La strada per Bourg-Saint-Maurice

Dio non tocchi il nostro Sabato. Il lockdown ci fa involontariamente celebrare lo Shabbat quassù. Ci svegliamo prima, raggiungiamo la macchina e partiamo per la valle.

Ci troviamo alla fine della punta di una delle due antenne di una valle fatta a Y. Scorriamo lungo la strada scolpita nel versante, percorriamo la curva della diga che strozza l’Isère.

Di mattina presto scendiamo col riverbero e, se c’è neve, un po’ scivoliamo. Ma la mattina del Sabato è il nostro evento e gli scarichi d’acqua dai canali dei para-valanghe formano statue di ghiaccio che crescono al crescere dell’inverno. Per sempre grati alle reti che reggono le rocce e la neve che vi si deposita, non dimentichiamo nemmeno di rallentare per lasciare che i profili della terra si imprimano nelle nostre retine ogni volta come una prima volta, ogni volta come nuovi paesaggi.

E dopo Sainte Foy Tarentaise ci sembra di fresare la ripidità piallando una cornice. Passata dopo passata, Sabato dopo Sabato, seguendo amabilmente il greto decrescere sotto la schiena curva di aghifoglie. La pressione transita e cresce; l’aria si annuvola a metà quota stemperando tutto ciò che abbiamo visto fino a quel momento, lasciandoci al di sotto del nulla, trasformando il nostro ritorno ad un’ascesa nell’ignoto. I prati di valle appena sopra il paese restano innevati e i tralicci vi si appoggiano come Gerridi, diventando pure belli se fotografati bene, se accusati, in qualche senso, d’essere colpevoli.

Scendere al paese mi fa sentire come il nonno di Heidi. Scendere il tempo necessario a comprare ciò che serve. E poi su di nuovo, un po’ più piano perché la Punto, comunque, in salita, va quanto dice lei e sempre facendolo notare, con quel discreto odore di frizione che accompagna i nostri arrivi e con cui mi chiede “Sono stata brava?”

Poi i giorni come oggi. Anzi, oggi. Non ce ne sono stati altri uguali. Non c’è stato un altro sole caldo come quello odierno. Così sfavillante da trasformare ancora ogni parete, da moltiplicare le dimensioni degli strapiombi manovrando luci e ombre da scenografo. E fermandomi a lato della strada per avere il tempo di guardare, vedere le gelide lame di roccia puntare aguzze i lembi di seta rimasti appesi. Crepe raffinate nelle croste di torte di segale. E se all’andata ci sentivamo forti come regnanti smontando dai nostri palanchi d’altura, al ritorno non facciamo altro che ripiegarci su noi stessi chiedendo alla montagna ancora una volta: “Possiamo salire?”

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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