Dermatite atopica: il viaggio – pt. 2

Sono diventato un atopico ulteriore, geografico. E’ stata una mia scelta, forse la prima vera scelta che abbia mai sentito così mia, così intensa e profonda da smuovere il modo di approcciarmi verso il mondo in uno slancio di fiducia che rasenta la fede. A-topico significa senza luogo, ma in patologia ha il significato di “non classificabile in modo esauriente”. Cioè non si hanno informazioni certe sulle cause della dermatite atopica né su come venirne a capo. Si hanno solo descrizioni sintomiche e consigli utili al contenimento.

Nel Giugno 2018 ho fatto un test per le intolleranze. Sono risultato intollerante ad arachidi, pesche, glutine, lattosio, uova, yogurt (in pratica che cavolo dovevo mangiare?) ed ero da lungo allergico a lecitina di soia, pelo di cane (del tipo che se una stanza era abitata da cani ma se anche questi non erano presenti comunque starnutivo ed espellevo litri di muco dal naso), polvere di casa, graminacee. L’estate 2017 inoltre è stata la peggiore in assoluto a livello di reazione cutanea: intere notti insonni e braccia compltamente piene di croste; livello di stress fisico, lavorativo ed emotivo altissimo; manifestazioni croniche di colite e ipersensibilità al cibo. Per un dermatologo però, le cause psicologiche, pur sussistendo, non sono ambito d’intervento quindi si passava attraverso le creme. Tre creme diverse per palpebre, angoli della bocca e braccia/gambe. Creme che (tolta quella per braccia e gambe, l’unica che attualmente utilizzo ancora nelle rare situazioni di emergenza) hanno solamente contribuito a penetrare la pelle del mio viso, formando un versamento di liquido sulla mia mandibola destra, deformandomi per qualche settimana.

Tra le serafiche risposte alle numerose domande che ho rivolto al mio dermatologo di allora, ho potuto ricavare che il clima della mia regione d’origine risulta inclemente al mio tipo di pelle. La psicosomatica invece riferisce alla pelle la funzione del contatto, traducendo il sintomo nella manifestazione del modo in cui si vivono le relazioni con le altre persone, specialmente quelle affettive. Le spiegazioni mediche non spiegano davvero nessuna causa a parte quella alimentare, per cui determinati cibi scatenano fattori allergologici, in particolare nel mio caso, in cui la dermatite è risultata essere – alla mia età, non essendomi mai passata – l’effetto che il corpo origina in conseguenza a una reazione allergica. Una specie di power combination, come quando i robot giapponesi si univano l’uno con l’altro per formarne uno super. La visione olistica assume che lo sfogo cutaneo è uno sfogo di acidità, attraverso il quale il corpo trasmette un messaggio che dovrebbe suonare più o meno così alle mie orecchie: “Vecchio smettila di mangiare merda e guarda che sono stufo di fare cose che non mi sento bene a fare”. I ricercatori dello spirito rafforzano questa visione e inscrivono le cause di un sintomo alla più interna e intima situazione spirituale umana, in una dimensione così atavica e interiore da essere praticamente impercettibile a noi Sapiens Sapiens odierni, completamente distratti e diseducati al sentire.

Mi sono ritrovato con un fagotto ricco di diversi punti di vista, letture diverse delle stesse righe e ho deciso di chiudere quel fagotto con un bel nodo, appendermelo in spalla e portarlo con me lungo una strada che non avevo mai preso prima, aprendolo per arricchirlo o per condividerlo con le persone. Cosa è cambiato? Che quando ora guardo le mie braccia non vedo più un lichene rinsecchito, vedo una mappa. L’indicatore più genuino direttamente collegato ad un interruttore che sto ancora imparando a riconoscere: la mia percezione. Così il lavorio che conduco di giorno in giorno è nient’altro che quello di imparare ad ascoltare cosa il mio corpo sta cercando di dirmi, sforzandomi di deviare dalle correnti di significati artificiali che ostruiscono la vista del mondo per quale è.

Sembra un vaneggiamento, ma a me basta così. Mi basta che funzioni, che mi faccia sentire bene. Ho deciso di viaggiare per ritrovare una leggerezza che non avevo mai conosciuto, per incontrare le vedute di luoghi che mi chiamavano da tempo, per imparare lingue e mestieri diversi da quelli che credevo avrei dovuto sempre fare. Ma soprattutto ho deciso di lasciare il luogo in cui ho sempre vissuto perché sentivo che ogni luogo sarebbe stato quello giusto per vivere. Ho ridimensionato i legami che, a volte, tiravano forte per volermi bloccato al molo; ho stabilito rotte verso acque che non conoscevo e ho abbracciato l’idea poco confortante di immergermi nelle mie paure. Tutto questo ha funzionato, sta funzionando. E mi percepisco ora in un luogo neutro, pacifico, in armonia, da quale ciò che non lo è risalta, stona. E più significati accolgo e più comprendo modi nuovi di accogliere ciò che mi è sempre stato insegnato di combattere. Come che il miglior modo di parlare di dermatite atopica è quello di non parlare di dermatite atopica.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

6 pensieri riguardo “Dermatite atopica: il viaggio – pt. 2

  1. “Che quando ora guardo le mie braccia non vedo più un lichene rinsecchito, vedo una mappa. ”

    Piacere di conoscerti Atopico. Una bellissima immagine che ha un senso anche metaforico. In questo non luogo che a volte _siamo_ sono le ombre, i difetti ad essere segno, a farci da mappa per ritrovarci autenticamente.
    B.

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    1. Piacere mio 🙂 quanto hai ragione! In un mondo che tende ogni giorno di più alla perfezione, pare bello rivolgere lo sguardo ai difetti, o almeno può essere un modo curioso, e forse sano?, proprio per riconoscersi 🙂

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  2. Sulle cause psicologiche si deve intervenire e in modo serissimo. Ma il tuo dottore ovviamente deve rifilare creme e cremine che costano un botto, per farsi le vacanze ogni anno. Purtroppo l’aspetto psicologico è quello che viene trascurato di più e nessun dottore ti dirà mai che non guarisci perchè dentro di te qualcosa va sistemato.
    Sai la pelle è il nodtro contatto più diretto col mondo esterno. Se a te il mondo ti danneggia ( con tutte queste allergie e intolleranze, che io conosco benissimo e ci son passata pure ahimè) vuol dire che in passato hai avuto un trauma causato da qualcuno che forse ti ha toccato in un certo modo, o in certi punti, e questo contatto non voluto ti ha distrutto. Io son stata abusata a 4 anni e ho tante malattie ancora che derivano da quel contatto non voluto. In più se la cosa avviene da bambini è talmente grave che perdi la gioia di vivere e il mondo lo rifiuti. Le allergie e tutto il resto sono un rifiuto per difendersi dal male che è stato fatto. Io lascerei perdere questo dottore e cercherei n bravo psicologo 😊

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    1. Le conseguenze di esperienze come quella che riporti possono essere quelle sì. Per sviluppare allergie e intolleranze tuttavia possono “bastare” anche singole litigate, o eventi spiacevoli, che incontrano una nostra mala disposizione.

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