayak sotto di me, salendoci in piedi per poi sedermi nello stesso istante. Giorno dopo giorno quell’esercizio era diventato sempre più naturale e ho potuto smettere di vedere la doccia come un appuntamento con l’ansia di ribaltarmi in mare.

Il rapporto con l’acqua salata non è mai stato un problema, anzi. L’intero rapporto che ho con il mare è evoluto. A cominciare dal mio desiderio di scoprire se avrei sofferto il maldimare oppure no. Ero preoccupato perché il mio schema di movimento può prevedere spostamenti via mare talvolta e soffrirne avrebbe voluto dire eliminare questa opzione, che potrebbe essere molto vantaggiosa in termini di risparmio. Ma sono stato felice, invece, di scoprire che il rollio, soprattutto serale, finiva per accompagnarmi al riposo come il dondolio di un’amaca. Purtroppo per i nostri ospiti non è sempre stato così. Alle due di notte il primo e unico giorno di permanenza di una coppia di ragazzi americani, i forti rumori dei suoi spasmi di vomito mi hanno svegliato. Di giorno, seduto dietro al timone, guardavo la prua alzarsi e abbassarsi sopra e sotto l’orizzonte, immaginandomi correre in sconfinati spazi.

Mi sentivo forte e capace di sostenere ogni cosa nei primi giorni. Contento di sudare via il grasso accumulato nei miei molteplici mesi di inverni. Quello che diventava più difficile era il rapporto con R., la capitana. Viveva una situazione pesante legata in primis alla sua barca, che tanto amava e che per anni l’aveva portata in remoti angoli di entrambi gli emisferi ma che, negli utimi mesi, era diventata un peso, tanto da farle ammettere di non voler più vivere sulla barca. Sebbene avessi percepito dall’inizio un’ombra sul nostro luogo, è stato quel momento a far scattare un click dentro di me, incrinando i miei sogni e le mie aspettative, facendomi capire che dovevo lasciare.

La prima sera è stata fatale in questo senso. Seduto lungo la panca di poppa, sotto la cabina del timone, alla mia sinistra il tramonto dai neri profili degli alberi delle barche, alla mia destra la baia aperta sull’oceano e una voce, che veniva proprio dalla barca, e che supplicava di essere aiutata, scrostata, aperta, fatta vivere di nuovo, portata a spezzare le onde. Molti dei cavi in acciaio arrugginivano ma era la catena dell’ancora che cadeva a pezzi, sembrava il lavorio di un prigioniero che millimetro dopo millimetro investisse le ore per fuggire. Nella vita della materia che la componeva, quella voce non smetteva di chiamare e ormai R. era diventata completamente sorda.

Porto con me, vivo più che mai, il debilitante disagio delle notti insonni dei chitras. Sono insetti minuscoli, chiamati sandflies, che succhiano sangue per riprodursi e ai quali ero allergico. Le loro punture iniziavano a prudere il giorno seguente e non smettevano per diversi altri giorni. Dopo due notti senza vento avevo bracci e gambe ricoperti di morsi che, grattando, diventavano aperture di più di mezzo centimetro e coagulavano per tornare a prudere il giorno dopo. Avevo seriamente intenzione di mollare tutto e andarmene. Non potevo sopportare notti simili e il lavoro del giorno sotto il sole. Anche ora se ripenso al perché non me ne sono andato, non lo so.

G. è arrivato a Linton Bay con la sua vecchia barca a vela. Aveva la chiglia dipinta di rosa e un grosso sorrisone sulla prua. Benché non fosse in ottime condizioni lo portava dove voleva, agile e versatile. Lui invece è piemontese e per mare da qualche anno, abbastanza da sentire tanto la mancanza della pizza. Per questa ragione, saputo che sono appassionato di impasti, mi ha chiesto di fargliela. Gli sono stato grato per l’entusiasmo e l’insistenza; ha comprato gli ingredienti e così mi sono recato pagaiando sulla sua barca per preparare l’impasto. Chiunque abbia un minimo di conoscenza può capire che non sia stata la cosa più facile del mondo: la mia bilancia elettronica si rifiutava di funzionare perché percepiva il movimento della barca e non si settava; non avevo modo di pesare farina e acqua quindi ho usato un quantitativo di farina basato sulla dimensione dei sacchetti (farina normale debole da supermercato) e una stima “a occhio” della quantità di acqua attraverso una bottiglia di vino da 750ml. Il tutto alla temperatura ambiente di più trenta gradi. Dopo aver lavorato e accudito la massa per un paio d’ore ho fatto i panetti distribuendoli nella varie pentole che per l’occasione G. aveva messo a disposizione, sigillandoli con buste di plastica. Tornato sulla barca la sera insieme a R. ho infornato nel piccolo forno di bordo un vassoio alla volta e, tutto sommato, il risultato non è stato per niente male. Così, tra una fetta di pizza e una birra, abbiamo parlato tutta la notte, raccontandoci dei viaggi e delle esperienze, andando a fondo nella condivisione dei nostri significati sopra la parola pirateria.

