30 giorni senza zucchero 24 e 25

Il sole dalle finestre della bakery.

Iniziava la conturbante danza degli strusciamenti in acqua. Ogni volta che vado in piscina e nuoto lungo la fune di corsia accarezzo la gamba di qualcuno, o do involontariamente il cinque a qualcun altro, o magari sono loro a toccarmi e finisco per strozzarmi con l’acqua nel naso mentre nuoto a dorso perché il fianco di qualcuno mi interrompe la bracciata e mi agito. Anche oggi è stato così, nella piscina del Poirier Centre, con età media dei natanti alle 12:00 di circa sessant’anni, dove io abbassavo la media.

Tra ieri e oggi le braccia mi hanno dato abbastanza fastidio, particolarmente questa mattina appena sveglio, dopo sole tre ore di sonno e un certo quantitativo di pizza ingerita ieri sera, durante il laboratorio tenuto all’Italian Culture Centre. Non ho potuto dormire più di tre ore la notte scorsa: ci tenevo a stare fuori, una sera, stare con il bel gruppo che si era creato durante il laboratorio. Il Centro è un posto molto bello, seppur adornato con tutti i maggiori luoghi comuni italiani (una gondola, un carretto siciliano…) ed i frequentatori non siano italiani. Ma lo staff sì, così ieri ho conosciuto L., il bibliotecario, che come è appassionato di panificazione e libri, e mi ha dato interessanti spunti da approfondire che non conoscevo.

Il laboratorio è stato tenuto da Giuseppe Cortinovis, un pizzaiolo viaggiatore molto esperto, che ci ha mostrato e insegnato impasto e manipolazione. Tra le altre cose, una in particolare mi ha colpito molto: durante una sua esperienza di lavoro in Regno Unito, ha visto fare un trick da uno dei cuochi usando l’acrilammide, quella parte nera bruciacchiata che si forma sul cornicione, in particolare sulle bolle; romperla e grattugiarla sulle mani per dare un extra profumo alla pizza. Quando ho preso una fetta prima di capire cosa ci fosse sopra, ho sentito un chiaro profumo tartufato e il boccone mi ha attirato ancora di più. Oggi pure, dopo aver portato a casa un pane integrale dal lavoro, mordendone un pezzo ho annusato il liberarsi di un sentore di uvetta, incredibile con la morbidezza della mollica in bocca. Rimango sempre estasiato e incredulo su come sia possibile amministrare la nascita di aromi così invitanti gestendo la fermentazione degli impasti.

E per finire le salsicce. Sabato ho comprato due salsicce di tacchino e due di maiale con le mele al mercato di Granville Island. Queste ultime sono eccezionali! Nel pranzo di oggi, assieme alle salsicce, ho mangiato del pane integrale spalmato di burro autoprodotto (che ho fatto proprio appena prima di pranzo), pomodorini, minestrone di verdure, pickles, olive e uva. Mentre il pranzo di ieri non è stato un vero pasto, ma una specie di brunch a metà mattina per finire il riso e il salmone che avevo dal weekend e mantenermi leggero per la serata.

Non ho avuto particolari problemi di digestione e il fastidio, o meglio il segnale, alle braccia è durato poco, giusto questa mattina il tempo di mettermi in marcia per scendere al forno. Ma devo dire che proprio tra domenica e ieri ho avuto modo di approfondire un altro nodo spirituale, ragionando a mente nuda e ascoltando attentamente quello che mi diceva il corpo. Ho avuto modo di guardare in faccia una mia debolezza e riconoscerla, chiamarla per nome, divenirne consapevole profondamente, rinnovare ulteriormente la consapevolezza che non posso che essere umile, e fiducioso al contempo, di fronte alla mia vulnerabilità. In questo modo qualche altro ingranaggio si è sistemato e gira in un’armonia e in una complessità sempre nuove dentro di me, semplificandosi.

