New Year’s Eve

L’Oceano Pacifico roboava piegandosi su se stesso, sotto un lenzuolo di foschia frizzante; il perpetuo timbro gutturale di un bonzo in meditazione. Totale. Ogni onda sfrigolava coricandosi sulla mezzaluna di sabbia di Chesterton Bay.

Era addentrarsi nella grandezza dell’oceano, nelle sue volte di smeraldo sfaccettato, aspettarne una nuova, poi un’altra, guardando a nord la superficie dell’acqua puntinata dalla pioggia. “Don’t grab the board on the sides!” Adam mi diceva ogni volta che cadevo sbilanciandomi di lato. “Ok, doesn’t matter…”. No! Adam non gettare la spugna con me! Ero deciso a dimostrargli che tra me e la tavola fosse quella l’unica veramente rigida. E alla fine ci sono riuscito: surfare! Anche se per poco, pochissimo, ma che gusto incredibile!

L’acqua dell’Oceano di Tofino non sembra così salata come mi ricordavo fosse il Mediterraneo. Mi preoccupava non poco l’idea di finirci dentro, soprattutto per il freddo, era il 28 Dicembre. Eli diceva che la parte peggiore sarebbe stata infilarsi la muta, poi muovendosi non ci sarebbero stati problemi. Infilarsi la muta è stato il punto di svolta, quando l’acqua ha iniziato a penetrare negli stivaletti era troppo tardi per tirarsi indietro. Ma Eli aveva ragione. Gli ho dato fiducia sin dal momento in cui, entrato in camera dopo la doccia, mi ha invitato al torneo di biliardo.

All’ostello erano in molti a venire per il surf, anche se d’inverno. Molto più tranquilla la spiaggia, meno affollata, ma onde sempre grandiose. Ci si affeziona subito a un posto così, che dei surfisti sembra aver adottato la filosofia. E’ vero quello che si dice di questi pellegrini del mare, sono una razza a sé. Matt, nella sua saggezza alcoholica, sosteneva che stare nell’oceano fa bene all’anima. Non avevo capito veramente di che sensazione parlasse fino al momento in cui le sue parole mi si sono attorcigliate in gola, proprio mentre m’infrangevo contro le onde per guadagnare distanza. Ed il mare che mi impauriva ha smesso di essere là fuori, lontano, grigio. Ora è vicino, familiare. Stanco e affannato tra i marosi, ero completamente dominato da una profonda sensazione di gratitudine.

Mi sento ancora immensamente grato per il tempo che sto vivendo. Ho trasmigrato su Vancouver Island a metà dicembre, unendomi a Chris e Gerry e alla loro famiglia per respirare di nuovo aria di fattoria e attendere il responso dal lavoro di Port Moody. L’isola, pur essendo a pochi chilometri dalla città omonima, sembra un pianeta a se stante. Molte case costiere e lacustri sono appollaiate su steli di cemento a ricordare le palafitte, altre sono così piccole da contenere a malapena un letto e un tavolino, collegate direttamente al molo e ai kayak sempre pronti sui supporti.

Ho di nuovo le mani che odorano di fieno e cavalli e i pantaloni sporchi di fango. Eppure ho faticato a ritrovare la leggerezza del cuore, preso forsennatamente dal cercare un lavoro e spedire curricula. Questa fine d’anno è calata su di me con la stessa indole delle interrogazioni di scuola e non ho sinceramente saputo, per diversi giorni, in che direzione stessi andando. Poi sono andato a Cowichan Bay e c’è stato qualcosa che mi ha colpito appena entrato in quel paese. Una ad una le case sembravano scelte e posizionate dalle mani di un collezionista; così umili e a misura d’uomo, con le targhe di legno appese al portico o attaccate accanto all’ingresso; invitavano ad entrare e a sistemarsi sotto una coperta sulla poltrona, proprio lì vicino alla stufa. Di fuori, di sotto, il mare, che inumidiva le labbra della costa mite e persistente.

La bakery di Cowichan Bay è una capanna piena di luce d’oro, che nasconde il tepore delle sue pareti di legno e dei ricchi scaffali dietro i vetri appannati. Un chicco di grano nel grigio piovoso. Ho voluto davvero fermarmi lì, sapere di entrare ogni mattina per fare i miei impasti e poi tornare nella casa che avrei affittato poco lontano. Mi sono visto sistemato e soddisfatto. Ma sembrava non essere tempo. Le panchine lungo il molo erano vuote e bagnate. Un piccolo fuoribordo fino spariva coi suoi due marinai alla fine di una lunga e dritta scia in direzione della collina sul lato opposto della baia. La mia scia qui in Canada sta scomparendo, ma è stata vivida in queste due ultime, dense settimane.

A differenza di una strada, la scia di una barca mostra la direzione solamente quando si arriva a destinazione. Ho speso il mio tempo abbracciato a un sincero senso di inquetudine fino al momento in cui mi sono nuovamente affidato alla vita, quando la mia dermatite mi ha dato ragione. Non avevo volontà di chiudere qualcosa solo perché finiva un anno anagrafico, non ho forzato in direzione di nessuna liberazione. Mi sono solo seduto su una roccia lungo il Cowichan Valley Trail ed ho voluto bene alla terra e agli alberi e all’aria fresca che portava la sera. Non avevo freddo. Ho chiuso gli occhi senza pensare.

