Scoregge

Devo ammetterlo. Per un giorno o due, espellere quantità d’aria dai vaghi sentori agliotici e broccolitici, mi piace. Una vellutata di cipolle e broccoli, una crema da spalmare all’aglio e qualche fetta di piadina allo strutto di maiale costarricense hanno irritato il mio intestino come una bidella interpellata mentre legge TVSorrisi. Ma qui, in questa piccola capanna d’assi e lamiera, con l’aria mitigata da un vecchio ventilatore, scoreggio. Di sera in particolare, seduto interrogando lo schermo del portatile, mandando messaggi ad ignari destinatari. Lontano da tutto e da tutti. Se fossi un supereroe, il gas sarebbe il mantello in cui avvolgermi nella notte.

Non mi immagino come sarebbe salire in queste condizioni sull’aereo che domenica prossima mi riporterà in Italia. Certo un po’ forte come misura di distanziamento fisico, ma efficace. Ed in questo periodo strano di quarantene, dove le persone riscoprono la passione dei panificati e, nel bene e nel male, il peso e l’importanza dell’attesa, mi considero un piccolo gioiello ambulante, una botticella attiva, creando piccole fermentazioni viscerali, ad opera di batteri e lieviti che chiamano il mio intestino “casa”.

Ma è solo l’epilogo dei due mesi costarricensi, nei quali il calore e l’umidità, il sudore e lo stress adattivo hanno operato congiuntamente sulla mia pelle. Dopo quasi due anni ho riavuto accese crostificazioni su gomiti e ginocchia, davanti e dietro. Notti prurigginose, estasi momentanee nel grattarmi, vere e proprie scariche d’endorfine. Intestino e dermatite sono molto collegati, amanti silenziosi e clandestini che sanno essere coerenti come pazzi in un mondo di sani.

Sono tornato all’acqua, al mare, al sale dopo settimane in cui vi sono stato lontano, quasi dimenticandolo, sopportando il bruciore nelle ferite. Mi è sembrato di vedere un tramonto per la prima volta volgendo lo sguardo allo scoglio di playa Cocles morire nella bruma del vespro. La lisca di una palma altissima nel cielo era un sottile capillare nella sclera notturna indistinta di colline, giungla e case. L’atmosfera risuonava di quella luce, calda ma non che cuoce la pelle, che filtra invece direttamente dentro, che certe volte s’infonde coi magoni e condensa in lacrime o, altre ancora, scioglie lo spirito nel miele e sembra di respirare coi polmoni collegati all’universo. Me ne stavo là, nelle risacche violente che scavavano la battigia, con le mani alte tese verso la luna, ballando tra le spinte delle onde un lento adorante.

I granchi blu Cardisoma Guanhumi vogliono attraversare la darsena, lasciare le loro tane nella terra per affidare le uova all’acqua. Si ritrovano in gruppetti di sette, otto, dieci esemplari per volta, insicuri e guardinghi sulla superficie sconosciuta d’asfalto, quasi come a formare catene per comunicarsi il via libera, sotto tiro in una trincea nel fuoco nemico di auto ineluttabili. Passando in bici sento qualche crack distorto e qualcosa mi si attorciglia dentro.

Lara un giorno ne ha scovato uno, un possente granchio blu di terra, proprio vicino alle nostre cabine. Se ne stava nascosto sotto l’anta cadente di un vecchio cancello appoggiata alla recinzione che separa il nostro cortile dal resto dei bungalow. Un esemplare maestoso, grande la metà di Lara, con la chela sinistra smisuratamente maggiore della destra, che teneva avanti, interponendola tra sé e il mondo. Guardavo la luna e sentivo farsi largo dentro di me la distanza che mi separava da essa, interiorizzavo che quel pianeta era completamente aperto su di me, che ero nudo di fronte alla massa dello spazio. Mi rimettevo alle leggi della creazione e nulla che avessi realizzato o conquistato, guadagnato o perduto, esisteva più in quel momento. Per un granchio del Costa Rica un cagnolino rappresenta l’universo, l’emanazione della creazione, la sintesi del suo destino. Dal suo punto di vista un uomo è qualcosa di persino ulteriore, un’entità che, a differenza di ogni altra, sa esercitare una forza divina, così smisurata e fuori della sua comprensione da far passare i granchi inosservati, una seccatura lungo la strada.

Escono così i granchi, dalle loro tane che scavano e riscavano ogni volta che i passi di qualcuno ne fanno crollare l’entrata. Guardando alle minacce del mondo senza poter contare su nessuno se non loro stessi, mettendo sulla bilancia dell’esistenza la propria vita ogni istante, incrociando la strada con esseri talmente forti da farli apparire sorprendentemente vulnerabili. Infine, in tutto ciò, nascendo e morendo senza che nessuno mai abbia saputo che esistessero.

Chiamatemi flatus per questa sera, vento. Mi prendo la libertà e il lusso di filosofeggiare sul tempo tra una scoreggia e l’altra: se il presente fosse ricco, soddisfacente, pieno, attraente, forse non ci sarebbe la nostalgia verso il passato. Rimarrebbe una gioia leggera e un senso di gratitudine per ciò che è stato, la voglia di ricordare per sorridere perché perdersi nel presente è un atto d’amore verso se stessi e verso la vita, che può essere tale solo in un presente sostanzioso. Certe volte la pioggia batte così forte sul sottile tetto di lamiera da rendere impossibile l’ascolto. S. mette alcune ciotole sul pavimento di assi per raccogliere l’acqua che cade dalle infiltrazioni. Si va dai cavalli accompagnati dal mare; serrande abbassate e finestre chiuse come mani raccolte lungo l’avenida central. L’aria satura che trattiene l’odore dell’acqua e del cibo cotto. Le matttine si scaldano in fretta e si diventa parte del giorno senza sentire l’incombenza di quelli successivi, senza dover trainare il peso di quelli precedenti. Piano piano avvicinarsi al tempo dei cavalli, accarezzarli senza toccarli, per decidere insieme il contatto.

L’estasi di un giorno da granchi è quello che qui chiamano pura vida.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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