L'istmo

“A donde deberìa ir?”
“A l’Hotel D., por favor. Sabe donde es?”
“Sì, pero no te llevaré allì, es en la zona roja!”
Avrei dovuto passare a Panama City una sola notte, ma poi il mio contatto, la capitana di un brigantino ancorato sulla costa atlantica, ha ritardato la mia partenza a causa delle pessime condizioni meteo degli ultimi giorni. Così, dopo la prima notte, disastrosa, ne ho passate altre due in città, ma in un posto diverso, un ostello nella parte antica, apparentemente l’unica zona veramente sicura.

Appena sceso dall’aereo, dopo sette ore insonni passate di fianco ad un dentista panamense logorroico e capiente, ho sentito le gambe bruciare a contatto con l’aria esterna, mentre fino alla sera prima bruciavano per il freddo dell’inverno canadese.
Il mio hotel si trovava in quella che è considerata una delle zone più pericolose della Città di Panama, non solo dai turisti ma dagli stessi panamensi. Seguendo le indicazioni suggerite dal sito della Farnesina pensavo di aver scelto un alloggio in un quartiere affidabile, compromesso adeguato tra spesa, posizione e sicurezza. A detta dei panamensi, a quanto pareva, no.

La camera 812 era calda; regnava un potente odore di vecchio, legno stantio e umidità di stoffe pesanti. Sudavo rimanendo sdraiato sul letto; abituato al freddo, non pensavo ad altro che alle strade innevate degli ormai lontani quaranta gradi centigradi di differenza. Acceso il condizionatore, l’ho sopportato finché potevo: un vecchio rottame che raggiungeva gli stessi decibel del motore dell’aereo e così, in piena notte, esausto e con un forte mal di testa, l’ho spento. Posso dire di aver riposato solo qualche ora nei tre giorni successivi alla partenza.

Le notti in ostello – più economico, più sicuro e pieno di altri simpatici viaggiatori – sono state riposanti e leggere. Persino di sera era possibile uscire, nella zona del Casco Antiguo, il centro storico, patrimonio UNESCO, nonché quartiere di residenza del Presidente della Repubblica di Panama. Attorno a Casco Antiguo invece, come al di fuori di una bolla, c’è la zona pericolosa. Si tratta di un’area a metà tra la città vecchia e la parte più sviluppata, fatta di grattacieli bianchi e schermi luminosi. Lì vivono, o per meglio dire sopravvivono, “drogatillos, putas, ladrones” e per passare attraverso la quale è meglio prendere un taxi. Ma sempre e solo evitando i taxi abusivi e scegliendo quelli ufficiali e, in questi, stando attenti a vagliare gli autisti che sembrano più affidabili,, controllando le serrature delle portiere e possibilmente tenendo di vista i bagagli.

All’ostello consigliano di attraversare la zona pericolosa in taxi, ed io non è che abbia voluto deliberatamente fottermene di queste sensate precauzioni, ma dovevo fare i conti con un budget che non avrà entrate per un po’ e muovermi abbastanza in fretta da poter procurare le ltime cose necessarie per la vita sulla barca. Perciò ho attraversato a piedi i quartieri del vicinato tutte le volte che ho dovuto. Le strade erano animate dai chioschi di cibo; empanadas e polpette abbandonate al loro destino in vetrine spoglie e polverose; barbieri che tosavano capi come ovini e invitavano a sedersi tra seggiole su pavimenti coperti di un setoso strato nero; vie stracolme di ululanti venditori di frutta e verdura e cose e altre cose. Ho avuto un reale conato di vomito sorpassando l’imbocco di una via dalla quale proveniva un fetore di cane bagnato e fogna. Ma tuttavia scorrevo bene, cercando di capire che impatto potessi avere sulla gente del posto e quando notavo che i camerieri fuori dai ristoranti non mi invitavano allora mi dicevo beh, vuol dire che stai passando come un locale, con le mezze maniche tirate su e quella tua pelle color olivastro naturale. Però poi le persone che incrociavo mi salutavano con “Hi!”, oppure “Bienvenido!” e allora capivo che non solo erano molto cordiali, ma anche che mi sgamavano sin da lontano.

Appena arrivato all’ostello ho guardato M. sedere accanto a una gatta. Le sono andato incontro e l’ho conosciuta, abbiamo passato insieme molto tempo nei successivi due giorni, raccontandoci dei nostri programmi e dei nostri desideri. Non sudare era impossibile e per me era strano girare tutto il giorno con l’ascella pezzata, le mutande ficcate su appiccicate alle chiappe, appoggiare il braccio sul poggiaschiena della panchina accanto ad M. ed annusare l’odore acre che conquistava l’aria tra di noi. L’ho salutata il Lunedì seguente, entrambi iniziavamo non solo una nuova settimana, ma le nostre nuove avventure: lei nella scuola di spagnolo, io il mio lavoro su una barca a vela.

Per spostare i bagagli ho preso un taxi fino all’Albrook Bus Station, dove sarebbe partito un autobus di linea con aria condizionata e nessuno spazio per le gambe fino a Sabanitas, fermata lungo la strada per Colòn, dove ho preso uno dei famosi dragstar bus modello scuolabus ma completamente ridipinto in stile tamarro panamericano e meccanicamente potenziato, sbuffante gas dalle marmitte giganti appese al retro e carico di facce stanche, musica caraibica su imbottiture rosse lucide.

Ultimo taxi per Linton Bay Marina. Per diverso tempo ho pensato fosse l’ultimo in assoluto. Il tassista, un uomo dai baffetti curati ma con qualche pelo ribelle sul gargarozzo e una camicia azzurra, tagliava curve cieche come se stesse portando un passeggino in un parco e le vacche magre dei prati non ci degnavano di uno sguardo. Avevo l’impressione che non avrebbero fatto una piega nemmeno se in quel momento ci fossimo schiantati contro il fianco di una collina. Quattro cowboy sedevano su una panchina a bordo strada mentre i cavalli stavano alla corda immobili, con i fianchi scavati e il labbro inferiore tristemente penzolante. In questa parte del mondo sembra esserci sempre la stessa sfumatura, un che di uso, di regolare e dignitosa sopportazione.

R. si stava facendo la doccia al mio arrivo. Mi hanno accolto J., amico e marinaio tedesco a Linton Bay da due anni, e Holly, il cane di R. Mi hanno accompagnato alla barca con il dinghy di J. e mi sono sistemato. Poco prima della mia prima notte me ne stavo lì sul ponte a fissare la prua dondolare in su e in giù e se fino a un momento prima mi chiedevo se avrei sofferto il mal di mare, se sarei stato all’altezza di quella situazione, come la mia pelle avrebbe reagito a quella vita di sudore, sole e sale, rivolgendo gli occhi al mare, che mi dava l’idea di stare avanzando anche se eravamo all’ancora, tutto si è messo completamente a tacere. In quel silenzio sono arrivate le stelle.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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