Fratello, dove sei?

Straniero, se tu passando mi incontri e desideri parlare con me, perché non dovresti parlarmi? E perché io non dovrei parlare con te?

Walt Whitman scriveva questi versi nel suo Foglie d’Erba e così, ad una prima occhiata, non sembrerebbero neanche parte di una poesia. Perché a volte la poesia è così, non sembra tale, occorre fermarsi sulle parole, prendersi del tempo – soprattutto quando non si può – e pensare a cosa quelle parole vogliono dire per noi.

Lo “straniero” sono stato io negli ultimi due anni, in diversi Stati, nei quali parlavo la lingua a malapena, sbagliavo i compiti che mi venivano assegnati, faticavo nelle interazioni sociali. Passavo insomma, non avevo stabilito la mia residenza in nessuno dei luoghi in cui ho vissuto. Da quando lessi queste righe la prima volta sono passati diversi anni e da allora non ho mai trovato una risposta sensata a questa domanda. Se sento il desiderio di parlare con qualcuno, di raccontare, di chiedere, se questo moto interiore è parte di me, risultato del mio sentire, negarlo significherebbe non rispettare me stesso. Ma il punto fondamentale è che il contesto non è importante, non si tratta di incoraggiare lo slancio sociale solo perché si va all’estero.

G. mi accompagnava a casa dall’aeroporto e parlavamo come si fa tra chi si conosca sul treno, o sull’autobus, sconosciuti che condividono un breve tempo insieme. Quasi stranieri. E come succede in quei casi di rapida condivisione, si trovano punti in comune sui quali raccontarsi, si ha voglia di sapere come l’altro si sia comportato, si sia sentito in circostanze simili alle nostre, da discorsi molto normali può scaturire la sintesi di anni di esperienze proprio mentre si parla assonnati di cose superficiali.

“Parlando con la gente di altri paesi loro ci vedono come un popolo disunito, sempre pronti a farci la guerra tra di noi, la guerra dei poveri”, mi diceva. A quelle parole ci sono rimasto un attimo, perché le capivo terribilmente. Capivo il punto di vista delle persone che G. aveva conosciuto e capivo come si era sentito lui sentendosi dire quelle cose in quanto italiano. Mi sono sentito molto triste in quel momento, impotente. Responsabile. Ma anche tanto affezionato alla mia gente e poi a tutta la gente. Perché sebbene la teoria dica che siamo tutti fratelli a questo mondo, la pratica suggerisce altro.

Viviamo nel dilemma di non saper più riconoscere l’amore e questo ci porta a non saper più riconoscere noi stessi né le cose che di cui abbiamo bisogno, che non sempre corrispondono a quelle che vogliamo. Non abbiamo bisogno di lanciare invettive su internet o di appioppare colpe a terzi per le disgrazie del mondo; non c’è bisogno di sovrastare le opinioni altrui, di vincere sempre, di decidere della sorte delle persone; nessuno ha bisogno di giudizi di alcun tipo. Ma sembra che guardare in una direzione diversa da tutto ciò ci lasci in panne, inchiodati al nulla senza sapere che direzione prendere. Il dilemma.

Ogni dilemma ha una soluzione nella pratica, al di fuori dei pensieri. Nessuno può vivere, credere, appartenere, se prima non riconosce di cosa ha bisogno la sua natura per vivere, credere e appartenere. Questa ricerca è del tutto scollegata dai destini delle altre persone, è il primo atto d’amore verso noi stessi, spelacchiati naufraghi tra i marosi dei media, delle religioni e dei sensi di colpa, del possesso e della stasi.

Com’è una relazione tra persone che non hanno paura di perdersi? Che sensazione dà l’apertura verso uno straniero che ci ricompensi con altrettanto calore? Che cosa si prova a vivere nel proprio paese, nel proprio quartiere, sapendo che nessuno è invidioso, nessuno ti teme e non temi nessuno, che quando sorridi stai apportando il valore più basilare alla società in cui vivi?

Com’è vivere sapendo che tutto questo dipende da come pensi tu e non dagli altri?

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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