Le riflessioni della ruggine

Una tisana per cenone la sera della vigilia. Pulizia di tutta la casa – pardon, stanza – come regalo la mattina del 25 Dicembre. Un po’ di pilates e la neve fuori che turbina da due giorni. Su instagram una balena solca la superficie dell’acqua trasparente sospingendosi con una pinna e reggendo l’altra, sopra la quale nuota il suo piccolo ed insieme seguono una direzione a noi sconosciuta. Intorno l’oceano. Nessun altro legame. Solo lo sconfinato e imprevedibile oceano.

Certe volte, anzi la maggioranza del tempo, mi trovo a gongolare nel comfort del calduccio. Il calduccio è quella cosa bella che ti avvolge non quando sei semplicemente sdraiato sotto una coperta o vicino al fuoco, ma quando sei in luoghi comodi e accoglienti come quelli ed hai la mente libera dalle preoccupazioni, senza pesi né scadenze pendenti.

Il calduccio è questa piccola stanza diventata accogliente. Un riparo dal clima ingrato dei 2000 metri alpini. Ci stai così bene e tutti sono contenti perché sei al sicuro. Ma poi uno spot pubblicitario su Instagram ti mette sottosopra di nuovo. Vedi due balene scivolare nella loro sostanza infinita all’infinito, verso la loro direzione che tu non saprai mai né potrai mai possedere. Le vedi fare quello che sentono giusto a prescindere che qualcuno le stia filmando per possederne l’immagine, per manipolare l’illusione di libertà. Eppure quelle balene, a discapito del motivo per cui sono state immortalate, ti colpiscono, perché nessuno è immune alla percezione della libertà.

Gotham Chess. C’è questo canale su YouTube, di questo ragazzo che spiega gli scacchi così bene da farmi provare il tepore del comfort. Per uno strano rimescolio nella mia testa poi, mi viene in mente Gotham, il telefilm che i miei peers guardavano nelle sere scozzesi durante il volontariato di Creag Meagaidh. In quel periodo lavoravamo alla sistemazione della farmhouse e del territorio della riserva. Quasi sempre pioveva e dovevamo andare ad abbattere le specie di alberi non native, oppure costruire ponti che implicavano la sistemazione dei fondali dei burns – i piccoli rii che venano le highlands – oppure tagliare l’erba e controllare i sentieri. Significava tornare sempre bagnati la sera. Fatta la doccia mi sistemavo al tavolo della cucina davanti al computer per annotare la giornata. Scrivevo con l’obiettivo preciso di creare una narrazione che mi piacesse, senza immaginare che avrebbe potuto leggere qualcun altro. Lì ogni tanto giravo la testa alle mie spalle verso il grosso finestrone e guardavo il coire senza capacitarmi – succedeva ogni singola volta – della bellezza e della straordinarietà di quel luogo.

Passava qualche ora mentre attorno a me i ragazzi cucinavano i piatti che mangiavano abitualmente a Malta, nel Lake District inglese, in Francia o in Olanda e poi uno alla volta restituivano la cucina al silenzio e a me. Andavano spesso a passare le ultime ore di veglia nella sala all’altro capo del corridoio, arredata con divani e un grosso televisore. Lì avevano iniziato a guardare Gotham. Non mi interessava particolarmente, ma starmene lì, con quella gente, al calduccio nelle highlands notturne, mi dava i brividi e poi mi calmava.

Anche stare a spasso in un villaggio alpino, mentre la neve cade, ti fa sentire al calduccio. Basta che esista solo la neve e che, ad un certo punto, tu smetta di fissare anche quella mentre la tua mente si perde nel presente. Fissavo un punto indefinito oltre la strada, oggi fuori da Chevallot. Guardavo la neve facendo quel tipo di sforzo che si fa per vedere gli stereogrammi e i fiocchi, che cadevano piccoli e medi senza produrre nessun rumore. Diventavano un’estasi di movimento che mi trasportava su un treno puntato verso il cielo.

Un cielo di rosso e viola. Incrostazioni di ruggine sul blu profondo delle teglie di ferro del ristorante. E’ proprio quando lavori manualmente, in innumerevoli atti ripetivi che la mente si alleggerisce come quando fissi la neve, come quando sei al calduccio. Amare la vita non più perché si incontra la propria volontà negli eventi, ma amarla per ciò che è, per la sua sostanza, per la sua imprevedibilità. Non abitare né possedere per capire che il punto fermo dell’universo è ogni singolo essere umano.

I social media, ah… Più spendo tempo su YouTube o su Facebook e più le pubblicità del guadagno facile, i grossi numeri e la discussioni in difesa dell’orgoglio mi fanno venire voglia di dire “Anch’io!”. Poi, guardando un frangente di Kobra Kai, mi è tornato in mente quanto la semplicità del non avere può liberare e rendermi leggero. Quanto maledettamente e disperatamente invidio quelle balene. Ma anche quanta umiltà mi serve per imparare da loro cos’è l’esistenza.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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