Il contendente

Un mese di vita sulla barca aveva fortemente condizionato il mio fisico e, sempre più verso la fine dell’esperienza, anche la mia mente. Spendere la maggior parte del giorno e della notte in quell’ambiente ristretto aveva sortito l’effetto di stroncare la mia preparazione sportiva, facendomi sentire la mancanza delle lunghe camminate e delle corse. Come se non bastasse, mi sono trascinato sin dal primo giorno una tremenda botta, procurata nella violenta e inaspettata collisione del minolo sinistro contro il serramento d’acciaio di uno dei boccaporti. Botta che nel tempo è stata continuamente rinfrescata da successivi e, alle volte, irrisori incidenti. Nei rari momenti in cui uscivo sulla terraferma per correre, smettevo dopo qualche centinaio di metri. Passata qualche settimana avvertivo una esplicita asimmetria nella distribuzione dell’appoggio durante il cammino, dovuta alla compensazione che il mio corpo agiva all’oscuro della mia coscienza, causando dolorose fitte sotto il ginocchio sinistro.

Quasi tre settimane sono passate dal mio arrivo in città e quello che vivevo come tempo incerto e provvisorio di riorganizzazione ha finito per trasformarsi nel più utile e provvidenziale periodo di recupero e allenamento che potessi desiderare. La vicinanza degli ostelli alla bella parte di città chiamata Cinta Costera mi ha incentivato a correre e allenarmi ogni giorno sul lungomare pacifico; le numerose squadre di Ultimate e le frequenti partite improvvisate sono state lo stimolo adeguato a trattare il mio corpo nel modo migliore al fine di recuperare il pieno appoggio di entrambe le gambe, mostrando come la botta si fosse evoluta in una tendinite lungo tutta la parte esterna del piede sinistro, ormai anch’essa pienamente guarita. Ma è stato anche un tempo estremamente prezioso per riprendere a sistemare vecchi appunti e rimettere la testa negli studi che mi sono più cari, riscoprendo un vero gusto per la sveglia mattiniera e il lavoro intellettuale lungo e solitario, pure in mezzo alla confusione. La mia pelle ha apprezzato molto, guarendo le estese crostificazioni delle grattate sulla barca in meno di due giorni, soprattutto dopo aver cambiato ostello, preferendone uno in un quartiere più tranquillo.

Qui alloggiano moltissimi backpackers, giovani e meno giovani, ragazzi e ragazze in dormitori misti, dreadlocks, tatuaggi, vestiti colorati e seni scoperti, non sempre sicure doti culinarie e il piacere di presentarsi. Molti di loro amano prendersi il tempo di registrare episodi della propria vita su un diario, altri guardare puntate di One Piece dal telefono o semplicemente dormire quando più ne hanno voglia. Alcuni li ho visti giocare a ping pong nel salone, ma non ho mai avuto nessun desiderio di mettermi a impugnare una racchetta smangiata nel caldo del piano superiore. Mi limitavo a posare fugacemente lo sguardo sulle braccine di coloro che spingevano la pallina verso l’estremità opposta del tavolo in lenti archi supplicanti, per poi dimenticarmi persino del rumore che facevano, immerso nei miei appunti.

Fino a oggi. Il giorno prima della partenza per il Costa Rica. Ero ormai pronto ad uscire per il mio allenamento quando, rientrando al dormitorio per cambiarmi, ho visto la sagoma di un bambino giocare da solo, colpendo la pallina con la racchetta e correndo a riprenderla. Un’improvvisa fiammata ha risvegliato ogni fibra del mio corpo e sono improvvisamente uscito dal contesto storico. Ho percepito in lui un’aura potentissima, più forte di tutti gli altri giocatori qui in ostello, ed in me una rinata voglia di giocare. Lanciato l’asciugamano, ho raggiunto il piccolo senza neanche cambiarmi le ciabatte.
“Do you wanna play?” gli ho chiesto.
“Yes.” Ed il tic-toc della 38mm in plastica bianca accompagnava già i nostri movimenti. Lente sbracciate a transitare traiettorie incerte. All’inizio sembrava che dovessimo preoccuparci quantomeno di colpire il tavolo piuttosto che definirci abili nella pratica del tabletennis. Le racchette erano leggere e foderate di ciò che rimaneva della gomma: secchi e duri palmi puntinati, dai contorni sciolti, rilvelavano il legno del piatto, inferendo ad ogni colpo uno shock sonoro. Qualsivoglia tentativo di colpire la palla di taglio produceva un effetto appena percepibile, quando non nullo, facilmente neutralizzabile dalla medesima, inerte superficie (non) assorbente della racchetta opposta. Per diversi minuti siamo stati una collezione di impatti, una lista di lanci immolati al dio della sensibilità. Mi sembravano così lontani i giorni di allenamento con Alessandro nei saloni dell’Anspi, dove sconvolgevamo gli arredamenti per garantirci lo spazio attorno al tavolo sufficiente a sferrare colpi da tre, quattro, cinque metri di distanza, disegnando magie discendenti che non avevamo il tempo di apprezzare completamente, concetrati come eravamo a interpretare gli effetti che le nostre Stiga sapevano imprimere alle palline. Non esisteva un rimbalzo lineare nei nostri giochi, solo inconcepibili twist e asimmetriche parabole con le quali volevamo batterci a vicenda. I risultati di queli anni di allenamenti e gare ci resero due tra i migliori giocatori di tutto Povegliano ed io, oggi, ero intenzionato a giocare esprimendo tutta la mia forza, se fosse stato necessario.