7000 giri al minuto

Delle corse di Ken Miles e Carroll Shelby, che ho visto nel film, posso assolutamente dire di comprendere perché certe persone desiderino la velocità. Ma non amo particolarmente i motori, non amo le sfide, le tifoserie, non più. Eppure, quando guardai il documentario “Ferrari 312B”, nel quale un team di ingegneri aveva “riesumato” una Ferrari 312B degli anni sessanta per rimetterla in moto, sentire il suono di quel motore mi ha fatto rizzare i peli sulla schiena, vibrare come se quella scatola di metallo fosse un cuore battente. Dev’essere perché sono cresciuto con la leggenda del Cavallino, la quale attinge della passione dei suoi ingegneri, costruttori, tecnici per affondare così profondamente nel cuore della gente. Ma solo quando ho cavalcato Rey, un paint dell’allevamento di R., mi sono completamente reso conto di cosa voglia dire innamorasi della velocità.

Uscito dalla sala una macchina è sfrecciata a fianco del marciapiede annunciando il suo arrivo con gli sgasi della valvola pop-off e bruschi colpi di tosse alla Peppone Bottazzi. I giri diminuivano, il ritmo stava cambiando.

A. era strano, diceva L. la mattina seguente. Non l’aveva mai visto così. Era tutto un giorno strano, il mio ultimo giorno al forno. In effetti era vero, A. prendeva una baguette cruda dal carrello e se la portava davanti al pacco, si muoveva come se avesse due lunghi testicoli penzolanti. A volte non parlava bene inglese ma rendeva il nostro stato d’animo in modo impeccabile.

Negli ultimi tempi veniva molto spesso al mio banco per parlare, durante i momenti in cui i suoi forni erano pieni. Avrei detto che potesse essere un segnale, un presagio, ma lui è convinto che sia stato tutto molto improvviso, che i suoi sei anni di matrimonio siano stati anni felici. Per questo, mentre tornavamo a casa a piedi nel traffico di King Edward Street, mi ha decisamente stupito sapere il motivo della sua assenza il giorno precedente.

Ci siamo fatti una birra insieme e provavamo a mettere in ordine le parole. Sebbene non fossimo sempre capaci di parlarci in perfetto inglese, dentro di sé aveva una chiarezza cristallina e una sola, precisa domanda da farle: Dove sono finiti questi sei anni? E forse qualche psicologo esperto avrebbe saputo dire qualcosa in quel momento, ma io no. Sapevo però che era importante che fossi lì e ci tenevo ad esserci.

L. si è commossa quando ci siamo salutati, non me lo aspettavo. Sono sempre andato al lavoro senza mostrare particolare estroversione: il mio migliore amico era il vecchio Macadams, il forno a platea che oltre al pane ha cotto anche la mia schiena, ma abbiamo finto per volerci tutti bene, in qualche modo.

La mia pelle ha virato in positivo già da quell’ultimo giorno. Il pensiero che lunedì sarei potuto rimanere a letto non smetteva di condizionare il mio umore e il mio organismo in positivo: meno voglia di mangiare cagate, meno voglia di dolci, meno prurito. E nella casa in cui sono ora, con una camera che provvisoriamente ho trovato graze al primo contatto che ho conosciuto al mio arrivo in città, l’aria è fredda ed io la adoro.

Si tratta di una casa strana, dove le stanze del piano di sopra sono adibite ad airbnb, così ogni giorno è possibile scorgere facce nuove. La mia camera si trova nel garage, nel seminterrato, quindi le uniche novità sul mio piano riguardano la mole di peluria che il mio dirimpettaio iraniano M. sgancia nel box doccia che condividiamo. La prima volta ci ho messo un po’ a far scivolare via tutti i peli con l’acqua, pensando che magari non pulisca mai quando si fa la doccia. Ma il giorno seguente il box era tale e quale a come l’avevo trovato e allora ho detto “Whooo! Ma quanti ca**o di peli sgancia questo!?” e tuttora non me ne capacito.

La nuova settimana è iniziata con una grossa bici elettrica sgocciolante in soggiorno, lì, appena su dalle scale mentre andavo a prendermi qualche frutto nel frigo. Era retta da un signore pelato con conversava amabilmente con S. in un miscuglio di accenti africani e mediorientali. Sono uscito nella pioggia grigia e la nebbia si mangiava i ponti, le rive del Fraser, le case e le colline. Una certa foschia si è mangiata anche le intenzioni di T., che gestisce una bakery in Commercial Drive, e non mi ha assunto. La mole di lavoro che una sponsorship richiede la intimidiva, ma non la biasimo affatto.

Ho preso a camminare, ho camminato tantissimo. I vagoni della Canadian Pacific Railway sfilavano via nei più lunghi convogli che abbia mai visto e, a volte, sembrava che il fischio de treno sui binari fosse l’unico rumore udibile, l’unico possibile. Un suono capace di azzerare tutti gli altri e insieme anche i pensieri. Poi istantaneamente la chitarra di un elegante suonatore sulla cinquantina, impegnato a scegliere gli accordi lungo il passaggio della stazione di Commercial-Broadway tac!, è andata a infilare le sue note nella massa di sensazioni che custodisco dentro di me come la palla dei ritagli degli impasti: subito li metti da parte ma non li butti, poi li unisci a nuove composizioni. Questo succede un po’ anche con le emozioni, che danno alle esperienze sapori e profumi sempre nuovi anche quando finisco per ricadere nelle mie abitudini, nei miei pattern.

Ha un sapore nuovo ritrovarmi a una fermata dell’autobus con i brividi che si intrufolano nel collo e nelle maniche, perché ero nelle colline, nelle montagne e con gli animali quando apprezzavo il freddo, che mi faceva sentire così vivo; ma qui, nella città, sigillato tra compartimenti di cemento, ho sentito la stessa cosa, anche se in forma più ridotta. Dopo tutto il tempo che ci ho passato, le strade e i pali e le luci hanno un sapore nuovo.

Reportage dal freddo, 2

1 Dicembre Duemilaciannove.

Certe volte è facile distrarsi nella vita di tutti i giorni. Desidererei essere sempre focalizzato su un certo preciso modo di sentire e muovermi nelle cose che faccio.
Ho perso il bus per la piscina perché mi sono distratto guardando questo video e così, con gli occhi lucidi, sono uscito di casa correndo verso la fermata.

