Dermatite atopica: il viaggio – pt. 3

Mi affascina molto il nomadismo, per cui sto cercando di saperne di più, anche praticandolo un po’. A metà tra la ricerca sociologica sul campo e la narrativa geografica, l’esperienza di studio che sto portando avanti vuole descrivere e approfondire l’impatto di specifiche “condizioni di variabilità”, le chiamo così, sulla mia personale cosmologia. Come le scelte di vita cioè, particolarmente grandi e operanti nel lungo termine, modificano il nostro modo di essere e di pensare in molteplici ambiti: culturale, religioso, psicologico.

Con condizione di variabilità intendo una specifica situazione o tendenza entro la quale un soggetto agisce e modella la propria realtà in funzione della realizzazione delle proprie aspettative. Questo concerne i processi decisionali, relazionali e mentali. Si pensi all’idea di stabilità: un soggetto può programmare obiettivi, personali e lavorativi, in funzione del raggiungimento di una condizione di stabilità adatta e definibile dal soggetto stesso. A livello descrittivo occorre però precisare, al fine di chiarire il significato dell’oggetto d’indagine, che il termine stabilità rappresenta solamente una tra le condizioni di variabilità. Esse sono molteplici, diversamente preferibili e soggettivamente consapevolizzabili.

In pratica, stabilità e instabilità, sono allo stesso modo condizioni di variabilità. Sono entrambe “scelte di vita” potremmo dire. E’ qui che punto la mia lente e voglio cercare: è possibile preferire un orizzonte di instabilità e provvisorietà nella propria vita ad un percorso di stabilità e sedentarietà? In che modo la realtà muta o, meglio, in che modo il soggetto muta nei confronti della realtà? Quali risorse vengono attivate? Allora per rispondere a queste domande devo per forza entrare nel pratico della ricerca: è necessario creare e preferire specifiche condizioni di variabilità, nel mio caso provvisorietà e instabilità. Sento che questo processo interiore, di mutamento spirituale e culturale, mi richiede il massimo sforzo nella consapevolizzazione, al fine di poterlo rintracciare e descrivere.

Trasformo allora esperienze usuali in strumenti di ricerca: il viaggio, il lavoro, lo studio di una lingua, l’esposizione a una differente cultura; smettono di essere l’obiettivo dell’esperienza e diventano strumenti al suo servizio, pronti ad essere cambiati. Tale processo di cambiamento propelle se stesso e, quale risultato implicito, inevitabilmente mi costringe a richiamare risorse personali ed esterne nuove o poco considerate in precedenza.

Questo sistema rappresenta la mia personale cura spirituale. La cosa più interessante in assoluto però è registrare che al mutare interiore muta anche il corpo con le sue reazioni.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

2 pensieri riguardo “Dermatite atopica: il viaggio – pt. 3

  1. Secondo me dipende tutto da come uno è stato cresciuto. Ci sono bambini che hanno avuto genitori che giravano il mondo che non potrebbero mai vivere in una casa di mattoni e avere una stabilità. Si sentirebbero in prigione. Altri invece che hanno avuto una casa con tutte le comodità che faticherebbero ad adattarsi a condizioni di nomadismo forzato. Quindi poi è un’esigenza. Si può fare una prova e vedere se uno sta bene vagando o rimanendo immobile. Dipende anche da qusli progetti uno ha, se li ha, se è solo o in compagnia ( perchè per esempio è piu facile spostarsi quando di è da soli, con famiglia e figli già è piu impegnativo).

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