Ci fu un periodo della mia vita in cui non riuscivo a trovare calma. Lasciai casa dei miei con la borsa di roba che usavo per gli allenamenti, trecento euro al mese per una stanza in appartamento al terzo piano a Borgo Trento. Come entrava fresca l’aria della sera in giugno, non l’avrei mai detto in città.
Era un affitto breve, sapevo che sarei andato via in meno di due mesi, così dimenticai presto l’indirizzo perché non dovevo comunicarlo a nessuno. Il mio locatore si chiamava Harun e mi sembrò una delle persone più gentili che avessi mai conosciuto. Era molto magro. Il suo corpo era fatto della fibra degli esseri instancabili, coloro che possiedono quella scintilla di materia dell’universo che gli consente di sopravvivere nel mare di dolore e costernazione. Aveva un naso prominente, faceva il giardiniere per lunghe ore. Mi disse: “Con te non ho bisogno di chiudere la porta a chiave.” Ed io sentivo la stessa libertà.
Un giorno che ero a casa da solo mi dedicai alla pulizia delle parti comuni: il salotto, la cucina, il bagno. Quando tornò Harun mi sorrise, in un sollievo sepolto sotto strati di fatica agrodolce. Mi mostrò luoghi inesplorati della gratitudine. Trascorsi la sera seduto al tavolo del soggiorno, utilizzando il mio computer fino a tarda notte. Durante il Ramadan Harun divenne un’ombra, non lo vedevo mai uscire il mattino e in poche settimane fu come ritrovarsi in casa una persona diversa. Lavorava dodici ore senza bere né mangiare, dimagriva a vista d’occhio; doveva lasciare al lavoro almeno un chilo di sé al giorno, ma la sua luce non la perdeva. Nella penombra del salotto, i suoi occhi erano biglie nere che luccicavano dei riflessi dei lampioni, e illanguidivano la pelle arida del suo viso.
Dalle finestre aperte lo sciabordio monotono delle auto. Harun, creatura della sera, si muoveva così piano da non rischiare di sbattere contro nulla anche se non avesse visto dove andava. Raggiunse il frigorifero ed estrasse un pollo allo spiedo intero e un barattolo di panna spray. Si sedette al tavolo e iniziò a mangiare il pollo con le mani.
“Vuoi un po’?”
“No grazie Harun.”
Lo lasciai. Tranquillo, solo, felice, triste, ansioso, eterno, non so come si sentisse davvero, ma pensai che fosse quello il suo rituale personale. Un pasto con sé stesso, alla sua velocità, stanco abbastanza da riuscire a sospendere il proprio dialogo mentale e dirigere tutte le energie e le luci dei suoi occhi verso la sostanza che aveva nel piatto.
Prima di addormentarmi andai in bagno. Deviai per il soggiorno attirato dal riflesso color ambra della luce sopra l’acquaio in cucina. Vidi la figura di Harun chinata sulla fila di manopole del fornello, come un ponte arcuato sospeso sopra l’orlo e, con una mano alla volta, controllare che ogni manopola del gas fosse chiusa a dovere. Si chinava sempre a controllare le manopole del gas la sera, come ultima cosa prima di andare a dormire. Ci demmo la buonanotte e mi fu impossibile, da allora, dimenticare quella scena. Mi fu impossibile dimenticare la sua gentilezza.