Glacier

La Grande Motte ci guardava dall’alto come una mamma mentre io e A. salivamo lungo le sue caviglie. Abbiamo noleggiato un paio di raquettes per addentare la neve morbida dei versanti della Val Claret. Le guance imbiancate delle montagne brillavano, emozionate da un sole così caldo e potente da soffocare l’obiettivo della fotocamera. Insieme agli sbrilluccichii dell’universo di cristalli brillavamo anche noi, infiammati dalla voglia di salire.

Avevamo voglia anche di guardare la valle come non l’avevamo ancora vista, localizzare la nostra vita attuale in un punto del mondo che non fosse all’interno dei muri di un monolocale, ma ben definito sulla faccia della terra. Noi siamo lì! Un labrador faticava a seguire il gruppo in cui marciava il suo padrone, che si arrampicava sugli sci usando le pelli di foca. Una zampa dopo l’altra sprofondava, affaticandosi molto. Lungo la pista da sci, ancora ben pulita, la rete rossa spiccava come un taglio sulla pelle. Potevo togliermi la giacca. Il sudore mi bruciava gli occhi mentre stringevo le bacchette sul declivio sempre più pendente. Le ciaspole danno una grande stabilità sui pendii molto scoscesi, ma rimane comunque la fatica di salire. Fatica che si risolve con la soddisfazione di sentirsi leggeri come l’aria che ti circonda, fredda e avvolgente.

Il piano era raggiungere la cresta e poi tornare indietro seguendo la pista da sci all’ombra della vetta. La Grande Motte pareva accigliata. Come il vecchio gufo Anacleto nel cartone de La Spada nella Roccia. Senza alzare troppo la testa sentivo che ci fissava mentre procedevamo nelle sue sale.

L’altro giorno A. smanettava al computer e una pubblicità gli si è aperta. Una di quelle pubblicità che ormai si aprono automaticamente, che hanno trasformato internet in un banco per i compromessi. La ragazza diceva “What am I when I am not productive?”
Oggi ho voluto rispondere a questa domanda. Quando non sono produttivo cammino sulle montagne, respiro aria buona, sudo, accolgo il sole su di me, evito di spendere in corsi online, faccio tesoro del freddo che mi intirizzisce i peli e rinvigorisce la pelle, dimentico tutto ciò che è basso, egoistico, speculativo, fuorviante. Ricordo cosa sono io prima di essere quello che faccio, o peggio, quello che produco. Guardo in alto alle vette ed inevitabilmente mi abbasso, mi affaccio di nuovo alla terra e divento uno di quei fili d’erba che d’inverno non si vedono. Quando il mio essere non esiste solo quando produco qualcosa sono un fiore del campo. Ritorno.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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