West

(30 giorni senza zucchero 29)

Maule Dhan sa che Rongkemi tornerà a cacciare lui, prima o poi. Ha fatto del male a milioni di api negli anni e questo non può passare inosservato. Forse, pensa, gli sta tornando tutto indietro attraverso le sventure che lo perseguitano.

Mentre guardavo The Last Honey Hunter pensavo a quando vivevo in Francia, nei Pirenei del sud, lavorando nel ranch di J. e tagliavo le erbe sui pendii della proprietà. Dovevo decespugliare piante “infestanti”, così denominate a seconda dell’utilità che l’uomo ne riconosce al proprio stile di vita, ed ognuna di queste mi pungeva subito dopo averla tagliata, o mi si aggrappava ai pantaloni o alla felpa, in un silenzioso atto di supplica. Agivano cioè, in quel modo in cui la vita agisce, nella legge del ritorno, che è tanto giusta e pacifica quanto immediata; è la reazione senza cattiveria, senza rancore. Quanto più pura è l’azione, pur nella negatività del suo carattere, e tanto più precisa e puntuale viene l’occasione di ripagarla. Al contrario, la lezione della vita alle opere più irrispettose e lontane dalle sue leggi, giunge da lontano, in tempi e modi al di fuori della consapevolezza umana.

Mi sforzo di osservare la natura per imparare da essa e recuperare le istruzioni originarie perdute, quelle verità essenziali che hanno il potere di ricondurci alla nostra essenza, a una vita scremata dalle derive culturali. Eppure è dura da digerire, è difficile da capire. Una sensazione di incongruenza crepa la continuità tra il mio concetto di natura, positiva e armoniosa, regno di bellezza e nobiltà, e quello di legge naturale, ossia come gli organismi che popolano la terra funzionano e interagiscono. Il mio giudizio è caduto in ginocchio di fronte alla foto di una volpe morta per asfissia con la testa bloccata dal congelamento in quello che era un buco scavato nel ghiaccio. O all’immagine di un montone morto trafitto dalle sue stesse corna ricurve e divenute lunghe abbastanza da perforargli il cranio. Questa “legge naturale” è così ancestrale e potente, che va ben oltre la soglia del bene e del male, a noi umani così cara per orizzontarci tra le rassicurazioni che cerchiamo; non interessa il benessere, né la sofferenza, o la ricerca di scopi. Agisce su un piano a noi sconosciuto, dimenticato, tanto da sembrarci sconfortante, disperante. Fare la pace con la natura significa davvero fare la pace con la morte.

Discendevo il Valley Trail nel Lighthouse Park di West Vancouver oggi, timorato dei grandi abeti che si perdevano in alto, attento a non suscitare la loro ira mentre vegliavano su chi transitava in quel terreno sacro. Mi dirigevo verso il faro di Point Atkinson, eretto nel 1914. Mi veniva voglia di bussare alle porte delle case sparse lungo il sentiero, che nel primo buio della sera venivano animate dai lampadari di calda luce gialla e camini fumanti. Era da qualche tempo che non avevo modo di allontanarmi per camminare ed oggi il richiamo ha vinto su tutto. Dovevo andare al faro. Avevo voglia di respirare, in piedi sui blocchi di granito della costa guardando Vancouver Island e la sua sciarpa di nuvole, mentre in città avevo voglia di trattenere il respiro.

Arrivato al faro, ho voluto trovare il modo di affacciarmi sulla costa, così mi sono ricongiunto sullo Shore Pine Trail e poco dopo ho trovato il punto panoramico su Merganser Bay e la voglia di non muovermi più da lì. Ho buttato la giacca su una roccia e ho scalato gli scogli per salire più che potevo e affacciarmi sul tramonto nuvoloso. Di sotto una superficie ondeggiante, come un torace espanso dal respiro, fatta di increspature regolari e lucide; un lenzuolo spiegazzato, una massa d’impasto appena uscita. E le mie mani sentivo di volerci tuffare, a maneggiare l’oceano, allisciarlo su una spianatoia.

Me n’era uscita dal nulla questa cosa di andare al faro, di farmi quattro ore di mezzi pubblici per andare a vedere di cosa si trattava. Un’idea in mezzo alla quotidianità. Ma una volta là di nuovo provavo piacere a stare senza giacca nel freddo, a respirare l’aria che sapeva di mare, assaporando i brividi e non desiderando altro. Mi sembrava di venire strappato via al pensiero di dover tornare. Questo può la liberazione.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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