Nel periodo in cui ho abitato nella casa di M. ho sempre tenuto la finestra aperta in camera, sempre. Il motivo principale è che nella mia stanza ridotta il riscaldamento, che è centralizzato e automatico, alzava la temperatura fino quasi a sfiorare i 132° Celsius. Tuttavia questo ha avuto anche lati positivi: mi ha permesso di addormentarmi col suono della pioggia, o di svegliarmi con esso e imprecare. Con l’esperienza e quei buoni -1, -2 gradi notturni all’esterno, riuscivo ad alzare e ad abbassare il riscaldamento semplicemente modificando l’apertura della finestra. Era un divertente gioco termodinamico.

Ma ora ho lasciato quella stanza e scambio occhiate di complicità (o commiserazione?) con i barattoli di fagioli Heinz sul comodino dell’hotel Best Western di Coquitlam. Loro sanno che se ci troviamo insieme in questa stanza è perché alla fine del turno in pizzeria non avuto la risposta che cercavo. Iniziare in un venerdì sera è stata dura, soprattutto perché arrivavo già stanco e imparare a stendere, condire e i nomi e gli ingredienti di una quindicina di pizze in uno spazio di un metro quadrato giusto alle spalle di una bocca di forno da quattrocentossenta gradi di una cucina a vista sulla sala, mi ha richiesto una concentrazione massima per più di quattro ore. A., il capo pizzaiolo, vuole rivedermi il prossimo giovedì, così non ho potuto confermare la stanza dai ragazzi di Port Moody, poco lontano dalla pizzeria. Una gran bella stanza con una compagnia divertente e giovane in casa. Sarei stato felice di trasferirmi lì.

Non mi restava quindi che accordarmi con B., la nuova proprietaria della casa di Coquitlam dove avevo deciso di spendere Dicembre, lontano dagli amici ratti e con, forse, un diverso sistema di riscaldamento. Per cui ho atteso la risposta all’sms di sabato mattina con trepidante fiducia, doveva solo dirmi se avessi potuto entrare quello stesso pomeriggio o se invece il giorno dopo, così che potessi dare un piano preciso a M., la proprietaria della casa dove ho abitato fino ad ora, la quale, malata di una febbre da pignoleria tutta cinese, sembrava non lasciarmi scampo sulla scelta di un orario per il check-out, che nel buon vivere di entrambi ho deciso per le tre di quest’oggi, Domenica pomeriggio, ultimo momento utile in cui D., la mia non più coinquilina, potrebbe aiutarmi con la macchina.

B. non rispondeva ancora all’sms e nemmeno a quello che le ho fatto seguire nel pomeriggio di Sabato. Nemmeno a quello della sera di Sabato. Nemmeno a quello di Domenica mattina e non rispondeva nemmeno al telefono. Incredibilmente non rispondeva nemmeno al campanello e nemmeno il famigerato coinquilino M. (conosciuto solo dal nome apparso sull’annuncio) rispondeva al campanello. L’unico che mi è venuto incontro – con atteggiamento che oserei dire famelico – era Parker, il gatto rosso che si strusciava sul vetro della finestra quando sono andato a bussare.

Per cui che cosa potevo fare? Dovevo lasciare la stanza ma non potevo entrare nella nuova casa e avevo una valigia di vestiti e un’altra completamente piena del cibo che dovevo muovere, solo che non ho due valigie, ne ho una, e avrei dovuto fare due viaggi. Inoltre l’indomani sarebbe iniziata la mia ultima settimana di lavoro e quindi non potevo nemmeno muovermi ulteiormente in altre zone della città per cercare luoghi economici.

La faccia di D. era il ritratto della perplessità quando le ho raccontato cosa stava succedendo mentre mi accompagnava all’hotel. Ed ora guardo i due barattoli di fagioli, la brocca di plastica, il tonno, la valigia con la bocca spalancata, il sacchetto dell’uva attorcigliato in un ciuffo ribelle e fuori ha smesso di nevicare. Che cosa sto realizzando mentre il mio cuore e la mia mente mi muovono al pianto? Che, diamine, cerco sempre, in uno sforzo inconsciamente perpetuo, di piegare la vita ai miei desideri, quando invece sono io che fatico a seguire la vita. Dentro di me ho maturato passioni, interessi e desideri e ho cercato di seguirli il più possibile, spostandomi, lavorando, studiando, ma mi sono solamente trovato in una tangenza di occasioni, più o meno lineare. Ora mi trovo in una rotta divergente. Questa cosa che ho realizzato, dell’affidarsi alla vita, mi sembra molto entusiasmante ma suscita in me, contemporaneamente all’esaltazione, anche la paura di finire in balia delle onde, come quando vengo sballottato sul treno. Sicuramente questa nuova consapevolezza rappresenta per me uno step importante, come se mi mancasse ancora; dall’altra parte devo trovare un nuovo equilibrio. Vorrei potermi affidare alla vita come se essa fosse la mia maestra ed è questo che ho sentito guardando un piccolo sentiero battuto in un giardino. Quello che mi dà fiducia, alla fine, è che so che avrò sempre voglia di puntare una direzione, avrò sempre la forza di spingere per fare quello che voglio, da ora so che posso solo concedermi la serenità di un maggiore distacco dalle delusioni.

Di certo, questo nuovo livello di instabilità contribuisce a ridare un peso diverso a tutti gli elementi presenti nella mia vita. Il primo fra tutti è quel bollino azzurro sulla mappa del mio telefono in corrispondenza della casa che ho appena lasciato, che sebbene fosse vecchia e sporca e avesse molti più inquilini di quelli ufficialmente registrati, che fosse difficile viverci talvolta, che sebbene io sia stato contento di lasciare, per tre mesi è stata la casa dove volevo tornare, era la mia “Home”. E anche oggi ci sono passato accanto.

