Reportage dal freddo, 2

1 Dicembre Duemilaciannove.

Certe volte è facile distrarsi nella vita di tutti i giorni. Desidererei essere sempre focalizzato su un certo preciso modo di sentire e muovermi nelle cose che faccio.
Ho perso il bus per la piscina perché mi sono distratto guardando questo video e così, con gli occhi lucidi, sono uscito di casa correndo verso la fermata.

Nel periodo in cui ho abitato nella casa di M. ho sempre tenuto la finestra aperta in camera, sempre. Il motivo principale è che nella mia stanza ridotta il riscaldamento, che è centralizzato e automatico, alzava la temperatura fino quasi a sfiorare i 132° Celsius. Tuttavia questo ha avuto anche lati positivi: mi ha permesso di addormentarmi col suono della pioggia, o di svegliarmi con esso e imprecare. Con l’esperienza e quei buoni -1, -2 gradi notturni all’esterno, riuscivo ad alzare e ad abbassare il riscaldamento semplicemente modificando l’apertura della finestra. Era un divertente gioco termodinamico.

Ma ora ho lasciato quella stanza e scambio occhiate di complicità (o commiserazione?) con i barattoli di fagioli Heinz sul comodino dell’hotel Best Western di Coquitlam. Loro sanno che se ci troviamo insieme in questa stanza è perché alla fine del turno in pizzeria non avuto la risposta che cercavo. Iniziare in un venerdì sera è stata dura, soprattutto perché arrivavo già stanco e imparare a stendere, condire e i nomi e gli ingredienti di una quindicina di pizze in uno spazio di un metro quadrato giusto alle spalle di una bocca di forno da quattrocentossenta gradi di una cucina a vista sulla sala, mi ha richiesto una concentrazione massima per più di quattro ore. A., il capo pizzaiolo, vuole rivedermi il prossimo giovedì, così non ho potuto confermare la stanza dai ragazzi di Port Moody, poco lontano dalla pizzeria. Una gran bella stanza con una compagnia divertente e giovane in casa. Sarei stato felice di trasferirmi lì.

Non mi restava quindi che accordarmi con B., la nuova proprietaria della casa di Coquitlam dove avevo deciso di spendere Dicembre, lontano dagli amici ratti e con, forse, un diverso sistema di riscaldamento. Per cui ho atteso la risposta all’sms di sabato mattina con trepidante fiducia, doveva solo dirmi se avessi potuto entrare quello stesso pomeriggio o se invece il giorno dopo, così che potessi dare un piano preciso a M., la proprietaria della casa dove ho abitato fino ad ora, la quale, malata di una febbre da pignoleria tutta cinese, sembrava non lasciarmi scampo sulla scelta di un orario per il check-out, che nel buon vivere di entrambi ho deciso per le tre di quest’oggi, Domenica pomeriggio, ultimo momento utile in cui D., la mia non più coinquilina, potrebbe aiutarmi con la macchina.

B. non rispondeva ancora all’sms e nemmeno a quello che le ho fatto seguire nel pomeriggio di Sabato. Nemmeno a quello della sera di Sabato. Nemmeno a quello di Domenica mattina e non rispondeva nemmeno al telefono. Incredibilmente non rispondeva nemmeno al campanello e nemmeno il famigerato coinquilino M. (conosciuto solo dal nome apparso sull’annuncio) rispondeva al campanello. L’unico che mi è venuto incontro – con atteggiamento che oserei dire famelico – era Parker, il gatto rosso che si strusciava sul vetro della finestra quando sono andato a bussare.

Per cui che cosa potevo fare? Dovevo lasciare la stanza ma non potevo entrare nella nuova casa e avevo una valigia di vestiti e un’altra completamente piena del cibo che dovevo muovere, solo che non ho due valigie, ne ho una, e avrei dovuto fare due viaggi. Inoltre l’indomani sarebbe iniziata la mia ultima settimana di lavoro e quindi non potevo nemmeno muovermi ulteiormente in altre zone della città per cercare luoghi economici.