30 giorni senza zucchero 23

La mattina è volata via, una rasoiata. Nel pomeriggio mi sono messo in viaggio verso Fort Langley, uno dei paesi storici del Canada, risalente agli anni in cui ancora il confine era combattuto tra inglesi e americani. Gli edifici del centro sono stati ristrutturati e modernizzati, ma è facile immaginare lo stesso luogo duecento anni fa, con stivali con speroni tintinnanti lungo le verande di legno.

Sono andato alla Blacksmith Bakery, di proprietà di Stephan, che ha tenuto il corso di croissant di sabato. Mi aveva invitato per parlare di lavoro, in quanto stanno assumendo, e perché mi aveva molto intrigato con il racconto della loro pizza, che matura in un processo di tre giorni in totale. Devo dire che come lavorazione non è niente male, il problema però sta, come in tutte le pizze fuori dall’Italia, nella sapidità dei condimenti. Sia la salsa che la mozzarella non avevano quella sapidità che gli italiani sanno dare.

In questi ultimi giorni, pur avendo avuto sbalzi nell’alimentazione, la mia pelle è rimasta tranquilla. La nota va in riferimento soprattutto alle mani, che con il drastico abbassamento della temperatura esterna e il lavoro a stretto contatto con il forte calore del forno si stanno un po’ smerigliando. A livello complessivo inoltre, mi sento bene, non ho problemi nel sonno, anche se si tratta di sfruttare le ore durante il giorno per riposare; mi sento rilassato e attento.

Colazione: pane di segale con prosciutto cotto. Merenda: mele, banana. Pranzo: pizza.

30 giorni senza zucchero 22

Deve aver stemperato il sole con un pennello in queste sere, qualcuno, sciogliendolo sulle nostre teste. Ho passato molto tempo sullo Skytrain e sugli autobus oggi, diverse ore per la verità. Ma anche alcune ore camminando, dal villaggio olimpico lungo la riva di False Creek e poi a Granville Island, piccola isoletta sotto Downtown che brulica di attività e mercanzie. Il mercato pubblico soprattutto, è una vera chicca: vi sono i migliori fastfood che ho trovato finora in città e l’atmosfera è davvero elettrica e accogliente. I prezzi sono cari ma vale la pena anche solo farci un giro. Io però ho comprato delle salsicce e un paio di etti di affettati, crudo di Parma e mortadella.

Il mio piano, che sto studiando da considerevoli settimane, è quello di farmi un panino serio con la mortadella. Ieri quindi ho preparato dei buns che, purtroppo, questa notte, hanno lievitato più del previsto, in quanto prevedevo di avere un ambiente tra i 15 e i 18 gradi Celsius ma qualcuno ha acceso il riscaldamento e quindi questa mattina, la massa era un notevole pallone puzzolente di alcohol. Ho stagliato comunque e i buns che sono usciti dal forno non erano male, ma non perfetti. Aspetterò ancora un po’ per farcire un buon pane con la mortadella che ora riposa tranquilla nel mio ripiano del frigo, tra i cetrioli e il barattolo di lievito madre.

Colazione: riso integrale con piselli, noci, grana, tonno. Pranzo: salmone affumicato, birra Granville Island Brewery, buns semintegrali con salsa di formaggio di capra, pickles e hamburger.

1 giorno con zucchero

Trovo sensazionale che mentre passo giornate a incastrare orari con mezzi, macchine, gas, incidenti, fretta e stress, proprio sopra la mia testa gli stormi di oche migrino in formaione, i gabbiani galleggino nel nulla azzurro, senza far rumore, utilizzando l’aria come fluido, ad ali spiegate, e l’unico, fortissimo boato lo avverto quando mi accorgo della differenza tra il mio mondo e il loro.

Sonnecchiavo ancora, seduto sul 701, navigando tra le plaza colorate di insegne e i blocks di case basse; mamitte fumanti e luce fredda tutt’attorno. Quest’oggi ho partecipato a un laboratorio di croissant a Langley, quindi ho mangiato solo quelli, senza verdura, frutta o altro di adeguato.