Stevenson contribuì a regalare ai posteri l’idea del pirata con la gamba di legno, la benda sull’occhio e il pappagallo sulla spalla, ma prima di tutto vi è una cultura della pirateria, abbracciata da chi vede quello stile di vita come l’alternativa migliore possibile al sistema. Perché c’è una domanda che anima certi uomini e certe donne, la quale si insinua così profondamente nell’animo da imporre scelte radicali e poco popolari. Spinge la lancetta nostre preferenze verso i confini del benessere, verso la fatica di operare, ma anche verso un’idea di libertà di cui la maggior parte delle persone non riesce a fare conoscenza, per una ragione: perché fa paura. Non un’idea sul futuro lontano, non la sicurezza economica, la necessità di imparare spesso da zero, di accantonare le proprie competenze per dei periodi, indebolire l’idea di casa, non avere la rassicurazione della routine quotidiana, internet, netflix, il divano, da una parte; dipendere da se stessi in mare aperto, scoprirsi forti e indipendenti, staccare la pressione emotiva delle relazioni che non si vogliono, prendere ciò che la natura offre, rubare, chiedere aiuto, fregarsene, sapere di poter morire. Da quando è esistitita la navigazione è esistita la pirateria, in forme più o meno aggressive, ma rimanendo – è questo a far più paura – il luogo fuori dalla mappa del cuore umano.

Tre giorni prima di lasciare la barca avevo passato una giornata su Isla Grande, neanche mezzo miglio nautico a nord di Linton Bay. Avevo camminato per tutto il giorno per tutta la lunghezza dell’Isola, attrezzata ad ospitare turisti soprattutto panamensi. In quei giorni il rapporto tra me e R. si era fatto molto più difficile e quella distanza mi faceva bene, un lungo tempo lontano dagli angusti spazi di coperta, dove non esisteva privacy, nemmeno in bagno. Tutto mi appariva come un crescendo: il nostro reciproco, progressivo allontanamento, la pulizia di interstizi sempre più sporchi usando agenti chimici sempre più forti, come fosse la chimica direttamente a parlare; la mia reazione sulle braccia sempre più acida. Sono stati giorni molto difficili per R., ma anche per me. Ogni prospettiva di navigazione era stata definitivamente annullata e mi rifugiavo nelle pagine di The Adventurer’s Handbook, di Mike Confrey, che mi raccontava delle più grandi spedizioni del XX Secolo ed io ritrovato il grande Ernest Shackleton e altri grandissimi e folli personaggi che per tutta la loro esistenza non hanno fatto altro che “prendere distanza” dal luogo ove erano nati per scoprire ciò che stava fuori dalla mappa, concependo il viaggio come uno sforzo necessario, una “via per” raggiungere la loro parte di vita mancante.

Non avevo nessuna prospettiva per l’indomani, quando mi sarei svegliato al Norita’s di Panama City. Tutto da riorganizzare. Nuove rotte da disegnare. Come ogni buon avventuriero, necessitavo del tempo adeguato a preparare i mezzi e la mente.

Mai più Paperino

Ci sono storie che non tramontano, e così i vecchi post che ne parlano. Soprattutto se i significati si annidano tra l’identità e la pelle. Dal Blog Tra I Rami.

Ho letto e riletto la storia di Zemelo e Castellani, anche con occhi particolarmente lucidi oggi, perché è stupefacente notare che Topolino continua a sfornare perle di questo livello in così poche pagine. Perché non può che essere così quando a leggersi è una storia che parla direttamente al cuore, attraverso quel prodigio narrativo che trasforma l’esperienza fantastica nell’esperienza umana, che intesse il disegno di significati adulti, portando così l’attenzione dalla storia a se stessi.