Mi concentravo nel tarare il mio braccio sulla potenza adeguata a sfruttare il giro di polso, per torcere i dritti all’interno della superficie del tavolo, oppure accennavo qualche rapido destra-sinistra per saggiare la prontezza di riflessi del giovane padawan panameño. Respingevo anche le palle al volo o quelle finite a rete, mentre notavo che lui fermava quelle non valide e riprendeva con la battuta, come se stessimo giocando una partita ufficiale, ma senza la seccatura dei punti. Così ho iniziato a fare lo stesso. E abbiamo cominciato a spingere e impegnarci pur non avendo un traguardo da raggiungere, era puro gioco. D’improvviso ha fatto scivolare la pallina dalla mano sparando una battuta così bassa e veloce che il mio lento tentativo di risposta si è concluso a rete. Alla rimessa da parte mia, concesso qualche diplomatico scambio, eccolo appropriarsi della posizione spostando il piede sinistro leggermente avanti, per concludere un dritto incrociato che ha segnato la mia metà di tavolo sfuggendo alla presa della racchetta.
“You have some skills” gli ho detto.

Ci divertivamo sinceramente e lui rideva quando non riuscivo a star dietro al suo rovescio, ma anche io ridevo quando lui finiva seduto sul pavimento girato da un colpo in controtempo. A mano a mano che mi scaldavo sentivo la racchetta tornare a far parte del mio braccio, specializzandone la sensibilità e imparando le inclinazioni corrette per aumentare la forza. – E va bene, aumentiamo un po’ il livello. Non ho intenzione di risparmiarmi -. Mentre pensavo ciò focalizzavo ogni energia nella visualizzazione del colpo successivo. La suola della mia ciabatta grattava il granito polveroso alzandosi sotto al tallone mentre distribuivo il peso del mio corpo sulla parte frontale del piede comprimendo le dita, istantaneamente e senza soluzione di continuità; predisponendo la torsione del tronco e la “tsiuuu” frustata con cui ho scaraventato la pallina contro il muro “pac”.

Non avevo ancora il pieno controllo ma le nozioni imparate dalla mia memoria fisica supplivano gli anni di mancato allenamento, riconducendomi a una saggezza motoria sempre più chiara. Assumevo la posizione di fianco per rendere al meglio la potenza esplosiva delle braccia, che deve essere coadiuvata da un veloce gioco di gambe, visti i tempi estremamente ridotti tra uno scambio e l’altro. Settavo le battute sondando l’efficacia delle risposte, trovando il suo punto debole nella risposta di rovescio su colpo lungolinea. Ho iniziato a martellare una battuta dopo l’altra sempre sul suo fianco sinistro, approfittando delle inesperte risposte per scaricare la mia forza in dritti e rovesci a pioggia, con l’obiettivo di minare la sua sicurezza e inferire un gap psicologico. Chiudevo i colpi con crescente percentuale di successo.
“I have some skills too.” gli ho detto. E non stavo usando che il 50% della mia forza.

