30 giorni senza zucchero 1

La mappa sul mio corpo è molto chiara. Gli eczemi mi conducono alla semplice verità che non ho problemi a decifrare, ma che è così difficile da comprendere. All’interno del percorso di vita che sto facendo è naturale e scontato trovarsi, prima o dopo, a dover agire sui fattori concreti che incidono sul mantenimento e sulla cura dell’organismo. Primo fra tutti il cibo. Per me però, finora, non è stato il primo.

Derivo da un’educazione e una cultura nelle quali il cibo è considerato un oggetto sociale, un qualcosa di religioso. Il pane e il vino, la carne e il sangue di Cristo. Non esiste nulla che venga considerato in modo così alto e viscerale al tempo stesso, così essenziale e penetrante. Ma dal momento in cui ho deciso di provvedere personalmente alla mia cura spirituale, necessito di disgregare tutto ciò che di più pericoloso costituisce la nostra realtà: la scontatezza.

La prima cosa scontata è che, per quanto io ne scriva puntando il dito, la scelta è mia. Ma mi impaurisce. Tradotto in parole povere: mangio di merda ma cerco sempre scuse per continuare. Scontato no? Ma non trovo nemmeno giusto prendermela con me stesso. Ogni persona ha tempi e modi diversi. Non solo, ma quel discorso che riguarda il cibo come oggetto sociale e religioso funge anche da potente leva sulle nostre abitudini, sulle nostre decisioni e sulle nostre paure. Come poter dire di essere veramente liberi se ci è stato insegnato solo un modo di pensare?

Per quanto riguarda me, trovarmi in Canada, ora, con lo stile di vita che faccio e poter condividere qui i miei pensieri, rappresenta un momento adatto a sviluppare nuove visioni di me. Vorrei rendere pubblico ciò che mi spaventa, perché mi sembra un modo adatto al mio “qui e ora” per dare un forma a ciò che non conosco, e perché mi può aiutare.

Da quando cerco di fare quello che non ho mai fatto per avere quello che non ho mai avuto, l’idea di eliminare i cibi dannosi dalla mia dieta è sempre stata presente dentro di me. Ho passato anni a provare diete diverse, cicli di cibi vari, ma sono sempre tornato al punto di partenza. Era come se lo sforzo fosse troppo grande, come se avessi bisogno di tutto quello di cui non potevo fare a meno.

Su internet ci sono molte persone che hanno affrontato i “30 giorni senza zucchero” ed io vorrei fare altrettanto. Mi stimola poter sapere come mi potrei sentire non avendo più craving da dolci, essere meno dipendente dal cibo dannoso, scoprire gli effetti sulla mia pelle, sul mio intestino, sul mio essere presente.

Oggi è il giorno 1. Ho fatto una cosa terribile per iniziarlo. Ho svuotato nel cestino un vasetto di maionese. Quelli che mi conoscono sanno cosa può voler dire una cosa del genere per me. E’ tipo un prete che bestemmia durante la consacrazione, o il suicidio rituale giapponese; è tipo sedersi in curva dell’Inter con la maglia del Milan. Così magari non sembrerà niente di particolare, ma l’ho sentito come svuotare qualcosa di interiore. Il brivido che mi ha percorso la schiena non è stato causato dal mio amore per la maionese, ma dalla mia convinzione che il cibo è sacro e non deve essere sprecato. E’ un messaggio che ho lanciato al me stesso profondo, quello più selvatico e istintivo. E da come mi sento ora credo sia veramente arrivato.

Il mio stile di vita, da quando abito a Vancouver, è un po’ strano e se da una parte può aiutarmi, dall’altra mi sottopone a sforzi fisici e mentali non da poco. Lavoro come fornaio e il mio turno inizia alle 2:30 del mattino. Per le otto, nove ore successive inforno pale da quindici chili di pane in un forno a platea di cinque piani, fino alla fine del pane quotidiano. Torno a casa e non vedo le sere, andando a letto tra le 19:00 e le 20:00. Questo fa in modo che io eviti accuratamente molte occasioni sociali, facilitandomi nel dover scegliere ogni volta di non mangiare cibi squisiti e, soprattutto, gratis (per me la gratuitià del cibo è il miglior condimento), ed ho il tempo di cucinare e preparare la roba che mangio. Ma dall’altro lato è estremamente provante a livello fisico e l’alimentazione necessità di essere estremamente ben bilanciata.