Paperino si trova per l’ennesima volta sdoppiato tra i suoi impegni personali e la vita da supereroe come Paperinik, quando sente che questo doppio ruolo sta diventando pesante da sostenere, sottraendogli energie vitali e serenità, sia nella vita normale che in quella “super”. E la trama è molto intima: la luce viene gettata sulla dimensione più interiore dell’eroe/papero, perché quello che emerge è un conflitto personale che dimostra come il carattere psicologico del personaggio sia una componente che ne arricchisce le forme. La fortuna dell’ordinario e inaffidabile Paperino però, è quella di poter contare proprio sul suo alter-ego mascherato, il quale restituisce un punto di vista esterno in cui può rispecchiarsi: le voci diventano tutte d’un tratto udibili, le arrabbiature svelano il desiderio di colmare le distanze.

Se per un momento, un giorno qualsiasi, indossassimo anche noi la maschera nera, potremmo vedere i supereroi del mondo che abitiamo: capi che si nascondono dietro cupi mantelli di cinismo mentre guardano Gotham dall’alto di un cornicione; colleghi esausti e consumati come eserciti di soldati, scudo a scudo, lama contro lama, nella battaglia contro il tempo, inginocchiati nel tramonto, pronti a risorgere nell’alba; insegne a perdita d’occhio colorare le città, come vessilli sospinti dal vento, a raccontare storie d’amore e impegno.

“Ehm… spero che non abbiate condotto una doppia vita, fingendovi un cialtrone mentre vi comportavate da gentilpapero!”

recita l’attrice dello spettacolo organizzato dalle Giovani Marmotte, che a pagina 114, in un parallelismo grafico, introduce un ulteriore livello narrativo dandoci una chiave di lettura definitiva: possiamo essere portati a credere che solo i supereroi siano degni di essere amati, arrivando a credere di poterci immaginare unicamente come tali, pensando che solo il nostro avatar rispecchi quanto possiamo essere magnifici. Ma la storia svelerà la verità del protagonista nelle vignette successive, e finalmente senza maschera capirà che è sempre stato un gentilpapero, ma ha sempre creduto di essere un cialtrone.

Paperino non è più soltanto l’alter ego di moltissimi ragazzi, ragazze, uomini e donne, qui diventa anche un personaggio che compie un passo di crescita importante: riesce a riappropriarsi del valore della sua essenza; Paperino è ciò che è, nel male – per come è sempre bistrattato a causa della sua goffaggine – ma soprattutto nel bene – per la sua generosità e purezza d’animo. Come Papernik può avvalersi di un grande arsenale per affrontare i suoi nemici, Paperino trova la sua forza nel modo di essere. La vera rivelazione allora sta nell’accorgersi di come non si è mai visto, sempre poco attento a quanto veramente fosse desiderato da coloro che ama.Forse un supereroe serve solo per raccontarci quanto preziosi siamo tutti noi; forse quello che ognuno desidera è essere il proprio personale supereroe.

Fino a metà della storia mi sono sentito risuonare dentro un “groan…” e certe volte le onomatopee sono le uniche parole in grado di esprimere uno stato d’animo. Ma nel finale è tornato Paperinik, è tornato il supereroe come solo i supereroi sanno fare, comparendo a ricordarci che non è mai scomparso, o meglio, che è sempre esistito.
Non potete dire di aver conosciuto Paperino fino in fondo se non avete letto questa storia. Topolino n° 3218.
Forse poi potrete dire di aver conosciuto meglio anche voi stessi.

Il contendente

Un mese di vita sulla barca aveva fortemente condizionato il mio fisico e, sempre più verso la fine dell’esperienza, anche la mia mente. Spendere la maggior parte del giorno e della notte in quell’ambiente ristretto aveva sortito l’effetto di stroncare la mia preparazione sportiva, facendomi sentire la mancanza delle lunghe camminate e delle corse. Come se non bastasse, mi sono trascinato sin dal primo giorno una tremenda botta, procurata nella violenta e inaspettata collisione del minolo sinistro contro il serramento d’acciaio di uno dei boccaporti. Botta che nel tempo è stata continuamente rinfrescata da successivi e, alle volte, irrisori incidenti. Nei rari momenti in cui uscivo sulla terraferma per correre, smettevo dopo qualche centinaio di metri. Passata qualche settimana avvertivo una esplicita asimmetria nella distribuzione dell’appoggio durante il cammino, dovuta alla compensazione che il mio corpo agiva all’oscuro della mia coscienza, causando dolorose fitte sotto il ginocchio sinistro.