Il decenne, che forse avrà avuto al massimo undici anni, rimaneva sbalordito da quei veloci ed esplosivi colpi, per cui ha deciso di adattare la strategia impostandola su colpi incrociati a spostarmi. I molti recuperi che risputavo indietro risucchiando la pallina a pochi centimetri da terra suscitavano reale stupore in lui, che non aveva mai visto niente di simile. Nel suo ingenuo modo d’essere però non smetteva di caricare i colpi, facendomi sudare e scalfire il tavolo con la racchetta senza riuscire a salvare nessuna delle sue temibili palle corte. Capivo che la mia strategia psicologica non stava funzionando contro la sua giovane e istintiva intelligenza. Aveva rapidamente trovato un’efficace contromisura ai miei attacchi. Ho deciso allora di usare gli effetti, annullando molti dei suoi colpi d’attacco lisciando le palline come se stessi usando un pelapatate, sfruttando così la sua stessa racchetta per costringerlo a schiacciare ogni risposta a rete o a elevare la traiettoria oltre il limite sicuro del tavolo. Stavo usando una tecnica adatta a sfruttare la sua forza contro di lui. – E ora come la mettiamo? – Ben presto però anche questo è diventato inutile e ho riconosciuto quella che, tra tutte, era la sua skill più temibile:
“You are improving very fast!”
“Yes I can improve fast in the things I do.”
L’ho tenuto a bada utilizzando un’altra delle tecniche oscure: l’anticipazione. Si tratta di prevedere la traiettoria della battuta per rispondere durante il controbalzo, annullando il peso della pallina (per questo è anche chiamata tecnica dell’antimateria) e incrementando così la potenza d’impatto; in questo modo è possibile colpire al doppio della velocità ma usando la metà della forza.

I colpi lo trapassavano senza dargli il tempo di capire da dove arrivassero; era un bombardamento senza alcuna possibile difesa. Le sue armi erano più povere delle mie ma lui continuava a rimanere in piedi. Con ritrovata fede e nuove abilità batteva grandemente, facendo scivolare colpi subdoli appena al di sopra del filo dela rete. Gli scambi si susseguivano con passione. Tra la plastica delle mie ciabatte e la pelle si formava la schiumetta bianca del sudore lavorato; mi tergevo la faccia grondante con la maglia. – Che cosa? – Dall’altra parte del tavolo il bambino non sembrava nemmeno sudato! Che cosa mi sarei dovuto aspettare? Dove conservava una forza così spaventosa? La sua saggezza era già ben oltre il livello che la sua età avrebbe supposto. Il mio arsenale non era ancora completamente vuoto: ho deciso di giocare solo con battute a effetto. Ma i nostri scambi si facevano più lunghi e ben presto mi sono ritrovato a dover sprigionare oltre l’85% della mia forza. Tempo e impegni avevano definitivamente perso ogni valore nel mio pomeriggio. C’eravamo noi, la pallina e quel maledetto tavolo.

Caldo com’ero ho voluto di demarcare una volta per tutte la nostra differenza di livello. Ho deciso di giocare al 100% della mia forza. Le battute diventavano assolutamente imprevedibili; lo costringevo a corse spezzagambe da una parte all’altra del tavolo solo per condannarlo alla frustrazione di osservare la pallina arrendersi al secondo rimbalzo prima che la sua caritatevole racchetta potesse raggiungerla; piede sinistro avanti, destro indietro per accelerare la pallina e schizzarla nell’angolo opposto del tavolo e poi “hop”, veloce torsione e piede destro avanti, braccio raccolto come un’ala d’aquila a distendersi fulmineo, toccando la piccola sfera bianca con una nitro-carezza, un bacio atomico.

Il mio tempo stava volgendo al termine, non potevo mantenere quello stato di potenza per più di un certo tempo. Ero sbalordito dal quel ragazzino che, pur essendosi beccato il sordo “pok!” di uno dei miei colpi più forti sulla clavicola, riusciva ancora a reggersi in piedi, vaneggiando il proposito di imparare a respingere i miei dritti.
“Thank you very much for the game!” gli ho detto stringendogli la mano. “Tu nombre?”
“Stilyian” è quello che ho capito, senza conoscerne il corretto spelling. Ma tutto acquisiva un senso: quel nome suona molto con le parole “still young”, ancora giovane. Ed io che credevo di aver impartito una lezione a questo giovane, puro contenitore di forza, mi sono ritrovato ad apprezzare uno dei regali più preziosi: il privilegio di essere stato parte, per un breve tempo, di quel flow che sgorga direttamente dal cuore dell’esistenza. Sono sicuro che il nostro incontro era scritto tra le pagine della vita.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

2 pensieri riguardo “Il contendente

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