Reportage dal freddo, 1

30 Novembre Duemiladiciannove.

E’ caduta la prima neve di quest’inverno mentre uscivo di casa trainando la valigia, pesante del cibo che stavo muovendo. Avrei fatto un altro giro oltre a quello, per recuperare poi i vestiti. Il muschio frigido croccava sotto le mie suole e quei fiocchi mi accarezzavano le guance come per invitare a commuovermi, a lasciarmi andare. Se per caso non mi fossi accorto del freddo che il Canada sa calare ecco, c’era la neve a sottolinearlo.

Mi ero accordato con B., le quali risposte via sms erano sempre arrivate in tempi ragionevolmente adeguati – e la quale B. era anche sembrata molto gentile, disponibile e capace di ascolto – per entrare Domenica, cioè oggi, nella stanza che ho deciso di affittare per Dicembre in casa sua, o possibilmente Sabato pomeriggio. Mi sono trovato a dover eseguire qualche acrobazia organizzativa tra casa, lavoro e visto lavorativo perché nelle ultime ore le premesse di tre mesi sono finite accartocciate nelle braci del tempo, dove per un po’ sono sembrate intatte, fino a divampare in pochi giorni in un fuoco che non ha lasciato alternative.

L’accordo iniziale con O. al forno era chiaro: volevo imparare a fare il pane, impastare, sporcarmi di farina e dimostrargli che sarei stato un valido motivo per intraprendere una sponsorship e prolungare la mia permanenza in Canada. Già dal mio arrivo ho iniziato a lavorare nel turno più duro, nel lavoro più duro eppure sono diventato, quasi da subito, quel motivo, quella possibilità per O. e il suo businness di poter investire su di me. Nel tempo la fatica mi temprava e le quotidiane ore di maneggiamenti di pala e di pani da infornare sono diventati più sostenibili; mi divertivo a gestire la trasformazione di ammassi d’impasto in perle dorate fragranti e luminose, che uscivano calde dal forno destinate alle tavole di famiglie, giovani, vecchi, donne, lupi solitari. Anche i rimandi di O. alle mie richieste di chiarimenti e istruzioni sull’attuazione della procedura di sponsorship si sono accumulati come i pani sui carrelli, ma ad ognuna di queste la risposta era che sarei stato io a dovermi informare su come iniziare l’LMIA, un complesso iter attraverso il quale il governo deve valutare e approvare la genuinità e la capacità di un richiedente di poter ottenere un visto lavorativo. Una pesantezza indesiderata sembrava formarsi, che ha finito per gravare anche sulla mia schiena, portandomi a manifestare ad O. la mia volontà di licenziarmi. In quei frangenti ha ammesso di non avere né tempo né le risorse per seguire la pratica e di doversi affidare a una sua conoscente dell’ufficio immigrazione, la quale non aveva tempo per seguire la pratica e voleva affidarla a una sua collega. Non era davvero più tempo per me, quindi, di rimanere.

La settimana è trascorsa tranquilla mentre la città si affaccendava ad agghindarsi per il Natale e il gelo faceva vestire tutti un po’ di più. Venerdì, come ogni venerdì, aveva quel sapore leggero e delicato del giorno prima del riposo, di quando il sipario si chiude dopo un lungo spettacolo già visto. D., il mio collega addetto agli impasti, mi aveva lasciato le quantità per rinfrescare i barili di lievito liquido. Dopo aver effettuato il rinfresco del barile di lievito integrale mi sono dedicato al lievito bianco e mentre facevo la spola dal barile all’interruttore dell’acqua ho urtato contro il rubinetto della botte marrone. Ho sentito una botta notevole e subito non mi sono accorto di aver urtato quella sporgenza, non capendo cosa mi aveva colpito, per cui mi sono dedicato ad aiutare A. e B. a pulire le casseruole del pane, che nel ritmo di A., turco e nerboruto, non dovevano impiegarci più di dieci minuti sebbene ve ne fossero due bancali pieni. Finito il lavoro sono tornato ai barili per completare il rinfresco del lievito bianco ma ho dovuto imprecare forte, fortissimo, sbigottendo di fronte alla visione che si apriva davanti ai miei occhi: il rubinetto del lievito integrale giaceva a terra in una pozza enorme di pastoso fluido marrone. La pressione del liquido all’interno del barile doveva aver spinto fuori il rubinetto dopo che col mio colpo l’avevo allentato. Scivolando nella melma ho recuperato il rubinetto, salvando il fondo del lievito rimasto. Avevo braccia e gambe coperte di sostanza; ho lasciato le scarpe fradicie e ho raggiunto O. nel suo ufficio col fiatone e il cuore che batteva veloce. Dopo avergli dato la seconda brutta notizia della settimana mi sono messo a pulire raccogliendo tutto.

Me ne sono andato dopo un turno complessivo di tredici ore come un ubriaco, mangiando un panino per strada accompagnato da A. fino al bivio delle nostre strade, fino al bivio delle nostre vite. Di lì a poco avrei iniziato il turno in pizzeria per la serata di prova del nuovo lavoro, mi rimaneva appena il tempo di farmi una doccia e ripartire.

Le mie inestimabili cose piccole

Il croissant pare essere l’entità perfetta. Esso racchiude la creazione nell’impasto, nel mescolare ingredienti polverosi e liquidi, argillosi, combinandosi in un inestetico ammasso bubboso fino a diventare una massa lucente; l’attesa, che riguarda il tempo, quella porzione di vita nella quale un grumo di lipidi ed enzimi si attiva assumendo volontà propria e che pertanto deve essere controllato; autorità, nell’aggiudicare porzioni di attesa adeguate, tali da sancire il destino di quella massa; burro, di delicatezza e oleosità, fonde oltre i trentatré gradi e vuole essere lavorato a freddo nei croissant, ma la mano sapiente deve porre grasso e pasta alla stessa consistenza perché il potere dell’uno e dell’altro vengano amplificati in un risultato che è molto più della somma dei due elementi. Croccantezza e morbidezza, assieme, in un abbraccio che è sempre distanza, in una fuga che mai finisce veramente.