Quasi tre settimane sono passate dal mio arrivo in città e quello che vivevo come tempo incerto e provvisorio di riorganizzazione ha finito per trasformarsi nel più utile e provvidenziale periodo di recupero e allenamento che potessi desiderare. La vicinanza degli ostelli alla bella parte di città chiamata Cinta Costera mi ha incentivato a correre e allenarmi ogni giorno sul lungomare pacifico; le numerose squadre di Ultimate e le frequenti partite improvvisate sono state lo stimolo adeguato a trattare il mio corpo nel modo migliore al fine di recuperare il pieno appoggio di entrambe le gambe, mostrando come la botta si fosse evoluta in una tendinite lungo tutta la parte esterna del piede sinistro, ormai anch’essa pienamente guarita. Ma è stato anche un tempo estremamente prezioso per riprendere a sistemare vecchi appunti e rimettere la testa negli studi che mi sono più cari, riscoprendo un vero gusto per la sveglia mattiniera e il lavoro intellettuale lungo e solitario, pure in mezzo alla confusione. La mia pelle ha apprezzato molto, guarendo le estese crostificazioni delle grattate sulla barca in meno di due giorni, soprattutto dopo aver cambiato ostello, preferendone uno in un quartiere più tranquillo.

Qui alloggiano moltissimi backpackers, giovani e meno giovani, ragazzi e ragazze in dormitori misti, dreadlocks, tatuaggi, vestiti colorati e seni scoperti, non sempre sicure doti culinarie e il piacere di presentarsi. Molti di loro amano prendersi il tempo di registrare episodi della propria vita su un diario, altri guardare puntate di One Piece dal telefono o semplicemente dormire quando più ne hanno voglia. Alcuni li ho visti giocare a ping pong nel salone, ma non ho mai avuto nessun desiderio di mettermi a impugnare una racchetta smangiata nel caldo del piano superiore. Mi limitavo a posare fugacemente lo sguardo sulle braccine di coloro che spingevano la pallina verso l’estremità opposta del tavolo in lenti archi supplicanti, per poi dimenticarmi persino del rumore che facevano, immerso nei miei appunti.

Fino a oggi. Il giorno prima della partenza per il Costa Rica. Ero ormai pronto ad uscire per il mio allenamento quando, rientrando al dormitorio per cambiarmi, ho visto la sagoma di un bambino giocare da solo, colpendo la pallina con la racchetta e correndo a riprenderla. Un’improvvisa fiammata ha risvegliato ogni fibra del mio corpo e sono improvvisamente uscito dal contesto storico. Ho percepito in lui un’aura potentissima, più forte di tutti gli altri giocatori qui in ostello, ed in me una rinata voglia di giocare. Lanciato l’asciugamano, ho raggiunto il piccolo senza neanche cambiarmi le ciabatte.
“Do you wanna play?” gli ho chiesto.
“Yes.” Ed il tic-toc della 38mm in plastica bianca accompagnava già i nostri movimenti. Lente sbracciate a transitare traiettorie incerte. All’inizio sembrava che dovessimo preoccuparci quantomeno di colpire il tavolo piuttosto che definirci abili nella pratica del tabletennis. Le racchette erano leggere e foderate di ciò che rimaneva della gomma: secchi e duri palmi puntinati, dai contorni sciolti, rilvelavano il legno del piatto, inferendo ad ogni colpo uno shock sonoro. Qualsivoglia tentativo di colpire la palla di taglio produceva un effetto appena percepibile, quando non nullo, facilmente neutralizzabile dalla medesima, inerte superficie (non) assorbente della racchetta opposta. Per diversi minuti siamo stati una collezione di impatti, una lista di lanci immolati al dio della sensibilità. Mi sembravano così lontani i giorni di allenamento con Alessandro nei saloni dell’Anspi, dove sconvolgevamo gli arredamenti per garantirci lo spazio attorno al tavolo sufficiente a sferrare colpi da tre, quattro, cinque metri di distanza, disegnando magie discendenti che non avevamo il tempo di apprezzare completamente, concetrati come eravamo a interpretare gli effetti che le nostre Stiga sapevano imprimere alle palline. Non esisteva un rimbalzo lineare nei nostri giochi, solo inconcepibili twist e asimmetriche parabole con le quali volevamo batterci a vicenda. I risultati di queli anni di allenamenti e gare ci resero due tra i migliori giocatori di tutto Povegliano ed io, oggi, ero intenzionato a giocare esprimendo tutta la mia forza, se fosse stato necessario.