S., l’executive chef e il nostro insegnante di oggi, è massiccio e vanta una discreta pancetta da carboidrato che però ne sottolinea la professionalità, al pari di un gong in una cerimonia sacra orientale. I miei colleghi venivano da tutta Vancouver e qualcuno anche da Salmon Arm. Abbiamo lavorato un impasto dalla fase delle pieghe in avanti, guardando la planetaria lavorare gli ingredienti solo una volta mentre S. preparava un foglio di pasta colorata per i croissant. Lavorare questo tipo di impasto in quattro ore mentre un processo adeguato richiederebbe almeno due giorni non è stata la cosa migliore al fine della gestione della pasta, ma il risultato finale è comunque servito a farci capire come amministrare gli step della preparazione.

L’intermezzo di oggi nel regime 30GSZ si è reso necessario ai fini della conoscenza, ma devo dire che non ho dimostrato voracità verso le pietanze che ho preparato. Il senso di mangiare senza zucchero, io credo, è soprattutto quello di riacquistare la propria indipendenza alimentare, anche di fronte ad attacchi terroristici spietati come questo.

Pranzo: pain aux chocolat, croissant, cinnamon buns.

30 giorni senza zucchero 21

C’era quest’uomo, in tuta da meccanico e sogni da pilota, con un cocomero di panza completamente sporco d’olio. In piedi di fianco al suo pick-up parzialmente smontato, appoggiato a un ricordo di tanti anni fa nel suo garage in Lebleu Street. Ed il sole delle quattro ne appiattiva i contorni rendendo quell’immobilità il dagherrotipo della nostalgia. Mentre attraversavo i platani di Mackin Park sbucando sulle sue stradine, una signora dai tratti indonesiani sussurrava una canzone in falsetto.

Mi sono focalizzato su tanti dettagli oggi, perché da un paio di giorni la mia colonna sonora è Fuori dall’hype, dei Pinguini, e senza indugiare ho semplicemente guardato ciò che mi capitava di guardare, senza riflettere, sono andato dove mi sentivo di voler andare, senza programmare troppo. Sul treno un ragazzo, che avrei detto coreano, indossava un orologio fermo sulle 12:34 e una giacca troppo larga per la sua corporatura. La signora davanti a me, piccola, stava raccolta nel cappuccio della sua felpa come una Lucia Mondella srilankese, coi piedi contenuti in due scarpini marroni dalle punte tonde e lucide, che mi ricordavano il becco delle anatre; me la immaginavo camminare a suon di “tic tic” sul cemento. Hungry and Curious? recitava una scritta sulla vetrata di un ingresso nelle vie interne di Columbia Street, ma è la mia descrizione puntuale! Per cui sono entrato in questo miscuglio di centro commerciale, palestra di ginnastica con tappeti elastici, bazar, supermercato, ristorante, Ikea ma ho solo usufruito del bagno dove, mentre mi liberavo dei liquidi, un bambino da fuori la porta mi domandava “What are you doing?” e altre domande. Così mi sono chiesto se in Canada fare la pipì non sia anch’esso un momento sociale, visto che subito dopo, uscito sul molo lungo il Fraser, ai piedi della statua del soldatino più grande del mondo, un ragazzo ubriaco si è appoggiato al parapetto e ha fatto la pipì da cinque/sei metri di altezza direttamente nel fiume. Entrato nel thrift shop sbatto contro la voce potente di un russo in giacchetta di pelle che innaffia l’altoparlante del celluare di parole e schizzi di saliva.

Ora che la giornata volge al termine guardo a ciò che è stato e penso che una cosa in comune tra i volti e gli avvenimenti di oggi ci sia: erano tutti fuori dall’hype.

Colazione: mele. Pranzo: salmone affumicato, focaccia autoprodotta, olive, pickles, pomodorini, broccoli e fagiolini, sfoglie di patate dolci, uva.

30 giorni senza zucchero 20

Da quando ora mancano dieci giorni alla fine del programma 30GSZ, mi chiedo come continuerò dopo la fine. E se ieri è stata una giornata larvale, dove le poche ore di luce rimastemi dopo il lavoro sono trascorse in casa in arrovellamenti carpiati, anche se produttivi – che non è scontato, oggi invece si è trattato di un curioso conglomerato di avvenimenti e scoperte, dialoghi, compagnia.