Non so bene cosa aspettarmi eliminando gli zuccheri, non so se dopo questo mese ne mangerò ancora oppure no, ma sicuramente so che starò di merda per i prossimi giorni.

Consultando i vari documenti sulle diverse esperienze dei 30GSZ (30 giorni senza zucchero #30GSZ), è possibile notare che questo regime è stato interpretato in modo diverso da ognuno: per cui per alcuni si potevano mangiare carboidrati e latticini, per altri non si potevano mangiare invece miele e frutta, per altri ancora invece non si mangiavano carboidrati ma si frutta e frutta secca. Io ho deciso di utilizzare il metodo presentato in questo video, un po’ perché mi sembra il più ben fatto a livello di preparazione e conduzione dello studio, un po’ perché, per la mia condizione fisica, mi sento di voler e di dover preferire una dieta senza carboidrati da farinacei. Inoltre c’è anche questo fatto che, mentre il pane e il vino sono produzioni, lavorazioni di ingredienti naturali, la carne e il sangue, le originarie fonti di cibo, non lo sono. Come se nei secoli fosse stata costruita un’alimentazione fisica e spiriturale, sostituendo quella originaria.

Ma come ho detto, lavoro in un panificio. Ogni giorno qualcuno dei miei colleghi mi offre qualcosa. Sarà ancora più difficile. Utilizzare il blog per documentare il mio percorso è qualcosa che sento potrà aiutarmi a mantenere la direzione quando sarò troppo annebbiato e stanco.

Stamattina mi sono svegliato grattandomi il braccio. Nell’ultimo mese la dermatite è tornata in modo abbastanza amichevole, ma comunque fastiosa. Dopo questa prima giornata ho come un feedback dal mio corpo che sembra dirmi “Oh che cazzo fai? Dammi la roba!”, come se ci fosse rimasto male. Mi sono grattato abbastanza tutto il giorno, probabilmente è l’effetto del gelato e delle ultime grassate che ho mangiato l’altro ieri.

A pranzo: minestrone (olio, sale, cipolle, carote, patate, cavolfiore, porro, pomodorini) e tortilla con yogurt greco e cetriolo. A cena: wrap di pollo e verdure.

Dermatite atopica: il viaggio – pt. 3

Mi affascina molto il nomadismo, per cui sto cercando di saperne di più, anche praticandolo un po’. A metà tra la ricerca sociologica sul campo e la narrativa geografica, l’esperienza di studio che sto portando avanti vuole descrivere e approfondire l’impatto di specifiche “condizioni di variabilità”, le chiamo così, sulla mia personale cosmologia. Come le scelte di vita cioè, particolarmente grandi e operanti nel lungo termine, modificano il nostro modo di essere e di pensare in molteplici ambiti: culturale, religioso, psicologico.

Con condizione di variabilità intendo una specifica situazione o tendenza entro la quale un soggetto agisce e modella la propria realtà in funzione della realizzazione delle proprie aspettative. Questo concerne i processi decisionali, relazionali e mentali. Si pensi all’idea di stabilità: un soggetto può programmare obiettivi, personali e lavorativi, in funzione del raggiungimento di una condizione di stabilità adatta e definibile dal soggetto stesso. A livello descrittivo occorre però precisare, al fine di chiarire il significato dell’oggetto d’indagine, che il termine stabilità rappresenta solamente una tra le condizioni di variabilità. Esse sono molteplici, diversamente preferibili e soggettivamente consapevolizzabili.

In pratica, stabilità e instabilità, sono allo stesso modo condizioni di variabilità. Sono entrambe “scelte di vita” potremmo dire. E’ qui che punto la mia lente e voglio cercare: è possibile preferire un orizzonte di instabilità e provvisorietà nella propria vita ad un percorso di stabilità e sedentarietà? In che modo la realtà muta o, meglio, in che modo il soggetto muta nei confronti della realtà? Quali risorse vengono attivate? Allora per rispondere a queste domande devo per forza entrare nel pratico della ricerca: è necessario creare e preferire specifiche condizioni di variabilità, nel mio caso provvisorietà e instabilità. Sento che questo processo interiore, di mutamento spirituale e culturale, mi richiede il massimo sforzo nella consapevolizzazione, al fine di poterlo rintracciare e descrivere.