Pare non esserci parola più appropriata, quasi onomatopeica, per descrivere una sostanza così morbida ma decisa, dall’emotività un po’ instabile: se avverte gelo attorno s’irrigidisce, se viene circondato da calore eccolo sciogliersi. Mentre invece la stessa parola in spagnolo significa asino, ma non c’è la stessa derivante evocazione nell’associare referente e riferimento. Anche se poi guardandolo da vicino, l’asino, accarezzandogli il muso di velluto reggendo la sua testa tra le braccia, pare abbia dello stesso carattere: che ama il calore e si vuole smollare, butta le orecchie cadenti all’indietro ad ogni carezza sul capo e si fa duro come un comodino quando le intenzioni divergono.

Ma guardatelo, questa meraviglia di pasta sfogliata arrotolata su stessa, il croissant. Aerospaziale, la traduzione è veloce: “crescente”, come una luna, della quale può incurvarsi in egual modo e riflettere la luce dalle resistenze del forno acquisendola, fissandola su di sé, immolando le proprie strutture pietrificando; come risultato una compostezza di nobile lignaggio, vicende di dama e del suo cavalier accanto. Sadomasochismo, da sodo e laminato, che esce dopo essere stato dolcemente torturato in pieghe di piacere, riposa stanco e soddisfatto; le sue carni si fanno sweet and tender, i suoi livelli si appianano fin nelle molecole e lì, in uno scambio reciproco di sguardi, esso non vi ringrazierà mai quanto voi ringrazierete lui divorandone le membra, inghiottendolo, consegnandolo all’oblio acido. Ma se in tutto questo potrete dannarvi nella maledizione di ricordarne anche uno soltanto, tra la miriade di corpi su cui avete posato le labbra, ecco, dell’arte di mani e cuore e mente state perendo.

Mi trovavo davanti al Macadams deck oven, un forno possente dotato di cinque larghe bocche di balene; a lato del tavolo d’acciaio su cui ogni giorno palpo e mutilo i pani prima di ustionarli, un fiocco d’avena resisteva attaccato – si vede per qualche microscopico pedicello – al telo di spessa fibra che isolava i pani. L’ho colpito scagliandovi addosso tutta la rabbia del mio dito medio dopo essersi liberato all’improvviso dalla stretta del premuroso pollice: il fiocco, rotenando vertiginosamente, si è allargato in una parabola ampissima prima di restringere verso il centro e atterrare nelle mani di un cutter, così si chiama il ruolo di un giocatore di Ultimate designato alla corsa verso la meta nel tentativo di ricevere un passaggio lungo, solitamente uno sparo. Ed io l’ho visto così chiaramente, chiudere entrambe le mani attorno al disco davanti a sé, senza dover rallentare la corsa anzi appena accelerandola, mentre l’ultimo difensore abbandonava ogni illusione superstite.

Quel fiocco di avena è diventato un frisbee ma non si è mai ritrasformato in un fiocco d’avena.

In the daylight

Era una sensazione nuova, stare nell’acqua. Era in tutto ritrovare un elemento, percepire leggerezza, godersi un fluido. Un’atmosfera calorosa e gentile. Frangevo la superficie con le mani, bracciata dopo bracciata, espellendo tutta l’aria dal naso e sentendomi adoperare al cento per cento. Qualche volta tiravo pure dentro dell’acqua e mi impanicavo: le volte peggiori erano nel dorso, mentre passavo vicino a qualcuno che, nuotando in direzione opposta alla mia, creava un’ondina abbastanza potente da riempirmi le narici e demolire la mia compostezza.

Non so fare la virata quindi ad ogni vasca mi fermavo per girarmi e darmi una spinta. Alla mia terza lunghezza consecutiva ho toccato la linea galleggiante della corsia; mi sono stretto verso il lato opposto ma oh! c’era subito l’altra linea della corsia. Ho alzato la testa per vedere dove sono finito e mi sono ritrovato le linee galleggianti stringere davanti a me, chiudendomi la testa in mezzo. Un’addetta lifeguard stava svitandole per creare spazio a sinistra, trasformando così la piscina in un unico grande pentolone. E lì, come tanti girini sguazzanti, una batteria temibile di anziani.

Era bello insultarli senza che capissero la mia lingua. Stava iniziando una lezione di acquagym e l’unica corsia lasciata libera per il nuoto, ovviamente, era già strabordante di merluzzi che si strusciavano ad ogni passaggio. Maledetti.

Poi la sensazione. “Mi scusi si può partecipare alla lezione?” e l’addetta lifeguard mi ha detto Sì, certo! È per tutti!, così sono sgusciato dall’altra parte. Se non puoi sconfiggerli, unisciti a loro.

“Che cosa ci fai qui?” mi chiedeva la mia vicina di esercizio, “La vedi quella signora lì? Ha novantacinque anni!”. Sarà, ma pompavano di brutto e quel quell’assurdo gruppo che sembrava uscito dal cast di Cocoon era pieno di gente che si divertiva, più dei bambini nella piscina accanto. Quindi ciao! Ed è stato ganzo.