Ore 1:50 e i grill registrati (forse addirittura falsi, creati con dei sintetizzatori nei laboratori apple) friniscono nella mia stanzina di Coquitlam, i topolini forse socchiudono gli occhi, in un gesto che potrei interpretare come immaginaria solidarietà, e una fetta di pane di segale spezzata in due, accoglie come una coperta troppo corta la lingua di prosciutto che taglio col mio serramanico, e vuole bere, per non fermarsi nel gozzo, prima che mi lavi i denti e mi vesta nei tre minuti rimasti allo scadere del mio limite di tempo facoltativo per lasciare la casa e imboccare Alderson Street, girare a destra in Marmont e poi sempre dritto fino al mattino, fino a che il pane non diventa color della sabbia bruna e io sento i profumi di prosciutto, uvetta, olive, che naturalmente non ci sono ma se sei affamato e stai sfornando pane caldo qualche allucinazione al tuo cervello gliela concedi, e ne sei pure contento e intanto, mentre scrivo, la gente qua nella sera di Halloween scoppia i botti come a capodanno e io mi chiedo se smetteranno da qui a mezz’ora, quando programmo di andare a dormire, anche se non ci credo molto, come non credevo di poter finire il pane per le dieci e venti, ma così è e me ne esco percorrendo la strada attraverso Mackin Park con il nuovo cd dei Pinguini e un sole stranamente ancora caldo mi abbronza il braccio destro attraverso il vetro della cucina, mentre impasto un 80% di farina Caputo trovata in un deli italiano e un altro 70% di farina canadese e mi accordo con D. per andare a visitare la Spaccanapoli, una buona pizzeria napoletana a Port Moody, con sedie comode, un forno a legna e seduti si sta benissimo, così mi scotto la lingua con le pizzelle fritte e parte Gli anni, e con questo sottofondo sto proprio bene a parlare con D., a mangiare pizza fatta bene con quell’effetto che ti fanno le canzoni legate ai momenti della tua vita, momenti come ieri, mentre salivo da Marmont Street e ascoltavo le hit dei Red Hot Chili Peppers, quando è partita Under the Bridge e solo al primo accordo ho sentito un lungo brivido partire dai polsi e affondare nella schiena, uno smuoversi dentro di roba e mi sono divertito a cantare per chiunque mi stesse ascoltando, così mi alzo e vado dai pizzaioli a chiedere se abbiano bisogno di un aiuto il sabato, mi rendo disponibile, ma ci dobbiamo risentire e così ripartiamo e D. mi porta al Costco, una specie di grande magazzino di stampo USA dove sembra di ritrovarsi dentro un bunker antiatomico: derrate di cibo e qualsiasi cosa possiate aver bisogno su mega scaffali alti metri, dentifricio in confezioni minime di cinque tubetti, succhi di frutta da 30 bricks e, soprattutto, ormai naufragati nell’apoteosi del consumismo, determinati ad entrate per una semplice visita, ce ne usciamo con una delle più strane spese che abbia avuto bisogno di fare: pacchetto da quattro paia di calze di lana 72% merinos, sacchetto di funghi shiitake rivisitati come patatine (incredibile mangiare funghi che crcchiano come patatine ma che conservano la sensazione di viscidume dei funghi), scatoletta di cracker di semi al miele, confezione da 300 capsule di Ibuprofene da 400mg, scatola di pannolini per bimbi e il tutto mentre i pazzi dei vicini all’angolo opposto della nostra via sparano fuochi e inondano il giardino di fumogeni e il libro Le Pain de l’homme, di Berarnd Dupaigne brilla disteso sul letto sotto la finestra e J. cuoce il macinato di carne con verdure, i miei occhi si chiudono piano piano e le ore alla sveglia di assottigliano, ma da qualche altra parte nel mondo, che non è troppo lontana, qualche grillo digitale sta già cantando.