Trasformo allora esperienze usuali in strumenti di ricerca: il viaggio, il lavoro, lo studio di una lingua, l’esposizione a una differente cultura; smettono di essere l’obiettivo dell’esperienza e diventano strumenti al suo servizio, pronti ad essere cambiati. Tale processo di cambiamento propelle se stesso e, quale risultato implicito, inevitabilmente mi costringe a richiamare risorse personali ed esterne nuove o poco considerate in precedenza.

Questo sistema rappresenta la mia personale cura spirituale. La cosa più interessante in assoluto però è registrare che al mutare interiore muta anche il corpo con le sue reazioni.

Atlante

Ora mi diverto molto a prendere l’atlante e guardare i luoghi, scorrere sui confini, soffermarmi sulle fotografie e contemporaneamente ricercare informazioni su internet.

Piaceva molto farlo anche a mia madre, che mi diceva: “Ogni tanto prendo fuori l’atlante e guardo i posti”. Adesso li cerca anche lei su internet, soprattutto i posti dove vado io.

Questa attività mi piace così tanto che inizio a pensarci già dal mattino, mentre lavoro nelle ore buie e silenziose, quando tutte le forme di pane sono immobili nella cella frigorifera. Penso che vorrei sedermi al tavolo della biblioteca di Coquitlam davanti al pesante Atlas della Oxford, con tutte le sue nitide e affascinanti foto delle città del mondo ritratte dal satellite, in ognuna delle quali scorre un fiume. E ciascuna di esse si apre a macchia sulla terra, piena di venuzze come una foglia, come una zona eczematica in confronto ai brillanti colori della terra vergine. Vale la pena spendere quarantacinque minuti di bus e Skytrain per raggiungerla.

Leggere di luoghi che non ho mai sentito mi riempie di stupore e alimenta la mia curiosità. Finisco la punta della matita dell’ikea e il ragazzo seduto accanto a me mi presta una micromina. Resto fermo per quasi tutto il tempo su una sola foto, grande, occupa due pagine intere: è la veduta aerea dell’isola chiamata South Georgia, Georgia del Sud, una colonia britannica situata nell’oceano Atlantico del sud.

Su quest’isola c’è un piccolo villaggio chiamato Grytviken, abitato solo stagionalmente, fondato nel 1904 dal baleniere e capitano norvegese Carl Anton Lausen. Ma quello che cattura la mia attenzione rispetto a questa remota landa è la frase finale della didascalia:

“Sir Ernest Shackleton, the explorer, is buried there.”

Ho conosciuto il capitano Shackleton l’anno scorso, visitando il museo della nave Discovery a Dundee, in Scozia. Lo reputo come uno dei più bei musei che abbia avuto occasione di visitare, con la sua organizzazione impeccabile e quell’aura di profonda attrazione che solo le materie leggendarie e misteriose sanno sprigionare. Si trattava della nave utilizzata per la prima spedizione verso il Polo Sud, nel 1901, e tutto, ogni dettaglio, catturava la mia attenzione prepotentemente, dalla sistemazione delle vettovaglie nella stiva alla selezione dei più duri legnami per costruire la chiglia della nave. Nave che è fisicamente presente e visitabile nella sua interezza all’esterno del museo.

Shackleton, allora marinaio di flotta mercantile, non era previsto tra i membri dell’equipaggio della Discovery ma, bruciante di desiderio, riuscì a convincere tale Clements Markham, presidente della Royal Geographical Society, l’ente promotore della spedizione, aggiudicandosi così un posto a bordo. Sono molti i primati raggiunti dall’equipaggio durante i mesi trascorsi in Antartide e tra questi doveva esserci anche il raggiungimento del Polo Sud da parte di Shackleton. Purtroppo però egli non raggiunse mai il Polo, dovendo fermarsi a 480 chilometri dall’obiettivo. Shackleton non aveva esperienza di sopravvivenza in luoghi estremi, non aveva mai montato una tenda né dormito in un sacco a pelo, non sapeva portare una muta di cani da slitta e dovette interrompere la spedizione. Durante il periglioso ritorno, mentre il collega Wilson soffrì di cecità da neve, Shackleton stesso si trovò ad arrancare indebolito dallo scorbuto, che fu anche la ragione del suo rientro anticipato in Inghilterra nel 1903.