Mi concentravo nel tarare il mio braccio sulla potenza adeguata a sfruttare il giro di polso, per torcere i dritti all’interno della superficie del tavolo, oppure accennavo qualche rapido destra-sinistra per saggiare la prontezza di riflessi del giovane padawan panameño. Respingevo anche le palle al volo o quelle finite a rete, mentre notavo che lui fermava quelle non valide e riprendeva con la battuta, come se stessimo giocando una partita ufficiale, ma senza la seccatura dei punti. Così ho iniziato a fare lo stesso. E abbiamo cominciato a spingere e impegnarci pur non avendo un traguardo da raggiungere, era puro gioco. D’improvviso ha fatto scivolare la pallina dalla mano sparando una battuta così bassa e veloce che il mio lento tentativo di risposta si è concluso a rete. Alla rimessa da parte mia, concesso qualche diplomatico scambio, eccolo appropriarsi della posizione spostando il piede sinistro leggermente avanti, per concludere un dritto incrociato che ha segnato la mia metà di tavolo sfuggendo alla presa della racchetta.
“You have some skills” gli ho detto.

Ci divertivamo sinceramente e lui rideva quando non riuscivo a star dietro al suo rovescio, ma anche io ridevo quando lui finiva seduto sul pavimento girato da un colpo in controtempo. A mano a mano che mi scaldavo sentivo la racchetta tornare a far parte del mio braccio, specializzandone la sensibilità e imparando le inclinazioni corrette per aumentare la forza. – E va bene, aumentiamo un po’ il livello. Non ho intenzione di risparmiarmi -. Mentre pensavo ciò focalizzavo ogni energia nella visualizzazione del colpo successivo. La suola della mia ciabatta grattava il granito polveroso alzandosi sotto al tallone mentre distribuivo il peso del mio corpo sulla parte frontale del piede comprimendo le dita, istantaneamente e senza soluzione di continuità; predisponendo la torsione del tronco e la “tsiuuu” frustata con cui ho scaraventato la pallina contro il muro “pac”.

Non avevo ancora il pieno controllo ma le nozioni imparate dalla mia memoria fisica supplivano gli anni di mancato allenamento, riconducendomi a una saggezza motoria sempre più chiara. Assumevo la posizione di fianco per rendere al meglio la potenza esplosiva delle braccia, che deve essere coadiuvata da un veloce gioco di gambe, visti i tempi estremamente ridotti tra uno scambio e l’altro. Settavo le battute sondando l’efficacia delle risposte, trovando il suo punto debole nella risposta di rovescio su colpo lungolinea. Ho iniziato a martellare una battuta dopo l’altra sempre sul suo fianco sinistro, approfittando delle inesperte risposte per scaricare la mia forza in dritti e rovesci a pioggia, con l’obiettivo di minare la sua sicurezza e inferire un gap psicologico. Chiudevo i colpi con crescente percentuale di successo.
“I have some skills too.” gli ho detto. E non stavo usando che il 50% della mia forza.