L’insegnante, Grace, amava fare quello che faceva e animava il nostro gruppo misto – che da ora in poi chiameremo Gehenna – con il ritmo e il carisma adatti a travolgere persone di quell’età: con potenza tarata, con calma esagitazione. Amava interagire con noi e con le persone che si alternavano alle sue spalle sul bordo piscina; ci faceva cambiare “Diana” nella canzone di Paul Anka con “Grace”, che non suonava affatto bene ma faceva tanto ridere, ancor più per il fatto che la Gehenna rispondeva con voci spezzate e rantoli a mezz’asta, finché non venivano incoraggiati a dovere e strizzavano quello che rimaneva delle loro ugole. E mi metteva sotto la luce dei riflettori quando saltavo fuori dall’acqua durante un esercizio dicendo “Ecco, così si fa! Guardate lui!” ma veramente non cercavo affatto quella visibilità.

Ho trovato Grace fuori dall’entrata e abbiamo preso lo stesso autobus. Nel racconto fugace dei suoi oltre sessant’anni era arrivata a fare l’istruttrice di aquafitness solo per divertimento, mentre la maggior parte della sua vita la spende come Career Consultant, insegnando ai professori universitari come insegnare e ai ragazzi a capire come ascoltare il cuore. E la sentivo affezionata nel parlare dei suoi allievi, dei ragazzi con cui si era confrontata come coach; aveva negli occhi e nella mente la chiarezza della vita. La tua strada è quella dove il tuo cuore vuole andare, dove batte nel sentire che stai poggiando i piedi su terra viva, che restituisce le vibrazioni che emani.

Sarà che il lunedì mi scompiglia i pensieri dopo un weekend di riposo a ritmi normali, ma è sempre un giorno disperato, arrabbiato, che prenderei un panetto caduto dal carrello e lo calcerei con tutta la mia forza non curandomi di dove possa andare a finire. E così via a scemare nei giorni seguenti, fino a giovedì e venerdì dove una ritrovata calma si appropria delle mie fibre e, pur stanco da tutta la settimana, il ritmo del lavoro non cala e assume carattere di pratica marziale, austera, fino al punto in cui trascendo ogni fatica e nella mia mente non vi è più nessun pensiero negativo ma rimangono solo ricordi divertenti, canzoni che credevo dimenticate, considerazioni sulla bellezza.

Seduto in macchina con D. per il nostro ormai settimanale giro insieme, guardavo Mackin Park e la stradina che mi porta ogni giorno al lavoro e non sentivo il bisogno di andare oltre, di staccarmi da quel lembo di materia; mi piaceva e basta. Ma riconoscevo che il desiderio di vedere e conoscere altri luoghi ha ancora fame in me, proprio in quanto fame di sconosciuto, inaspettato. Entrambe queste sensazioni fondono in una sorta di propellente interno.

Stavamo uscendo e D. mi ha mostrato l’ultimo topo preso con la trappola. Era grosso. Del tipo di una ventina di centimetri senza contare la coda. Se ne stava lì, adagiato con il collo rotto al sole, mentre le sue vibrisse ondeggiavano nel vento. Il sole, che oggi era inusualmente caldo, non poteva nulla su di lui. Ma il dato di fatto è che comunque, dei topi, non frega niente a nessuno.

D. mi ha portato a vedere la casa dove si trasferirà a fine mese: la signora padrona di casa è un’anziana signora con difficoltà motorie che non si alza dal letto ma ha ancora una mente molto affilata. In casa c’era odore di artificialità e i boccoli bianchissimi del suo cagnolino erano morbidi. Ho aiutato D. a scaricare la macchina con le ultime cose da trasportare e poi siamo andati a Langley, dove ne abbiamo portate delle altre e dove D. mi ha offerto l’uso della sua seconda casa per i weekend. Come se non bastasse mi ha offerto il pranzo ed ogni volta che usciamo la questione va a parare su quello che per lei è un’inequivocabile verità: i canadesi non sono avvezzi alla generosità italiana (o meglio, siciliana in questo caso). A quel cerimoniale over-feeding, un'”oltre ospitalità”, non sanno cosa rispondere, si spaventano forse, rimuovono. Mancano quello che sembra l’unico modo, certe volte, di esprimere la felicità se le parole rimangono bloccate in gola.

Sì, D.? Siamo stati fortunati oggi? Ad aver trovato questo sole, senza la pioggia?

Vancouver dei Croissant

(30 giorni senza zucchero – ultimo giorno)

Oggi è stato uno di quei giorni in cui A. ha ballato il valzer con i carrelli. Vedere un turco tarchiato e serioso che spinge un carrello sul perno dell’unica ruota bloccata lo trasformava ai miei occhi nel principe Franz, stretto alla sua Sissi, in una musica di cigolante ferraglia.

In effetti, gli ultimi giorni di questo programma senza zucchero sono stati con un po’ di zucchero. Dopo le prime due rigorose settimane, il terzo ed il quarto weekend hanno visto prima la pizza e, dunque, proprio ieri e l’altro ieri, un tour gastronomico in diverse bakery della città, mirato a provare i croissant. Inoltre, pur avendone mangiato in totale circa una dozzina (tra quelli comprati e quelli prodotti da me a casa), nel turno di stamattina è come se mi fossi sentito ricaricato. Probabilmente la stanchezza che ho accusato durante la settimana scorsa era dovuta anche a qualche lacuna nutritiva, oltre che alle diverse sere tarde.

Nel complesso però, posso dire che vale sicuramente la pena di eliminare lo zucchero, pertanto continuerò a farlo. Il più grande pregio, che coincide con la più grande difficoltà, è che costringe a vedere la realtà più nitidimente, meno edulcorata. La nota biologica che aggiungo riguarda l’intestino: sicuramente nel mese passato ho accusato una frenetica attività gassosa, dovuta per lo più alla grande quantità di fibra che consumavo ogni giorno, in seguito ad un periodo molto sregolato. Ho avuto modo di confrontare piccoli cicli di quattro, cinque giorni dove mangiavo preferendo alimenti ricchi di fibre a periodi di uno-tre giorni in cui non ne mangiavo, o ne mangiavo molto poca. Questa alternanza si è rivelata essere buona alla ripresa di un’alimentazione variegata.