Shackleton tornò in Antartide a bordo della Nimrod nel 1907 e di nuovo il tentativo di raggiungere il Polo Sud venne stroncato dall’inadeguatezza dei mezzi. Fu quindi con la Endurance, nel 1914, che Ernest Shackleton divenne un eroe e una leggenda. Intrappolati sul pack per più di un anno, il capitano e la sua ciurma attesero il disgelo e tentarono di raggiungere l’Isola Elephant. Constata la remota posizione e le pressoché nulle possibilità di essere trovati a quella latitudine, Shackleton e altri cinque uomini decisero di salpare per l’isola Georgia del Sud, da dove erano salpati più di un anno e mezzo prima, con l’intenzione di tornare a recuperare il resto dell’equipaggio. Dopo quindici giorni di navigazione in condizioni apocalittiche coprirono le 870 miglia marine che li dividevano dall’isola e attraccarono sulla costa meridionale. I sei percorsero a piedi circa trenta chilometri scollinando le montagne per raggiungere Grytviken in trenta ore, riuscendo a trovare aiuto. Organizzata la missione di soccorso, tutti gli uomini dell’equipaggio della Endurance furono tratti in salvo.

Shackleton è sepolto laggiù, sull’isola Georgia del Sud, che non avevo mai sentito nominare e ora vedo apparire in tutta la sua bellezza su queste pagine, frastagliata come una lastra di vetro rotta, bianchissima, le montagne come rughe di carta bagnata. Questa assurda triangolazione tra me, il luogo in cui sia io che Shackleton abbiamo visto la Discovery per la prima volta ed immaginato il Polo Sud e, infine, la tomba del capitano, è la vera causa della mia eccitazione geografica.

Sul piano cartesiano della realtà si elevano proiezioni al di fuori, possibilità che riguardano tutto ciò che è ulteriore: forse l’Antartide smetterà di rimanere così lontano. Forse io ed Ernest Henry Shackleton avremo modo di incontrarci.

2:30 del mattino

Su come sia arrivato ad abitare in questa piccola stanza di Coquitlam, luogo in cui mi trovo in questo momento, vale la pena preparare una narrazione. Mettersi al lavoro seduti sulla sedia, con la braccia appoggiate a un tavolino traballante, sfogliando le pagine scritte giorno dopo giorno nella penombra di una vecchia roulotte, o seduto su una panchina fuori dalla biblioteca di St. Andrews.

La prima notte qui è stata molto simile alle altre prime notti che ho avuto da quando mi sono spostato dal luogo in cui sono cresciuto: disturbate, ansiogene, stretti momenti di personali domande, e dubbi, sull’andar via o meno.

Durante la prima notte nel bungalow/magazzino di Christine, nella campagna scozzese a sud-ovest di St. Andrews, un sincero timore mi scuoteva (allontanando, quantomeno, il pensiero dal freddo notturno e dalla scarsa pulizia); vibravo d’incertezza verso le successive settimane senza acqua corrente, senza doccia, con un wc esterno malfunzionante, in una “camera” senza alcuna privacy né la presenza del minimo cassetto od armadio. Semplicemente sono rimasto. Svegliato diverse volte da animali vari, credo perlopiù insetti (es. falene), preoccupato per la grande presenza di polvere e animali. Sono rimasto.

Che cosa avrei potuto sapere di nuovo su di me se me ne fossi andato? Non avevo intenzione di prendere la mia permanenza in quel luogo come una sfida, non appena fosse diventata insostenibile me ne sarei andato. Immaginavo di dover dare fondo a tutta la mia scorta di Protopic per non soffrire del sudore e della polvere sulle zone eczematiche durante i momenti di lavoro; dovevo trovare il modo di lavarmi spesso, soprattutto quando toccavo gli animali. Il courtyard pieno zeppo di rottami di auto parlava al mio inconscio. Decenni di abbandono e silenzio ne avevano preso il controllo. Ma avrei seguito la mia voce interiore in capo al mondo e quando mi ha sussurrato che non c’era bisogno di muoversi ancora, di rimanere lì per il tempo adeguato, non ho protestato. Si trattava di accettare una prospettiva di decrescita e credo sia stata la prima volta nella mia vita.

