Reportage dal freddo, 1

30 Novembre Duemiladiciannove.

E’ caduta la prima neve di quest’inverno mentre uscivo di casa trainando la valigia, pesante del cibo che stavo muovendo. Avrei fatto un altro giro oltre a quello, per recuperare poi i vestiti. Il muschio frigido croccava sotto le mie suole e quei fiocchi mi accarezzavano le guance come per invitare a commuovermi, a lasciarmi andare. Se per caso non mi fossi accorto del freddo che il Canada sa calare ecco, c’era la neve a sottolinearlo.

Mi ero accordato con B., le quali risposte via sms erano sempre arrivate in tempi ragionevolmente adeguati – e la quale B. era anche sembrata molto gentile, disponibile e capace di ascolto – per entrare Domenica, cioè oggi, nella stanza che ho deciso di affittare per Dicembre in casa sua, o possibilmente Sabato pomeriggio. Mi sono trovato a dover eseguire qualche acrobazia organizzativa tra casa, lavoro e visto lavorativo perché nelle ultime ore le premesse di tre mesi sono finite accartocciate nelle braci del tempo, dove per un po’ sono sembrate intatte, fino a divampare in pochi giorni in un fuoco che non ha lasciato alternative.

L’accordo iniziale con O. al forno era chiaro: volevo imparare a fare il pane, impastare, sporcarmi di farina e dimostrargli che sarei stato un valido motivo per intraprendere una sponsorship e prolungare la mia permanenza in Canada. Già dal mio arrivo ho iniziato a lavorare nel turno più duro, nel lavoro più duro eppure sono diventato, quasi da subito, quel motivo, quella possibilità per O. e il suo businness di poter investire su di me. Nel tempo la fatica mi temprava e le quotidiane ore di maneggiamenti di pala e di pani da infornare sono diventati più sostenibili; mi divertivo a gestire la trasformazione di ammassi d’impasto in perle dorate fragranti e luminose, che uscivano calde dal forno destinate alle tavole di famiglie, giovani, vecchi, donne, lupi solitari. Anche i rimandi di O. alle mie richieste di chiarimenti e istruzioni sull’attuazione della procedura di sponsorship si sono accumulati come i pani sui carrelli, ma ad ognuna di queste la risposta era che sarei stato io a dovermi informare su come iniziare l’LMIA, un complesso iter attraverso il quale il governo deve valutare e approvare la genuinità e la capacità di un richiedente di poter ottenere un visto lavorativo. Una pesantezza indesiderata sembrava formarsi, che ha finito per gravare anche sulla mia schiena, portandomi a manifestare ad O. la mia volontà di licenziarmi. In quei frangenti ha ammesso di non avere né tempo né le risorse per seguire la pratica e di doversi affidare a una sua conoscente dell’ufficio immigrazione, la quale non aveva tempo per seguire la pratica e voleva affidarla a una sua collega. Non era davvero più tempo per me, quindi, di rimanere.

La settimana è trascorsa tranquilla mentre la città si affaccendava ad agghindarsi per il Natale e il gelo faceva vestire tutti un po’ di più. Venerdì, come ogni venerdì, aveva quel sapore leggero e delicato del giorno prima del riposo, di quando il sipario si chiude dopo un lungo spettacolo già visto. D., il mio collega addetto agli impasti, mi aveva lasciato le quantità per rinfrescare i barili di lievito liquido. Dopo aver effettuato il rinfresco del barile di lievito integrale mi sono dedicato al lievito bianco e mentre facevo la spola dal barile all’interruttore dell’acqua ho urtato contro il rubinetto della botte marrone. Ho sentito una botta notevole e subito non mi sono accorto di aver urtato quella sporgenza, non capendo cosa mi aveva colpito, per cui mi sono dedicato ad aiutare A. e B. a pulire le casseruole del pane, che nel ritmo di A., turco e nerboruto, non dovevano impiegarci più di dieci minuti sebbene ve ne fossero due bancali pieni. Finito il lavoro sono tornato ai barili per completare il rinfresco del lievito bianco ma ho dovuto imprecare forte, fortissimo, sbigottendo di fronte alla visione che si apriva davanti ai miei occhi: il rubinetto del lievito integrale giaceva a terra in una pozza enorme di pastoso fluido marrone. La pressione del liquido all’interno del barile doveva aver spinto fuori il rubinetto dopo che col mio colpo l’avevo allentato. Scivolando nella melma ho recuperato il rubinetto, salvando il fondo del lievito rimasto. Avevo braccia e gambe coperte di sostanza; ho lasciato le scarpe fradicie e ho raggiunto O. nel suo ufficio col fiatone e il cuore che batteva veloce. Dopo avergli dato la seconda brutta notizia della settimana mi sono messo a pulire raccogliendo tutto.

Me ne sono andato dopo un turno complessivo di tredici ore come un ubriaco, mangiando un panino per strada accompagnato da A. fino al bivio delle nostre strade, fino al bivio delle nostre vite. Di lì a poco avrei iniziato il turno in pizzeria per la serata di prova del nuovo lavoro, mi rimaneva appena il tempo di farmi una doccia e ripartire.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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