La faccia di D. era il ritratto della perplessità quando le ho raccontato cosa stava succedendo mentre mi accompagnava all’hotel. Ed ora guardo i due barattoli di fagioli, la brocca di plastica, il tonno, la valigia con la bocca spalancata, il sacchetto dell’uva attorcigliato in un ciuffo ribelle e fuori ha smesso di nevicare. Che cosa sto realizzando mentre il mio cuore e la mia mente mi muovono al pianto? Che, diamine, cerco sempre, in uno sforzo inconsciamente perpetuo, di piegare la vita ai miei desideri, quando invece sono io che fatico a seguire la vita. Dentro di me ho maturato passioni, interessi e desideri e ho cercato di seguirli il più possibile, spostandomi, lavorando, studiando, ma mi sono solamente trovato in una tangenza di occasioni, più o meno lineare. Ora mi trovo in una rotta divergente. Questa cosa che ho realizzato, dell’affidarsi alla vita, mi sembra molto entusiasmante ma suscita in me, contemporaneamente all’esaltazione, anche la paura di finire in balia delle onde, come quando vengo sballottato sul treno. Sicuramente questa nuova consapevolezza rappresenta per me uno step importante, come se mi mancasse ancora; dall’altra parte devo trovare un nuovo equilibrio. Vorrei potermi affidare alla vita come se essa fosse la mia maestra ed è questo che ho sentito guardando un piccolo sentiero battuto in un giardino. Quello che mi dà fiducia, alla fine, è che so che avrò sempre voglia di puntare una direzione, avrò sempre la forza di spingere per fare quello che voglio, da ora so che posso solo concedermi la serenità di un maggiore distacco dalle delusioni.

Di certo, questo nuovo livello di instabilità contribuisce a ridare un peso diverso a tutti gli elementi presenti nella mia vita. Il primo fra tutti è quel bollino azzurro sulla mappa del mio telefono in corrispondenza della casa che ho appena lasciato, che sebbene fosse vecchia e sporca e avesse molti più inquilini di quelli ufficialmente registrati, che fosse difficile viverci talvolta, che sebbene io sia stato contento di lasciare, per tre mesi è stata la casa dove volevo tornare, era la mia “Home”. E anche oggi ci sono passato accanto.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

5 pensieri riguardo “Reportage dal freddo, 2

  1. In questi giorni sto rileggendo “On the road” di Jack Kerouac e ho pensato che noi italiani non abbiamo proprio il senso di questo mettersi in viaggio e spostarsi senza meta e senza soldi. Loro, gli americani forse lo fanno come istinto di sopravvivenza, cioè se non trovano risorse in un posto si mettono subito in moto. Noi invece siamo quelli che aspettano. Poi almeno questo facevano in passato. Adesso non saprei, visto che nessuno lo racconta. Quindi la tua testimonianza è preziosa e potresti anche ricavarne un libro 😊

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    1. Ciao 🙂 non so dirti se le cose al giorno d’oggi siano rimaste uguali, ma quel libro è sempre un passaggio quasi obbligato per chiunque ami i viaggi! Quello che vedo io è che sicuramente gli europei viaggiano molto di più, soprattutto in Europa, perché checché se ne dica, ma potersi spostare e lavorare senza bisogno di visto e limitazioni temporali ecc.. è una gran cosa!
      Ti ringrazio molto per il tuo complimento! Mi piacerebbe poi tirarne fuori qualcosa di più strutturato in futuro 🙂

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  2. Come ci sei finito a Coquitlam? Caspita che coraggio e che avventura. Io vivo in Inghilterra è già la vita mi sembra complicata all’ennesima potenza per la forma mentis di un’italiana, sanità, cibo ecc. Non oso immaginare lì. 💕

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    1. Ho seguito la voce della vita 😀 Beh però ti piace l’Inghilterra? Se hai occasione un viaggio qui te lo consiglio, è molto diverso sia dall’Italia che dal Regno Unito, potrebbe incuriosirti 🙂

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