Così questa piccola stanza, in questa casa di culture miste, è un’altra scelta nella stessa prospettiva. Mi alzo ogni mattina alle 2:00 per iniziare a infornare decine di pani mezz’ora dopo, e così per le successive 7-8 ore. Tornato a casa parlo con Merry, o con Dori, scambio un saluto con Joseph, e la loro gentilezza sembra essere una componente così armoniosa e adatta a tutto questo che attraverso ogni fibra del mio corpo provo infinita gratitudine e sempre uno stupore senza fine.

Dermatite atopica: il viaggio – pt. 2

Sono diventato un atopico ulteriore, geografico. E’ stata una mia scelta, forse la prima vera scelta che abbia mai sentito così mia, così intensa e profonda da smuovere il modo di approcciarmi verso il mondo in uno slancio di fiducia che rasenta la fede. A-topico significa senza luogo, ma in patologia ha il significato di “non classificabile in modo esauriente”. Cioè non si hanno informazioni certe sulle cause della dermatite atopica né su come venirne a capo. Si hanno solo descrizioni sintomiche e consigli utili al contenimento.

Nel Giugno 2018 ho fatto un test per le intolleranze. Sono risultato intollerante ad arachidi, pesche, glutine, lattosio, uova, yogurt (in pratica che cavolo dovevo mangiare?) ed ero da lungo allergico a lecitina di soia, pelo di cane (del tipo che se una stanza era abitata da cani ma se anche questi non erano presenti comunque starnutivo ed espellevo litri di muco dal naso), polvere di casa, graminacee. L’estate 2017 inoltre è stata la peggiore in assoluto a livello di reazione cutanea: intere notti insonni e braccia compltamente piene di croste; livello di stress fisico, lavorativo ed emotivo altissimo; manifestazioni croniche di colite e ipersensibilità al cibo. Per un dermatologo però, le cause psicologiche, pur sussistendo, non sono ambito d’intervento quindi si passava attraverso le creme. Tre creme diverse per palpebre, angoli della bocca e braccia/gambe. Creme che (tolta quella per braccia e gambe, l’unica che attualmente utilizzo ancora nelle rare situazioni di emergenza) hanno solamente contribuito a penetrare la pelle del mio viso, formando un versamento di liquido sulla mia mandibola destra, deformandomi per qualche settimana.

Tra le serafiche risposte alle numerose domande che ho rivolto al mio dermatologo di allora, ho potuto ricavare che il clima della mia regione d’origine risulta inclemente al mio tipo di pelle. La psicosomatica invece riferisce alla pelle la funzione del contatto, traducendo il sintomo nella manifestazione del modo in cui si vivono le relazioni con le altre persone, specialmente quelle affettive. Le spiegazioni mediche non spiegano davvero nessuna causa a parte quella alimentare, per cui determinati cibi scatenano fattori allergologici, in particolare nel mio caso, in cui la dermatite è risultata essere – alla mia età, non essendomi mai passata – l’effetto che il corpo origina in conseguenza a una reazione allergica. Una specie di power combination, come quando i robot giapponesi si univano l’uno con l’altro per formarne uno super. La visione olistica assume che lo sfogo cutaneo è uno sfogo di acidità, attraverso il quale il corpo trasmette un messaggio che dovrebbe suonare più o meno così alle mie orecchie: “Vecchio smettila di mangiare merda e guarda che sono stufo di fare cose che non mi sento bene a fare”. I ricercatori dello spirito rafforzano questa visione e inscrivono le cause di un sintomo alla più interna e intima situazione spirituale umana, in una dimensione così atavica e interiore da essere praticamente impercettibile a noi Sapiens Sapiens odierni, completamente distratti e diseducati al sentire.

Mi sono ritrovato con un fagotto ricco di diversi punti di vista, letture diverse delle stesse righe e ho deciso di chiudere quel fagotto con un bel nodo, appendermelo in spalla e portarlo con me lungo una strada che non avevo mai preso prima, aprendolo per arricchirlo o per condividerlo con le persone. Cosa è cambiato? Che quando ora guardo le mie braccia non vedo più un lichene rinsecchito, vedo una mappa. L’indicatore più genuino direttamente collegato ad un interruttore che sto ancora imparando a riconoscere: la mia percezione. Così il lavorio che conduco di giorno in giorno è nient’altro che quello di imparare ad ascoltare cosa il mio corpo sta cercando di dirmi, sforzandomi di deviare dalle correnti di significati artificiali che ostruiscono la vista del mondo per quale è.

