E se intanto vivo

Guidando nel pomeriggio scuro di oggi il freddo mi muoveva i pensieri. Come facevo a svegliarmi la mattina in mezzo a Pirenei e ad uscire a cavallo del quad nella neve e nella pioggia tutto il giorno, tutti i giorni, per poi salire sulla montagna per dare il mangime alle vacche? E’ terribile sentire il freddo che dà la paura. In quei giorni di Gennaio mi sedevo sul muretto e guardavo il tramonto insieme al freddo e nessuna paura avevo dentro di me. Era come se il fuoco del mio spirito bastasse per non farmi tremare e allo stesso tempo per farmi sentire vivo, mantenermi entro le vibrazioni della vita. Ardente. Senza avere nulla in particolare. Con un bassissimo stipendio, poche garanzie, niente veramente da mettere a curriculum.


Allora forse era quella famiglia di sconosciuti che parlavano un lingua diversa dalla mia, il panorama della valle che dirompeva nelle mie debolezze, i cani, i cavalli, la leggerezza, erano queste forse le cose che così tanto mi sostenevano nel credere che se la mia vita fosse finita in quel momento sarebbe andato bene così. L’ultima vera consapevolezza. La sconfitta dell’ego.


Stranamente, sono riuscito a mantenermi in quello stato solo temporaneamente. Checché se ne dica, coltivare il benessere per me, individuo moderno, è più difficile che rimanere nel quotidiano esercizio della disperazione. L’esercizio del possesso e del giudizio.


Guidando nel pomeriggio scuro di oggi mi ponevo delle domande delle quali intuivo le risposte, ma non ne capivo il perché. Perché non posso semplicemente fare a meno di arrabbiarmi? Perché non posso essere perennemente gentile? Perché non posso sostenere ogni giorno la mia integrità, agire sempre con amor proprio, volermi bene senza per questo dovermi sentire in colpa? Perché non si può vivere ogni giorno con lo stato d’animo che si vuole, invece di sentirsi sempre vittime, giudici, colpevoli, arrabbiati, tristi, incompresi, impotenti, rifiutati, attaccati, disorientati?


Prima di partire avevo concepito il manifesto di quella scelta. Vivere nell’instabilità. Volevo capire cosa avrebbe portato, come mi avrebbe reso scegliere razionalmente ogni volta l’alternativa meno sicura. Solo ora però ne comprendo veramente gli effetti. Effetti devastanti che fanno spiccare il vero carattere dei comportamenti e dei processi del mondo come inchiostro nero su carta bianca. Spicca la mia responsabilità verso me stesso.


Spicca anche in modo molto, molto netto che ho paura di andare, di cambiare, di lasciare. Un freno mi trattiene dal buttare i miei oggetti mentre preparo la mia stanza per il futuro trasloco. Ho paura di buttare le mie cose, i miei ricordi, le cose che mi permettono di ricordare. Per cui mentre guido nella sera buia capisco che gli uomini non hanno mai così tanta paura di essere dimenticati quanto quella di dimenticare.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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