Canadian blues

(30 giorni senza zucchero 27 e 28)

G. mi raccontava, quando facevamo le medie, che i piloti di Formula1 hanno la cosiddetta “supervista”, una capacità di vedere e reagire agli stimoli estremamente sviluppata, molto più veloce delle altre persone. Utile in particolare nello scrutare i dettagli della pista e nel prendere decisioni in tempi infinitesimi. Immaginare l’angolo ridottissimo che si deve avere da dentro una monoposto sulla pista è qualcosa che mi ha sempre suscitato grande stupore: persino nelle immagini delle on-board cameras risultava difficile seguire le curve e vedere quegli uomini affrontare il tracciato; era come guardarli tuffarsi in un vuoto che si apre davanti solo all’ultimo momento. Michael Schumacher era, all’epoca, il pilota che aveva la supervista più sviluppata ed io ne ero certo visto che era il migliore.

Mentre inforno il pane, a gruppi di sei su ogni pala per un totale di nove carichi, mi accorgo di non metterci che qualche istante nel valutare la distanza tra i pani più lontani – ogni deck del forno è profondo circa tre metri – riuscendo a non sprecare troppo spazio tra l’uno e l’altro. Anche in questo caso l’angolo di osservazione è molto ridotto ed è diverso per ogni deck, trovandosi ad altezze diverse. Lentamente guadagno esperienza e anche la giornata, passata a infornare, diventa meno pesante. Sulle mie maglie ho due o tre buchi nuovi, fatti con i chiodi e le viti che ogni tanto sporgono dai vassoi su cui il pane rimane a lievitare. Sono come fori di proiettile, le mie ferite di guerra.

O., il mio capo, mi ha fatto sapere di aver avuto le informazioni definitive sulla procedura di sponsorship che deve essere intrapresa perché io possa estendere il mio visto e continuare a lavorare in Canada. Si tratta di avviare una pratica chiamata LMIA, per la quale il datore di lavoro deve scrivere una lettera e informare il governo che è disposto a sponsorizzarmi garantendomi il lavoro, ma al contempo deve dimostrare, pubblicando un annuncio di lavoro con la maggior visibilità possibile per tutta la durata della procedura, che nessun altro canadese o avente già diritto di lavoro in Canada possa effettuare la mia mansione e, se qualcuno dovesse candidarsi, intervistarlo e dimostrare che io ho più skill di lui/lei nel fare quello che faccio. Questa cosa è molto difficile. Per cui, come un colpo d’aria inaspettato può far traballare, così i venti dell’instabilità hanno soffiato sul mio collo, gelidi stavolta, mentre qui stavo iniziando a sentire del calore.

Strano è quello che penso mentre nel mio turno taglio e inforno pane. La mente vaga, certi stati d’animo si alternano giocando e facendo danni, rimembrando vecchissimi ricordi dimenticati, per poi tornare nell’oblio subito dopo aver lasciato la soglia della bakery. Il ruolo del motivational coach a Campioni, il reality show sulla carriera di una squadra di calcio. Per poi considerare che programmi come il Grande Fratello sono risultati, per me, autentici in quanto trasmessi in diretta, in un momento della televisione in cui ogni cosa deve essere costruita ad arte e l’errore evitato, motivo di vergogna. Le dinamiche di un reality non sono genuine, i protagonisti seguono linee generali di condotta, ma avere telecamere puntate 24 ore su 24 finisce inevitabilmente per riprendere momenti di autenticità, di guardia bassa, di realtà. Così il coach di Campioni cercava di motivare i ragazzi durante l’allenamento dei calci di punizione, ma nelle immagini risultava chiaro lo scarto di comprensione tra la voce dell’uno e l’assimilazione delle istruzioni dell’altro. Era uno show sull’inefficacia, eloquente e autentico.

Tornato a casa ieri mi sono dedicato alle pieghe dell’impasto per i croissant e ho cenato con un piatto brutto di pane di segale e prosciutto crudo, burro autoprodotto, pomodorini, pickles, olive. Finite le pieghe e rinfrescato il lievito madre mi sono messo a letto e dalle otto di ieri sera alle otto di questa mattina ci sono rimasto. Dopo aver preparato i croissant per la lievitazione finale sono partito alla volta del Parlour, una pizzeria consigliatami durante il corso di pizza di martedì scorso. Sullo Skytrain smistavo le canzoni per una playlist e nei trentacinque minuti di viaggio varie persone si sono alternate nel posto al mio fianco, ognuna portando un odore diverso: una ragazza orientale dall’inconfondibile fiatella che mi pressava contro il lato del treno; un ragazzo dalla giacca turchese acceso con un buon profumo addosso; una donna che sapeva di caffè. E nell’aria di Vancouver frizzante di pioggerella vaporosa, quel sentore d’umido e fresco. E il profumo della pizza, di spinaci e carciofi e mozzarella, con un retrogusto sapido della pasta, morbida e croccante.

Dai finestrini del ritorno le isole di tronchi sul Fraser aspettavano d’essere condotte alle lame delle segherie e le anatre nuotavano in quell’immensa distesa d’acqua ben consce d’esserne le legittime proprietarie. La superficie rilasciava una coltre leggera di vapore vescicolare, quello strato di rada nebbiolina che fuoriesce dall’acqua per poi fermarsi lì a mezz’aria non appena incontra gli strati d’aria più fredda al di sopra. Se ne sta lì in mezzo, senza scendere ne salire. Fatto della stessa sostanza ma che non appartiene né all’acqua né all’aria.

Il centro città, tra Downtown e Gastown, è il luogo più in ma anche quello dove c’è la maggior presenza di homeless. Nella mia vita qui ho modo di imparare la natura del Canada e le sue contraddizioni, ne osservo il carattere, ne ascolto la voce da qualche autoproduttore di dischi di canzoni d’amore per strada, coi capelli sporchi e il marsupio rotto. Sono sicuro che quelle canzioni siano molto belle, ma non compro il cd.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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