Il decenne, che forse avrà avuto al massimo undici anni, rimaneva sbalordito da quei veloci ed esplosivi colpi, per cui ha deciso di adattare la strategia impostandola su colpi incrociati a spostarmi. I molti recuperi che risputavo indietro risucchiando la pallina a pochi centimetri da terra suscitavano reale stupore in lui, che non aveva mai visto niente di simile. Nel suo ingenuo modo d’essere però non smetteva di caricare i colpi, facendomi sudare e scalfire il tavolo con la racchetta senza riuscire a salvare nessuna delle sue temibili palle corte. Capivo che la mia strategia psicologica non stava funzionando contro la sua giovane e istintiva intelligenza. Aveva rapidamente trovato un’efficace contromisura ai miei attacchi. Ho deciso allora di usare gli effetti, annullando molti dei suoi colpi d’attacco lisciando le palline come se stessi usando un pelapatate, sfruttando così la sua stessa racchetta per costringerlo a schiacciare ogni risposta a rete o a elevare la traiettoria oltre il limite sicuro del tavolo. Stavo usando una tecnica adatta a sfruttare la sua forza contro di lui. – E ora come la mettiamo? – Ben presto però anche questo è diventato inutile e ho riconosciuto quella che, tra tutte, era la sua skill più temibile:
“You are improving very fast!”
“Yes I can improve fast in the things I do.”
L’ho tenuto a bada utilizzando un’altra delle tecniche oscure: l’anticipazione. Si tratta di prevedere la traiettoria della battuta per rispondere durante il controbalzo, annullando il peso della pallina (per questo è anche chiamata tecnica dell’antimateria) e incrementando così la potenza d’impatto; in questo modo è possibile colpire al doppio della velocità ma usando la metà della forza.

I colpi lo trapassavano senza dargli il tempo di capire da dove arrivassero; era un bombardamento senza alcuna possibile difesa. Le sue armi erano più povere delle mie ma lui continuava a rimanere in piedi. Con ritrovata fede e nuove abilità batteva grandemente, facendo scivolare colpi subdoli appena al di sopra del filo dela rete. Gli scambi si susseguivano con passione. Tra la plastica delle mie ciabatte e la pelle si formava la schiumetta bianca del sudore lavorato; mi tergevo la faccia grondante con la maglia. – Che cosa? – Dall’altra parte del tavolo il bambino non sembrava nemmeno sudato! Che cosa mi sarei dovuto aspettare? Dove conservava una forza così spaventosa? La sua saggezza era già ben oltre il livello che la sua età avrebbe supposto. Il mio arsenale non era ancora completamente vuoto: ho deciso di giocare solo con battute a effetto. Ma i nostri scambi si facevano più lunghi e ben presto mi sono ritrovato a dover sprigionare oltre l’85% della mia forza. Tempo e impegni avevano definitivamente perso ogni valore nel mio pomeriggio. C’eravamo noi, la pallina e quel maledetto tavolo.

Caldo com’ero ho voluto di demarcare una volta per tutte la nostra differenza di livello. Ho deciso di giocare al 100% della mia forza. Le battute diventavano assolutamente imprevedibili; lo costringevo a corse spezzagambe da una parte all’altra del tavolo solo per condannarlo alla frustrazione di osservare la pallina arrendersi al secondo rimbalzo prima che la sua caritatevole racchetta potesse raggiungerla; piede sinistro avanti, destro indietro per accelerare la pallina e schizzarla nell’angolo opposto del tavolo e poi “hop”, veloce torsione e piede destro avanti, braccio raccolto come un’ala d’aquila a distendersi fulmineo, toccando la piccola sfera bianca con una nitro-carezza, un bacio atomico.

Il mio tempo stava volgendo al termine, non potevo mantenere quello stato di potenza per più di un certo tempo. Ero sbalordito dal quel ragazzino che, pur essendosi beccato il sordo “pok!” di uno dei miei colpi più forti sulla clavicola, riusciva ancora a reggersi in piedi, vaneggiando il proposito di imparare a respingere i miei dritti.
“Thank you very much for the game!” gli ho detto stringendogli la mano. “Tu nombre?”
“Stilyian” è quello che ho capito, senza conoscerne il corretto spelling. Ma tutto acquisiva un senso: quel nome suona molto con le parole “still young”, ancora giovane. Ed io che credevo di aver impartito una lezione a questo giovane, puro contenitore di forza, mi sono ritrovato ad apprezzare uno dei regali più preziosi: il privilegio di essere stato parte, per un breve tempo, di quel flow che sgorga direttamente dal cuore dell’esistenza. Sono sicuro che il nostro incontro era scritto tra le pagine della vita.

Report dall’epidermide

Panama, Febbraio 2020.