West

(30 giorni senza zucchero 29)

Maule Dhan sa che Rongkemi tornerà a cacciare lui, prima o poi. Ha fatto del male a milioni di api negli anni e questo non può passare inosservato. Forse, pensa, gli sta tornando tutto indietro attraverso le sventure che lo perseguitano.

Mentre guardavo The Last Honey Hunter pensavo a quando vivevo in Francia, nei Pirenei del sud, lavorando nel ranch di J. e tagliavo le erbe sui pendii della proprietà. Dovevo decespugliare piante “infestanti”, così denominate a seconda dell’utilità che l’uomo ne riconosce al proprio stile di vita, ed ognuna di queste mi pungeva subito dopo averla tagliata, o mi si aggrappava ai pantaloni o alla felpa, in un silenzioso atto di supplica. Agivano cioè, in quel modo in cui la vita agisce, nella legge del ritorno, che è tanto giusta e pacifica quanto immediata; è la reazione senza cattiveria, senza rancore. Quanto più pura è l’azione, pur nella negatività del suo carattere, e tanto più precisa e puntuale viene l’occasione di ripagarla. Al contrario, la lezione della vita alle opere più irrispettose e lontane dalle sue leggi, giunge da lontano, in tempi e modi al di fuori della consapevolezza umana.

Mi sforzo di osservare la natura per imparare da essa e recuperare le istruzioni originarie perdute, quelle verità essenziali che hanno il potere di ricondurci alla nostra essenza, a una vita scremata dalle derive culturali. Eppure è dura da digerire, è difficile da capire. Una sensazione di incongruenza crepa la continuità tra il mio concetto di natura, positiva e armoniosa, regno di bellezza e nobiltà, e quello di legge naturale, ossia come gli organismi che popolano la terra funzionano e interagiscono. Il mio giudizio è caduto in ginocchio di fronte alla foto di una volpe morta per asfissia con la testa bloccata dal congelamento in quello che era un buco scavato nel ghiaccio. O all’immagine di un montone morto trafitto dalle sue stesse corna ricurve e divenute lunghe abbastanza da perforargli il cranio. Questa “legge naturale” è così ancestrale e potente, che va ben oltre la soglia del bene e del male, a noi umani così cara per orizzontarci tra le rassicurazioni che cerchiamo; non interessa il benessere, né la sofferenza, o la ricerca di scopi. Agisce su un piano a noi sconosciuto, dimenticato, tanto da sembrarci sconfortante, disperante. Fare la pace con la natura significa davvero fare la pace con la morte.

Discendevo il Valley Trail nel Lighthouse Park di West Vancouver oggi, timorato dei grandi abeti che si perdevano in alto, attento a non suscitare la loro ira mentre vegliavano su chi transitava in quel terreno sacro. Mi dirigevo verso il faro di Point Atkinson, eretto nel 1914. Mi veniva voglia di bussare alle porte delle case sparse lungo il sentiero, che nel primo buio della sera venivano animate dai lampadari di calda luce gialla e camini fumanti. Era da qualche tempo che non avevo modo di allontanarmi per camminare ed oggi il richiamo ha vinto su tutto. Dovevo andare al faro. Avevo voglia di respirare, in piedi sui blocchi di granito della costa guardando Vancouver Island e la sua sciarpa di nuvole, mentre in città avevo voglia di trattenere il respiro.

Arrivato al faro, ho voluto trovare il modo di affacciarmi sulla costa, così mi sono ricongiunto sullo Shore Pine Trail e poco dopo ho trovato il punto panoramico su Merganser Bay e la voglia di non muovermi più da lì. Ho buttato la giacca su una roccia e ho scalato gli scogli per salire più che potevo e affacciarmi sul tramonto nuvoloso. Di sotto una superficie ondeggiante, come un torace espanso dal respiro, fatta di increspature regolari e lucide; un lenzuolo spiegazzato, una massa d’impasto appena uscita. E le mie mani sentivo di volerci tuffare, a maneggiare l’oceano, allisciarlo su una spianatoia.

Me n’era uscita dal nulla questa cosa di andare al faro, di farmi quattro ore di mezzi pubblici per andare a vedere di cosa si trattava. Un’idea in mezzo alla quotidianità. Ma una volta là di nuovo provavo piacere a stare senza giacca nel freddo, a respirare l’aria che sapeva di mare, assaporando i brividi e non desiderando altro. Mi sembrava di venire strappato via al pensiero di dover tornare. Questo può la liberazione.

Canadian blues

(30 giorni senza zucchero 27 e 28)

G. mi raccontava, quando facevamo le medie, che i piloti di Formula1 hanno la cosiddetta “supervista”, una capacità di vedere e reagire agli stimoli estremamente sviluppata, molto più veloce delle altre persone. Utile in particolare nello scrutare i dettagli della pista e nel prendere decisioni in tempi infinitesimi. Immaginare l’angolo ridottissimo che si deve avere da dentro una monoposto sulla pista è qualcosa che mi ha sempre suscitato grande stupore: persino nelle immagini delle on-board cameras risultava difficile seguire le curve e vedere quegli uomini affrontare il tracciato; era come guardarli tuffarsi in un vuoto che si apre davanti solo all’ultimo momento. Michael Schumacher era, all’epoca, il pilota che aveva la supervista più sviluppata ed io ne ero certo visto che era il migliore.

