Dove sono

Avevo deciso di passare le pause pranzo cercando posti isolati dove montare l’amaca e godermela, all’ombra di qualche albero, magari con un po’ di venticello. Era un fine settimana di qualche anno fa e, dopo aver comprato una vaschetta di insalata di riso e qualche banana, girai per una ventina di minuti prima di trovare il posto adatto. Si trattava di un boschetto di alberi piantati in due file ordinate, che da una parte dava su un campo aperto direttamente esposto sulla strada, mentre dall’altra invece racchiudeva il giardino di una casa. Non mi posi il problema della proprietà ma montai l’amaca piuttosto lontana dal giardino. Dopo aver mangiato il riso a cucchiaiate seduto sull’amaca, mi sdraiai e il sonno venne da sé. Il vento aumentò e dondolai dolcemente, i bordi molli del telo mi accarezzavano il viso; presso la casa il cane bianco riposava accoccolato nel sole.

Potevo girarmi su un fianco e sentire la testa sorretta dalla naturale inclinazione del sacco in cui ero avvolto; il mio battito rallentò e arrivai a sentire freddo, così mi rannicchiai ancora di più. Scorsi due gatti camminare vicini per poi fermarsi e guardarmi. Mi alzai mentre una bambina usciva a giocare in giardino.

Il giorno seguente girai Santa Maria di Sala in lungo e in largo, per trovare un altro luogo di pace in cui appendere l’amaca. Scandagliai boschetti e prati finché trovai un terreno coltivato a orto. Mi tenni a distanza di una decina di metri ma la zona era umida e ricca di zanzare affamate. Lasciai quel prato e optai per il più familiare parco di Villa Farsetti.

Montai l’amaca tra due alberi nelle file del parco. Alcune persone smontavano un set fotografico e tutta l’area del prato era in stato di allestimento per la festa del patrono. Mi abbandonai al movimento e sotto le chiome bucherellate dai raggi solari fu come galleggiare sulla superficie splendente di uno stagno. Sentii la fame. Mangiai una banana e il mio pasto fu concluso, la fame saziata. Mi sembrò di poter esistere solo lì e da nessun’altra parte. La stessa sensazione che avevo di Jack London quando si dedicò alla vita da hobo. Sembrava che non avesse in mente nessuna preoccupazione, doveva solo “andare sulla strada”. Era l’unico modo di intendere la sua scelta. Non stava combattendo per qualcosa, non stava scappando, non si lanciava a capofitto contro il sistema. Tutto accadeva a causa della vita che era in lui.

Tornando verso l’hotel, lungo la strada dritta dritta che seguiva la antiche squadrature delle proprietà agricole, rallentai, perché vidi brillare qualcosa a bordo strada, come un luccichio riflesso. Fui sorpreso e felice di assistere alla scena di mamma anatra che attraversava, seguita da una decina di anatroccoli. Aveva risalito la riva del fosso e sfidava l’acciaio delle tecnologie umane. Guardai negli specchietti pronto a mettermi di traverso nel caso in cui qualcuno, vedendomi rallentare, avesse deciso di superarmi a sinistra. Non venne nessuno e la comitiva sparì nel canale sul lato della strada opposto.

Si trattò di un evento normale e tutt’altro che sensazionale, ma mi accorsi di covare un pensiero enorme dentro, capace di parlarmi di sorpresa e di gioia. Non avrei potuto essere da nessun’altra parte.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono "diventato" atopico: ho smesso di abitare un luogo determinato.

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