Questo post è particolarmente dedicato agli atopici del gruppo Dermatite atopica di facebook: in questo momento voglio stringere il focus sull’aspetto più letterale della mia atopia, che riguarda l’osservazione-ricerca continua sugli sviluppi della dermatite atopica sul mio corpo, sottoposto a cambiamenti periodici di dieta, ambiente, stimoli; sempre cercando di racchiduere la narrazione in quella che è la mia storia, al fine di far combaciare le motivazioni che mi spingono a viaggiare e testarmi e le possibili spiegazioni che il mio metodo empirico tenta di dare.

Da Luglio 2019 a Gennaio 2020 ho vissuto in Canada, che presenta condizioni atmosferiche e temperature medie minime estreme rispetto alla media italiana ma, semplificando, diciamo che nei luoghi dove ho vissuto io, nel periodo indicato, la temperatura media era di carattere invernale, con picchi minimi di -10 gradi. Al fine di descrivere l’andamento della mia pelle è importante per me considerare questo aspetto, perché avendo sempre preferito il fresco al caldo, come attitudine personale, ho notato che c’è stata un’inversione di tendenza tra i periodi in cui la dermatite mi dava sollievo da quelli di fase acuta: solo negli ultimi anni infatti, mi sentivo meglio nel periodo invernale, dove anche sudavo di meno, mentre invece per tutta la mia adolescenza era l’estate il momento in cui le mie pieghe recuperavano. Posso dire quindi che non ho mai avuto grossi episodi di prurito durante i mesi in Canada – anche se nelle lunghe giornate di lavoro mi capitava di sudare e tenermi addosso i vestiti (maglie di cotone e felpe di paille) per più giorni – e le mie giunture avevano riacquistato elasticità e morbidezza. Le eccezioni si sono verificate nell’ultimo periodo di lavoro al forno, dove ho subito diversi giorni di forte stress a causa del maldischiena e, a causa di quest’ultimo, avrei voluto andarmene anzitempo senza poterlo fare per rispettare il periodo di preavviso, con conseguente aumento di frustrazione e insofferenza.

Lo stress connesso a quei giorni mi portava a ricercare cibi ricchi di zucchero e grassi, che compensavano l’insoddisfazione di dover rimanere in una situazione quando ormai più nessuna parte di me lo desiderava. Ciò mi ha portato a grattarmi ma mai in modo rimarchevole. Gli ultimi due mesi di permanenza nel paese degli aceri invece, li ho dedicati all’affannosa ricerca di una sponsorship, ossia un lavoro in cui il datore garantisse la mia posizione al governo canadese, requisito necessario al fine di prolungare la permanenza in Canada, concludendo come guadagno solo quello in peso corporeo. Il diciassette Gennaio, scaduti i sei mesi di validità del visto, mi sono spostato a Panama City, dove ho trovato un lavoro come mozzo su una barca a vela, passando da -7 gradi del Canada a +32 appena fuori dallo sportello dell’aereo. Ho iniziato a lavorare alla sistemazione di uno schooner del 1984 e i due più significativi cambiamenti nel mio stile di hanno riguardato l’alimentazione e il livello di sudorazione. Per il gran caldo avevo perso ogni stimolo a mangiare le quantitià e le tipologie di cibo che consumavo in Canada, trovandomi molto meglio a non mangiare per evitare l’asfissiante sensazione di gonfiore e la conseguente ipersudorazione. Mentre proprio la quantità di liquidi che perdevo durante la giornata era enorme: non credo di aver mai sudato così tanto e così a lungo come qui. Inoltre la doccia si trovava nei bagni al porto, mentre noi vivevamo sulla barca, all’ancora nella baia, per cui, dovendo raggiungerla con il kayak, o tornavo e sudavo nuovamente o restavo senza lavarmi per un paio di giorni di fila.

