Atlante

Ora mi diverto molto a prendere l’atlante e guardare i luoghi, scorrere sui confini, soffermarmi sulle fotografie e contemporaneamente ricercare informazioni su internet.

Piaceva molto farlo anche a mia madre, che mi diceva: “Ogni tanto prendo fuori l’atlante e guardo i posti”. Adesso li cerca anche lei su internet, soprattutto i posti dove vado io.

Questa attività mi piace così tanto che inizio a pensarci già dal mattino, mentre lavoro nelle ore buie e silenziose, quando tutte le forme di pane sono immobili nella cella frigorifera. Penso che vorrei sedermi al tavolo della biblioteca di Coquitlam davanti al pesante Atlas della Oxford, con tutte le sue nitide e affascinanti foto delle città del mondo ritratte dal satellite, in ognuna delle quali scorre un fiume. E ciascuna di esse si apre a macchia sulla terra, piena di venuzze come una foglia, come una zona eczematica in confronto ai brillanti colori della terra vergine. Vale la pena spendere quarantacinque minuti di bus e Skytrain per raggiungerla.

Leggere di luoghi che non ho mai sentito mi riempie di stupore e alimenta la mia curiosità. Finisco la punta della matita dell’ikea e il ragazzo seduto accanto a me mi presta una micromina. Resto fermo per quasi tutto il tempo su una sola foto, grande, occupa due pagine intere: è la veduta aerea dell’isola chiamata South Georgia, Georgia del Sud, una colonia britannica situata nell’oceano Atlantico del sud.

Su quest’isola c’è un piccolo villaggio chiamato Grytviken, abitato solo stagionalmente, fondato nel 1904 dal baleniere e capitano norvegese Carl Anton Lausen. Ma quello che cattura la mia attenzione rispetto a questa remota landa è la frase finale della didascalia:

“Sir Ernest Shackleton, the explorer, is buried there.”

Ho conosciuto il capitano Shackleton l’anno scorso, visitando il museo della nave Discovery a Dundee, in Scozia. Lo reputo come uno dei più bei musei che abbia avuto occasione di visitare, con la sua organizzazione impeccabile e quell’aura di profonda attrazione che solo le materie leggendarie e misteriose sanno sprigionare. Si trattava della nave utilizzata per la prima spedizione verso il Polo Sud, nel 1901, e tutto, ogni dettaglio, catturava la mia attenzione prepotentemente, dalla sistemazione delle vettovaglie nella stiva alla selezione dei più duri legnami per costruire la chiglia della nave. Nave che è fisicamente presente e visitabile nella sua interezza all’esterno del museo.

Shackleton, allora marinaio di flotta mercantile, non era previsto tra i membri dell’equipaggio della Discovery ma, bruciante di desiderio, riuscì a convincere tale Clements Markham, presidente della Royal Geographical Society, l’ente promotore della spedizione, aggiudicandosi così un posto a bordo. Sono molti i primati raggiunti dall’equipaggio durante i mesi trascorsi in Antartide e tra questi doveva esserci anche il raggiungimento del Polo Sud da parte di Shackleton. Purtroppo però egli non raggiunse mai il Polo, dovendo fermarsi a 480 chilometri dall’obiettivo. Shackleton non aveva esperienza di sopravvivenza in luoghi estremi, non aveva mai montato una tenda né dormito in un sacco a pelo, non sapeva portare una muta di cani da slitta e dovette interrompere la spedizione. Durante il periglioso ritorno, mentre il collega Wilson soffrì di cecità da neve, Shackleton stesso si trovò ad arrancare indebolito dallo scorbuto, che fu anche la ragione del suo rientro anticipato in Inghilterra nel 1903.

Shackleton tornò in Antartide a bordo della Nimrod nel 1907 e di nuovo il tentativo di raggiungere il Polo Sud venne stroncato dall’inadeguatezza dei mezzi. Fu quindi con la Endurance, nel 1914, che Ernest Shackleton divenne un eroe e una leggenda. Intrappolati sul pack per più di un anno, il capitano e la sua ciurma attesero il disgelo e tentarono di raggiungere l’Isola Elephant. Constata la remota posizione e le pressoché nulle possibilità di essere trovati a quella latitudine, Shackleton e altri cinque uomini decisero di salpare per l’isola Georgia del Sud, da dove erano salpati più di un anno e mezzo prima, con l’intenzione di tornare a recuperare il resto dell’equipaggio. Dopo quindici giorni di navigazione in condizioni apocalittiche coprirono le 870 miglia marine che li dividevano dall’isola e attraccarono sulla costa meridionale. I sei percorsero a piedi circa trenta chilometri scollinando le montagne per raggiungere Grytviken in trenta ore, riuscendo a trovare aiuto. Organizzata la missione di soccorso, tutti gli uomini dell’equipaggio della Endurance furono tratti in salvo.

Shackleton è sepolto laggiù, sull’isola Georgia del Sud, che non avevo mai sentito nominare e ora vedo apparire in tutta la sua bellezza su queste pagine, frastagliata come una lastra di vetro rotta, bianchissima, le montagne come rughe di carta bagnata. Questa assurda triangolazione tra me, il luogo in cui sia io che Shackleton abbiamo visto la Discovery per la prima volta ed immaginato il Polo Sud e, infine, la tomba del capitano, è la vera causa della mia eccitazione geografica.

Sul piano cartesiano della realtà si elevano proiezioni al di fuori, possibilità che riguardano tutto ciò che è ulteriore: forse l’Antartide smetterà di rimanere così lontano. Forse io ed Ernest Henry Shackleton avremo modo di incontrarci.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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