Sembra un vaneggiamento, ma a me basta così. Mi basta che funzioni, che mi faccia sentire bene. Ho deciso di viaggiare per ritrovare una leggerezza che non avevo mai conosciuto, per incontrare le vedute di luoghi che mi chiamavano da tempo, per imparare lingue e mestieri diversi da quelli che credevo avrei dovuto sempre fare. Ma soprattutto ho deciso di lasciare il luogo in cui ho sempre vissuto perché sentivo che ogni luogo sarebbe stato quello giusto per vivere. Ho ridimensionato i legami che, a volte, tiravano forte per volermi bloccato al molo; ho stabilito rotte verso acque che non conoscevo e ho abbracciato l’idea poco confortante di immergermi nelle mie paure. Tutto questo ha funzionato, sta funzionando. E mi percepisco ora in un luogo neutro, pacifico, in armonia, da quale ciò che non lo è risalta, stona. E più significati accolgo e più comprendo modi nuovi di accogliere ciò che mi è sempre stato insegnato di combattere. Come che il miglior modo di parlare di dermatite atopica è quello di non parlare di dermatite atopica.

Dermatite atopica: il viaggio – pt. 1

“Che cosa vuoi da me?” mi chiedevo ogni volta che nel cuore della notte il prurito mi teneva sveglio come un sibilo nelle vene, profondo e inarrestabile. “Che cosa devo fare?” e mi disperavo, esausto, accaldato anche d’inverno, con le braccia sanguinanti.

Quanto mi sento compreso leggendo i blog e gli articoli di altri atopici; quanta compassione e vicinanza sento nel condividere e nell’ascoltare le parole degli altri scorticatori che incontro. Sì perché si tratta di questo, di scorticarsi. E’ un prurito veramente difficile da descrivere, per cui lo faccio attraverso i suoi effetti: avete presente quando vi prude un punto irraggiungibile sulla schiena e poi qualcuno ve lo gratta esattamente dove avevate bisogno? O meglio, avete presente un orgasmo? Ecco, quando decidete di grattarvi, quando la traballante impalcatura della vostra forza di volontà crolla e ci date dentro di unghie ecco, è come un orgasmo. Nel mio caso lo definisco esattamente così. Forse dura pure di più se gratto a lungo! Una scarica di endorfine che mi trafiggere le meningi e mi lascia inerme e liquefatto.

Sono nato con la dermatite atopica, ce l’ho da quando ho ricordi. “Signora la dermatite atopica ha cause genetiche”, era tutto quello che i dermatologi potevano dire a me e mia madre sulle origini di quel prurito ancestrale. Ho provato molte creme e fatto prove allergologiche. Hanno aiutato un pochino, ma la verità è che ora ho trentatré anni e fino a un anno fa la mia vita, dermatologicamente parlando, è stata una climax ascendente di sintomi prurigginosi. Per lungo tempo ho cercato di controllare la dermatite, di tenerla a bada, metterla a tacere con creme più o meno potenti, senza riuscire a collegare cause ed effetti nel mio agire, nella mia alimentazione, nel mio orientamento spirituale.

Poi qualcosa è cambiato. O meglio, qualcosa ho cambiato.

Ma da questo punto in poi metto bene in chiaro che non ho nessuna velleità sanificatrice, non pretendo che quello che affermo venga ritenuto valido per tutte le persone, né che quello che scrivo debba essere creduto. Scrivo della mia visione di quello che è stato il più ricorrente tormento della mia vita e di come ora si sia trasformato in una… bussola.

Ho creduto che raccogliendo informazioni diverse avrei potuto, forse, unire i puntini e capire che disegno vi fosse dietro quelle manifestazioni lichenizzanti che trasformavano le pieghe dei gomiti e delle ginocchia in superfici di cartone. Così negli anni la visione si è ampliata, lungi dall’essere completa. Sembra ora che mi ritrovi capace di manovrare un’esistenza in cui la dermatite diventa marginale, trascurabile, talvolta assente, sempre più umile. Ed ogni giorno, ogni singolo giorno accetto di imparare la stessa umiltà, la stessa programmatica funzione che la dermatite stessa possiede, educandomi così alla guarigione.