Come se tutto questo non bastasse, con noi viveva Holly, un dolcissimo cagnolino dal pelo lungo. Nella mia storia personale le estati, fino all’età adulta, erano i periodi in cui la dermatite migliorava, mentre negli ultimi anni sembrava che il sudore, maggiore nei mesi più caldi, peggiorasse la situazione. Fino a un anno fa poi, ero allergico al pelo dei cani e le loro leccate mi facevano comparire piccoli bozzi prurigginosi nel giro di qualche minuto. La cosa è cambiata quando ho cambiato le cose e, iniziando a lavorare in fattorie e trasferendomi all’estero circa un anno e mezzo fa, piano piano ho visto diminuire la potenza di fuoco delle mie allergie e delle mie intolleranze. Holly ora mi lecca e non mi lavavo nemmeno più le mani dopo. Provando a riadattare questa specie di immunoterapia ingenua e naif, mi sono detto che avrei dovuto dare una chance ai climi tropicali, applicandomi nell’accettazione e nell’ormai scuola/guida dell’interpretazione della dermatite.

La dermatite atopica, come ogni altra malattia e disturbo, segue leggi naturali fisse e precise: lo sfogo prurigginoso è un sintomo, non è la causa. E diamo per scontato l’assunto che la causa non sia ancora certa, ma deduciamo che i sintomi devono dipendere da qualcosa. Ragione accessoria dei miei viaggi è anche l’indefessa esposizione a un continuo cambiamento, con conseguente monitoraggio delle condizioni nelle quali si manifesta la dermatite atopica, siano esse fisiche, ambientali o psicologiche. Spesso, comunque, tutte e tre assieme.

La mia personale teoria, sulla quale si basano queste ricerche, è la seguente: la dermatite atopica non è un mostro da combattere ma l’indicatore del mio benessere psico-emo-fisico. Così, tanto più mi sento bene fisicamente, rilassato, emotivamente forte, autoconsapevole e padrone delle mie scelte, tanto più la mia pelle rispecchia questo stato. La verità e che nella maggioranza delle occasioni mi è difficile mantenere un buon livello di attenzione alle dinamiche della mia realtà, perché giocano sempre i sentimenti, le relazioni, le aspettative; così è più difficile reagire prontamente cambiando la mia situazione e prendendo scelte che possono modificare le condizioni entro cui sentirmi bene. Quello che si verifica molto spesso è che io sia in ritardo nel comprendere cosa sto vivendo rispetto al tempo in cui il mio corpo manifesta i suoi sintomi verso la situtazione di disagio. In altre parole, il corpo sa sempre e lo comunica.

Oggi, dopo tre settimane di vita in barca a stretto contatto con l’aria e l’acqua salate, con sudore e vestiti non sempre puliti, ambiente di lavoro sporco, uso di diversi agenti chimici e innumerevoli attacchi di “chitras”; soggetto a un’alimentazione sana, ricca di verdure, frutta e pesce ma pasti meno regolari e non sempre abbondanti, le mie braccia sono tornate a prudere e coprirsi delle croste delle arate che do quando mi gratto. Unitamente a questi fattori ambientali, il rapporto con il capitano è stato molto difficile ed è andato deteriorandosi con il tempo e gli spazi ridotti della barca si sono rivelati non congeniali alla mia indole; la progressiva diminuzione di peso è andata di pari passo a un aumento della stanchezza generale, esacerbata dalle notti insonni a causa dei chitras, anche chiamati sandfly, minuscoli insetti voraci di sangue i cui becconi non si fanno sentire se non un giorno dopo.

Quando, come in queste ultime ore di permanenza sulla barca, l’esperienza smette di essere una scoperta, un momento di crescita e condivisione, in sintesi qualcosa che voglio fare, e tutto si trasforma in un conto alla rovescia dove il tempo pare rallentare, l’aria fermarsi e fermentare, la mia pelle bolle. Sembra come chiamarmi perché io possa aprirla e farne uscire lo sfogo che non può più rimanere dentro. Le mie personali conclusioni pertanto, sono: sicuramente posso imparare a vivere in uno stato psico-fisico in cui affrontare i momenti difficili in modo migliore; sicuramente dedicere e mettere mano al mio presente rappresenta la soluzione più immediata, sensata ed efficace al fine di modificare le condizioni che innescano il mio malessere; posso anche aggiungere che un periodo di quasi perenne sudorazione non mi aiuta, sebbene possa sembrare che un ambiente umido serva a mantenere più morbida la pelle. In ogni caso, e questa è la mia osservazione più importante, quando si manifesta un fattore di pericolo (stress, stanchezza, cibo spazzatura) si manifestano anche tutti gli altri. Il termine di paragone avverrà nei prossimo giorni: a parità di condizioni ambientali cambierò luogo e lavoro.