Colazione: pane di segale e prosciutto. Merenda: mele e banana. Pranzo: fragole e uva. Cena: pizza con birra.

30 giorni senza zucchero 19

Lo skyline della collina del Surrey, in questi tramonti rossi d’Ottobre, taglia fuori tutto il mondo ulteriore; ti convince che oltre di esso non vi sia più nulla e puoi stare lì a guardarlo fino a mescolarsi alla notte, catturato dalla promessa di un inesplorato. Wondering about planet Mars and his lands… terre desolate di una desolazione così naturale e lontana, distaccata, potente, completamente al di fuori della portata di ogni uomo… terre inviolate se non dal vento.

In questi ultimi due giorni ho avuto modo di pensare molto a me verso gli altri. Al modo in cui la mia mente stravolge l’immagine di se stessa e fa sbilanciare il focus all’esterno, al giudizio altrui, al bisogno di non rimanere da solo. Convengo che dev’esserci un che di naturale in questo, vivendo da solo e facendo fatica a vivere i tempi sociali a causa dei miei orari di lavoro. Ma la mia pelle cambia quando cambio il focus: e se prendo atto di ciò, se anche rimango in casa ma facendo compagnia al me nostalgico, non è la situazione che cambia, né quello che provo, ma inaspettatamente cambia tutto. Così lo sguardo passa da quel punto indefinito fuori dalla finestra alla lista delle priorità; dall’immagine di me a me.

E’ come mangiare lo zucchero, una volta assuefatti, smettere non solo diventa difficile ma non è nemmeno qualcosa che si possa pensare fattibile, semplicemente perché fa parte del solido strato di certezze che compongono la quotidianità.

Colazione: pane di segale con prosciutto. Merenda: mele e banana. Pranzo: broccoli, fagiolini e pollo; salsa olandese, pickles, olive, sfoglie di patate dolci, uva.

30 giorni senza zucchero 18

Questa mattina sono uscito dal lavoro prima delle 8:00, che è una cosa sensazionale. Non che sia completamente contento, visto che mi pagano a ore, ma lo ero abbastanza da non voler rimenere chiuso nello stabilimento più del tempo dovuto. Oltre la gobba della discarica il giorno nasceva e O. era uscito dall’ingresso urlando il mio nome prima che fossi troppo lontano per sentirlo. Nella sua visione, la mia permanenza in Canada sarebbe preziosa ma io, in quella bella luce del mattino, respirando l’aria fresca, constatavo che più le cose sembrano mettersi per il meglio, più cioè una certa calma cosmica sembra volersi sedere con me sul divano e abbracciarmi stretto, e peggio mi sento. Immagino sia il motivo per cui ho scelto di venire a vivere in città; immagino sia il significato del tragitto compiuto finora, l’arrivo attuale indicato dal mio sentire: misurarmi in questo contesto.

Non credo di poter fare altrimenti. La mappa sul mio corpo parla chiaro, perché nelle ultime settimane è come se avessi provato a intraprendere diverse strade, nessuna delle quali conosciuta a priori, e per ognuna di esse, ad un certo punto, la pelle ha espresso il proprio verdetto di inadeguatezza. Il corpo è onesto, se il luogo, il momento e le persone in cui mi trovo nel mio “qui e ora” sono quelle giuste, non ha niente da ridire. Se qualcosa non va, posso iniziare a grattare con furore. Per cui dopo queste prime due settimane di sensibilizzazione allo zucchero (che è sicuramente il primo risultato che si ottiene), comprendo che diventi inutile tornare di nuovo a cercare gratificazione nel cibo durante i momenti difficili, durante gli spostamenti in pullman in pomeriggi stanchi e solitari.

Eppure, anche se certi giorni sono pennellate di nostalgia, possiedo sempre una visione generale per la quale mi vedo incline a fissare i nuovi punti di inizio per il mio lavoro spirituale. Dopo i mesi passati nei Pirenei avrei voluto poter vivere in città con la stessa pacatezza ed armonia che ho potuto conoscere nei remoti paesi di montagna continentale; andare ogni giorno a lavoro, svegliandomi molto presto, ripetendo le stesse cose all’infinito, affrontando i problemi della quotidianità con fiducia e spirito critico. E lo sto facendo.

