La gang

Uscito dal cinema prendo lo Skytrain. Mi siedo quasi di proposito su uno dei sedili sotto al quale stava un torsolo di mela mezzo marcio. Messo di traverso sul pavimento, in modo al quanto arrogante, dirigeva la scena. Prendeva spazio, prendeva.

Mi sono seduto sorridendo mentre guardavo fuori dal finestrino. Mi ero praticamente già dimenticato del torsolo e del suo grugno. Cambio treno per raggiungere il mio alloggio a Langley e nella nuova carrozza salgo insieme ad altre persone, ma proprio quando mi trovo davanti all’ultimo sedile libero faccio segno a una signora che può sedersi e quella va avanti, ringraziandomi. Vado sciolto, il buon umore trabocca da ogni mio poro. Scendo dal treno, imbocco le scale che percorro con grazia a passi veloci, lancio un pensiero all’uomo sotto la coperta appoggiato al muro e quello che mi passa davanti è proprio il 503, l’autobus che desideravo così ardentemente prendere. Faccio qualche gesto al conducente per chiedere di fermarsi ma quello, al sicuro da dietro il finestrino, agita il dito indice davanti al naso come se da un momento all’altro volesse infilarcelo. Lo vedo che si ferma al semaforo. Cazzo io quello lo prendo, io quello lo fotto! Corro col telefono in mano e la spongy cheesecake modello giapponese nell’altra. L’autobus riparte, si riferma al semaforo della curva dopo, cazzo io quello lo fotto! Ma non so da che parte girerà all’incrocio, ok devo buttarmi, vado a destra. La luce si fa verde e lui gira a destra, è mio! Attraverso di Corsa il parcheggio, passo davanti ai fari di un taxi, supero la siepe e atterro sul marciapiede di fianco all’autobus che mi sculetta via a un metro ancora una volta. Il semaforo successivo è rosso ma subito diventa verde. È perso.

Torno alla stazione battuto ma non sconfitto e mi rimetto in fila. Potrei prendere il 502 che fa la stessa strada fino alla mia fermata. Ma da dove parte? Non da qui in piazza perché non c’è la piazzola, la “rampa di lancio”. Il successivo 503 è fermo a lato della corsia di uscita, come un luccio sul fondo di un fosso: immobile ma sveglio. Mi giro verso la strada, a pochi passi da me sfila il 502 appena partito, sazio di passeggeri stantuffa qualche sgassata per deridermi. E due.

Tiro qualche colpo di tosse per la corsa inaspettata e l’aria fredda. Il nuovo 503 accende i fari nel buio. Mi punta. Si avvicina e da bravo che è si ferma proprio a una yarda dal palo della fermata. Eheh stavolta ti prendo. Il conducente non risponde al mio saluto, ha il dito indice conficcato tra i molari intento a liberarli da qualche graniglia o fibra di carne.

Mi siedo, infilo le cuffie. Si va a casa. Sono quasi felice per questa avventura del tutto personale che mi ha regalato una bella corsa. Mi sono sentito bene. Viaggiamo e mi guardo attorno. Guardo i visi dei passeggeri, le cose muoversi di fuori. Poi sorrido ancora, stavolta perché devo ammetterlo, sono stato sconfitto. Davanti ai miei piedi, con l’aria arrogante e lo sguardo obliquo, stava un torsolo di mela.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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