Mentre inforno il pane, a gruppi di sei su ogni pala per un totale di nove carichi, mi accorgo di non metterci che qualche istante nel valutare la distanza tra i pani più lontani – ogni deck del forno è profondo circa tre metri – riuscendo a non sprecare troppo spazio tra l’uno e l’altro. Anche in questo caso l’angolo di osservazione è molto ridotto ed è diverso per ogni deck, trovandosi ad altezze diverse. Lentamente guadagno esperienza e anche la giornata, passata a infornare, diventa meno pesante. Sulle mie maglie ho due o tre buchi nuovi, fatti con i chiodi e le viti che ogni tanto sporgono dai vassoi su cui il pane rimane a lievitare. Sono come fori di proiettile, le mie ferite di guerra.

O., il mio capo, mi ha fatto sapere di aver avuto le informazioni definitive sulla procedura di sponsorship che deve essere intrapresa perché io possa estendere il mio visto e continuare a lavorare in Canada. Si tratta di avviare una pratica chiamata LMIA, per la quale il datore di lavoro deve scrivere una lettera e informare il governo che è disposto a sponsorizzarmi garantendomi il lavoro, ma al contempo deve dimostrare, pubblicando un annuncio di lavoro con la maggior visibilità possibile per tutta la durata della procedura, che nessun altro canadese o avente già diritto di lavoro in Canada possa effettuare la mia mansione e, se qualcuno dovesse candidarsi, intervistarlo e dimostrare che io ho più skill di lui/lei nel fare quello che faccio. Questa cosa è molto difficile. Per cui, come un colpo d’aria inaspettato può far traballare, così i venti dell’instabilità hanno soffiato sul mio collo, gelidi stavolta, mentre qui stavo iniziando a sentire del calore.

Strano è quello che penso mentre nel mio turno taglio e inforno pane. La mente vaga, certi stati d’animo si alternano giocando e facendo danni, rimembrando vecchissimi ricordi dimenticati, per poi tornare nell’oblio subito dopo aver lasciato la soglia della bakery. Il ruolo del motivational coach a Campioni, il reality show sulla carriera di una squadra di calcio. Per poi considerare che programmi come il Grande Fratello sono risultati, per me, autentici in quanto trasmessi in diretta, in un momento della televisione in cui ogni cosa deve essere costruita ad arte e l’errore evitato, motivo di vergogna. Le dinamiche di un reality non sono genuine, i protagonisti seguono linee generali di condotta, ma avere telecamere puntate 24 ore su 24 finisce inevitabilmente per riprendere momenti di autenticità, di guardia bassa, di realtà. Così il coach di Campioni cercava di motivare i ragazzi durante l’allenamento dei calci di punizione, ma nelle immagini risultava chiaro lo scarto di comprensione tra la voce dell’uno e l’assimilazione delle istruzioni dell’altro. Era uno show sull’inefficacia, eloquente e autentico.

Tornato a casa ieri mi sono dedicato alle pieghe dell’impasto per i croissant e ho cenato con un piatto brutto di pane di segale e prosciutto crudo, burro autoprodotto, pomodorini, pickles, olive. Finite le pieghe e rinfrescato il lievito madre mi sono messo a letto e dalle otto di ieri sera alle otto di questa mattina ci sono rimasto. Dopo aver preparato i croissant per la lievitazione finale sono partito alla volta del Parlour, una pizzeria consigliatami durante il corso di pizza di martedì scorso. Sullo Skytrain smistavo le canzoni per una playlist e nei trentacinque minuti di viaggio varie persone si sono alternate nel posto al mio fianco, ognuna portando un odore diverso: una ragazza orientale dall’inconfondibile fiatella che mi pressava contro il lato del treno; un ragazzo dalla giacca turchese acceso con un buon profumo addosso; una donna che sapeva di caffè. E nell’aria di Vancouver frizzante di pioggerella vaporosa, quel sentore d’umido e fresco. E il profumo della pizza, di spinaci e carciofi e mozzarella, con un retrogusto sapido della pasta, morbida e croccante.

Dai finestrini del ritorno le isole di tronchi sul Fraser aspettavano d’essere condotte alle lame delle segherie e le anatre nuotavano in quell’immensa distesa d’acqua ben consce d’esserne le legittime proprietarie. La superficie rilasciava una coltre leggera di vapore vescicolare, quello strato di rada nebbiolina che fuoriesce dall’acqua per poi fermarsi lì a mezz’aria non appena incontra gli strati d’aria più fredda al di sopra. Se ne sta lì in mezzo, senza scendere ne salire. Fatto della stessa sostanza ma che non appartiene né all’acqua né all’aria.

Il centro città, tra Downtown e Gastown, è il luogo più in ma anche quello dove c’è la maggior presenza di homeless. Nella mia vita qui ho modo di imparare la natura del Canada e le sue contraddizioni, ne osservo il carattere, ne ascolto la voce da qualche autoproduttore di dischi di canzoni d’amore per strada, coi capelli sporchi e il marsupio rotto. Sono sicuro che quelle canzioni siano molto belle, ma non compro il cd.

30 giorni senza zucchero 26

Gli effetti dei carboidrati di questi ultimi giorni si sono sentiti, anche uniti alla stanchezza. Quest’oggi ero veramente molle. Pur non essendo completamente esausto, ero mentalmente affaticato e fisicamente insofferente. Il mio corpo chiedeva di dormire un po’ senza dover pensare a digerire insieme. Così, dopo il lavoro, mi sono lavato e sono andato a letto per quattro ore. Appena sveglio ho mangiato solo una bella tazza di minestrone di verdure, qualche oliva e un po’ di burro d’arachidi ed ora mi sento rinato. Nel complesso però la pelle è ok e sta molto meglio quando mi riposo.

Nel pomeriggio allora mi sono dedicato alla preparazione della pasta per i croissant che farò a casa e al rinfresco della pasta madre. Certi giorni vanno presi così, leggeri. Il valore del riposo è sempre troppo sottovalutato.