E poi ci sono io. Io che mi guardo negli occhi cercando me stesso e, trovandomi, dico: alright. Sono momenti in cui le canzoni, YouTube, le informazioni, la velocità, le tecnologie, gli affari, la stanchezza, i sapori, i problemi, il prurito, le ragioni, gli altri, vengono riconsegnati al loro piano di realtà, messi un poco fuori dalla finestra a scolare, mentre chiudo gli occhi e assaporo ciò che rimane, l’essenza filtrata tra le dita delle mie mani, e il cuore si placa, si distende e si alliscia come un impasto maneggiato sapientemente.

Un morbido soriano cercava le mie dita attraverso le sbarre della gabbietta e si rotoloava spalmando il muso contro di esse. Lo accarezzavo sul collo, sulla testolina, ovunque potessi raggiungerlo oltre lo sportello. Sembrava in buona salute e sono sicuro che le ragazze dell’Animal Shelter di Coquitlam sappiano il fatto loro. Mi sarebbe solo piaciuto poter fare un po’ di volontariato lì, ma da qualche tempo non accettano più volontari. Per questo mi hanno dato un foglio con riportati tutti i contatti delle strutture che invece accolgono volontari. Ho molta voglia di tuffare le mie mani nel pelo di qualche cane o gatto, con i quali avevo un rapporto quotidiano nei ranch dove lavoravo. Mi manca molto. Questo e le montagne, che sembravano ritagliate nel crepuscolo oltre le colline della città di oggi pomeriggio. Non sono più che un quadro attaccato alla parete, che è la cosa che mi spaventa di più.

Colazione: pane di segale con prosciutto. Pranzo: fagiolini e broccoli lessati, pollo, pomodorini, olive, burro d’arachidi, focaccia autoprodotta, uva.

30 giorni senza zucchero 17

C., la ragazza che lavora nello shop del forno, è venuta in reparto produzione a dirmi “Questi sono di sabato e non li posso vendere, potete portarli a casa.” Mi stava cogliendo un principio di iperventilazione vedendo i quattro sacchetti pieni di croissant, pain aux chocolat, pain aux raisins…

Nelle successive cinque ore, chino sulla mia pala ad infornare, ho molto meditato sulla decisione che avrei preso riguardo il destino di quelle pietanze. Un sacchetto è partito con me e non c’è mica tanto da girarci intorno: me li sono mangiati. Uno per sorte. Erano un po’ stantii ma avevano ancora il loro perché, soprattutto pociati in un bicchiere di latte. Non ho nulla da aggiungere. Niente domande grazie, non rilascio interviste.

Ancora una volta, la combinazione cibo+gratis ha avuto la meglio. Credo che mai, nei decenni di sfide passate, vi sia stato un avversario tanto temibile e subdolo come quello di oggi. Ma è ovvio, più alzo la l’asticella e più ostiche si fanno le battaglie. Anche se, risconosco, non vorrei si trattasse di battaglie, di combattimenti, di opposizioni. Vorrei poter scivolare attraverso ognuna di queste situazioni, guardarla dal finestrino mentre continuo a interessarmi di ciò che lo spirito mi consiglia, senza troppo dover dar bado a quel richiamo. Diciamo che questa tentazione sta a me come le sirene stanno a Ulisse. Non sono ancora pronto, molto lavoro ancora si richiede.

Inoltre, era molto più facile evitare di consumare i panificati che produco a casa quando questi non venivano; ma ora che sto mettendo a punto le ricette giuste per il tipo di forno (parola grossa per definirlo) che abbiamo qui, anche questo diventerà un altro punto importante a cui fare attenzione.

Colazione: pane di segale con prosciutto. Merenda al lavoro: mele, banana. Pranzo: pane autoprodotto, salmone affumicato, croissant, yogurt greco, pickles, olive, pomodorini, latte.

