Paysan boulanger

Edwin toglieva i pani dal maestoso forno a legna. Bussava contro la parte inferiore della pagnotta per auscultarne il rimbombo, che doveva risuonare in profondità. Le posava a due a due in panieri di vimini. Io mi chinavo avvicinando l’orecchio per sentirne il flebile ticchettio. Il calore non aveva ancora finito con quella crosta.
– Le chant du pain! – dicevo.
– Oué oué – mi rispondeva Edwin sorridendo.
Il canto del pane. La musica che esce solo quando il pane è cotto alla temperatura appropriata e come risultato di un processo di lavorazione ottimale. Il prodotto è croccante come un tempura perfetto: cede sotto la soffice pressione dei polpastrelli. La fermentazione dona, una volta cotto, un profumo intenso e leggero come la farina molita da Edwin stesso. Un profumo di pane, potrei dire per far capire. Ma come fare per spiegare come fa un profumo a sapere ancora di più di quel profumo?

E se ascolti bene questo è lo stesso rumore che fa il grano nel campo – aveva aggiunto, mentre io immaginavo migliaia di spighe strusciarsi l’una contro l’altra nel vento di un campo dorato. Sapevo del canto del pane, sì, come ogni panettiere dovrebbe sapere, ma solo Edwin, o chi come lui, che coltiva il grano, lo molisce e ne usa la farina per produrre il proprio pane può avere una così profonda e comprensiva coscienza dell’intimo rapporto tra terra e pane.

Il cielo normanno è di nuvole veloci. L’orizzonte, di onde di terra ed erba brulicante. Le pale eoliche sono sparse dappertutto e nel loro silenzioso e perpetuo vorticare hanno finito per essere parte dello straniante paesaggio. Sono passeggiate futuristiche, tra foreste di arti scheletrici ad impatto zero.

Edwin e Manon non mi hanno accolto con molte cerimonie. Lasciato lì si può dire? Non avevo capito che ero già diventato parte di quello strano gruppetto che formiamo quando siamo a tavola. Dopo 1200 chilometri mi sono subito messo al lavoro. Avrei presto decostruito l’idea romantica del fornaio/fattore e di una tranquilla vita in campagna. Mandare avanti una fattoria che è anche mulino, che ha coltivazioni, che vende legumi secchi, che trasforma la farina in pane, in due con una bimba di un anno e mezzo non è cosa semplice. Ma questi tizi hanno scelto una vita così. Perché? Perché lavorare senza orari tutti i giorni, costruire e aggiustare tutto da sé il più possibile, risparmiare su tutte le cose, riusare, sbattersi diremmo noi, perché?

Parlo francese qui senza averlo mai saputo. Apro una dimensione di ascolto totale, imparando parole nuove ogni giorno attraverso i segni e il lavoro. Riduco tutto il resto. Osservo questi due ragazzi, più giovani di me, completarsi a vicenda nelle mansioni, nell’accudire la loro piccola creatura, nell’amarsi intimamente. Il loro amore è qualcosa di così prezioso ed essenziale che non si nota subito. Non si descrive a parole. Non serve sapere una lingua.

Costruisco senza essere un carpentiere. Quello che deve essere fatto si fa. Al massimo dell’impegno, per finire il prima possibile. Mi sono scorticato le mani in diversi punti sbattendo contro gli spigoli per fissare le guarnizioni dei pannelli. Nel vento gelido e sotto la pioggia, nel tiepido soletto marzolino. Non mangio praticamente niente di dolce e durante il pranzo e la cena, quando ci siediamo a tavola e c’è anche Liselle, mi perdo completamente nel suo sorriso e in quegli occhi così blu da far piangere di gratitudine.

Formo il pane solamente ascoltando l’impasto. Esso mi dice quando va bene fermarmi e quando infarinarmi le mani. Porto a termine ogni giornata senza programmare la successiva, né tutte quelle a venire. Ma a poco a poco scopro l’inestimabile: di quando Manon appoggia la testa sulla spalla di Edwin o di quando Liselle pronuncia un po’ il mio nome; del voler parlare di quattrini e ascoltarli dire che quello che fanno, per loro, è abbastanza; nel vedere che la casa e la fattoria sono un gigantesco laboratorio dove tutto è sempre in movimento, in fermentazione.

In questo momento, Edwin e Manon sono le uniche persone che conosco a non avere uno smartphone. Ogni giorno colgo ogni momento possibile per sporgermi di più verso la loro dimensione perché ogni volta che lo faccio trovo gentilezza e pazienza. Ma anche decisione e una capacità di accettazione che sembra incrollabile. Guardare Edwin lavorare sotto la pioggia mi ricorda la fermezza dei cavalli nel prato, che non si scompongono per i fenomeni atmosferici ma li vivono oltre il senso di consapevolezza. Fanno parte della loro vita. E così la vita qui vive se stessa. La pelle che mi indica la via dice il giusto. La terra dice il vero. Il grano, la farina, il pane sanno di verità. Ed ora immaginate le mani di Edwin che pane possono creare.
Ecco, è questo, il profumo che c’è nell’aria.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

2 pensieri riguardo “Paysan boulanger

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