30 giorni senza zucchero 16

Correvano a perdere il fiato, lanciando nel vento la terra che vibrava, fianco a fianco in un unico spasmo collettivo. Perché anche se montano selle di colore diverso, anche se i loro fantini gareggiano per vincere, loro corrono e basta. Attualmente, gli sport equestri sono le uniche attività nei quali l’animale sembra godere di più considerazione dell’uomo. Una rivincita inutile per la brutalità della sfida.

Per la prima volta sono stato a vedere le corse dei cavalli, con C. e i ragazzi giapponesi. Subito mi sono visto Charles Bukowski aggirarsi attorno ai bookmakers reggendo una birra. Devo fare altrettanto! Così ho scommesso 5 dollari su Jack Don’t Drink, numero 1 della prima gara.

Mentre aspettavo la partenza appoggiato al recinto lungo la pista, un pensiero piccolo piccolo ma molto subdolo mi è entrato in testa: ero convinto che siccome il cavallo su cui avevo puntato aveva le probabilità più alte di vittoria, se avessi scommesso cento dollari nei avrei vinti quattrocento. E l’ho pensato così, senza volerlo, è emerso da qualche substrato cerebrale adibito a promuovere la dipendenza dal gioco d’azzardo.

I cancelli si sono aperti senza che me ne accorgessi e in pochi secondi erano già passati, svaniti oltre la curva, elettrizzati dai frustini con le narici divaricate a succhiare aria. Jack Don’t Drink guidava a metà percorso ma dalle retrovie il numero 4 di Dakati si faceva avanti e rosicchiava centimetri. Scomparsi dietro la baracca situata al centro del campo diventavano solo un flebile tremore, ma all’improvviso eccoli sbucare, nere frecce slanciate, e infilare la curva finale, inarrestabili eppure controllati dai piccoli uomini dipinti sulle loro schiene. Pura apnea il rettilineo finale, negli occhi pazzi dei cavalli e in quelli degli spettatori con i biglietti in mano, pazzi anch’essi di un’estasi infinitesimale. Dakati taglia il traguardo davanti a Jack ed io non mi esimo dal prendere il mio biglietto e strapparlo a platealmente a metà.

Dopo la corsa mi sono sentito strano. Vederli correre, sentirli dentro, mi ha scatenato un mescolio di emozioni contrapposte e simultanee. Come se tutto quello spettacolo, la grandiosità del velodromo, l’atmosfera di eccezionalità fossero grandiose, ma in fondo ci fosse qualcosa di semplicemente non buono.

C. Ha sentito lo stesso e il suo sentire ha qualcosa di potente, di antico. Su tre corse ha azzeccato tre volte il vincitore e poi abbiamo parlato, di come anche io stia cercando di allenare la mia percettività e di come lei vi stia riuscendo. Sentire col corpo significa andare quando il corpo ti chiama verso qualcosa. Ma è un momento molto breve, se lo perdi è andato per sempre.

Ci siamo salutati alla stazione della 29esima strada e poi ho proseguito fino alla costa sud ovest della città, per visitare la Southland Heritage Farm e i suoi cavalli. E sebbene abbia speso circa tre ore tra andata e ritorno, sono contento di esserci andato. Ma non ho accarezzato i cavalli. Non si avvicinavano. Quasi non si muovevano. Parevano esausti della presenza dell’uomo. Così dopo qualche minuto dal mio arrivo sono ripartito.

Ho scritto il resoconto di oggi seduto sul pullman, mentre il telefono mi sobbalzava tra le mani nei tratti più movimentati e l’afrore del mio vicino di posto mi ricordava tanto l’odore dei cavalli. Mi manca l’odore della stalla, del pelo sudato, mi manca anche l’odore della merda, che è stata la prima vera cosa con cui facendo la pace ho iniziato a guarire.

Colazione: fette di pane autoprodotto con uova e prosciutto. Pranzo: bistecca con salsa di funghi, uova strapazzate, frutta.