Quando la Scozia ha curato il mio corpo

Ho incontrato Christine per la prima volta a Glasgow, lunedì pomeriggio. Ci siamo dati appuntamento davanti alla statua degli amanti in partenza di Buchanan Bus Station. Come per tutta la permanenza alla fattoria, quel pomeriggio ho capito solo un terzo delle cose che mi ha detto. La mia comprensione dell’inglese parlato non era affatto buona. Nelle tre settimane successive sarei riuscito ad alzare la percentuale al 50%, anche se non è stato a causa della lingua che non ho inteso cosa volesse dire descrivendo l’accommodation come “molto spartana”.

E’ venuta a prendermi alla stazione di Dundee dopo un viaggio in autobus da Glasgow che, benché sia durato meno di due ore, con il climatizzatore rotto e parecchi gradi in più rispetto all’esterno, è sembrato interminabile. Nel centro della città ho speso circa mezz’ora nel charity shop, dove ho comprato un’ottima e pratica felpa in pile a 1,99 pounds e una camicia, che ho lasciato nel bungalow prima di ripartire.

Il bungalow è stato la mia casa per 23 giorni. Ho sistemato le mie cose a fianco di un grosso materasso gonfiabile usando la valigia come armadio e comodino. Era una casa ma una casa non ancora finita, di fatto adibita a capannone, dove nell’unica grande sala erano raccolti i sacchi di lana dell’utima tosatura (e probabilmente anche quelli delle precedenti), la pila di pannelli divisori per le future stanze e le cataste di materiale isolante, più ogni altro oggetto reputato indispensabile per la fattoria, tutto raggruppato in zone più o meno specifiche, che nei giorni seguenti ho provato a delimitare e potenziare seguendo la prima spiegazione di Christine.

La cucina era la stanza immediatamente adiacente al bungalow, quella in cui tutti entravano e dove facevamo ogni lavoro. Dormire nel bungalow significava non avere vera privacy, fare parte di un ordine diverso da quello a cui si è abituati. Questo era tanto vero quanto l’assenza di “facilities”, ossia di tutto ciò che serve alla normale cura dell’igiene e all’espletamento dei propri bisogni. Non c’era acqua corrente, fatta eccezione per la rigida manichetta collegata al pozzetto sotterraneo, che usavamo per riempire un grosso bidone per l’immondizia riadattato a riserva idrica per doccia, abbeveratoi delle pecore e lavaggi vari. Non c’era il bagno, ma un water appoggiato alla balaustra dell’entrata laterale del bungalow, collegato da Christine e William, pochi giorni prima del mio arrivo, allo scarico nella fossa biologica. Dopo averlo usato occorreva tirare lo sciacquone rimpiendo un secchio dal bidone/riserva e scaricarlo dolcemente nel water, al fine di prevenire la rottura delle incollature di silicone tra le buste di plastica utilizzate per sigillare il tubo di scarico.

Ma soprattutto non c’era la doccia. Ed io mi sono sempre sentito poco a mio agio nell’andare a letto non lavato. O meglio, la doccia c’era: bastava riempire un secchio, o più d’uno, e quindi lavarsi. William lo faceva tutte le mattine. Quasi tutte. Oppure rimpire una doccia da campeggio e lasciarla al sole tutto il giorno, così da averla calda in prima serata. O utilizzare il bollitore per avere una razione di acqua calda da usare nel secchio. Come per ogni altro compito alla fattoria, inventare poteva essere la vera rispsta per ogni problema. Ho risolto la cosa evitando di farmi la doccia, avevo troppo freddo. Anche con il sole il vento non cessava mai e la temperatura non è mai salita oltre i venti gradi. Di notte si battevano i denti. Così ho comprato due pacchetti di salviette umidificate al Tesco di St. Andrews alla prima occasione e la sera, quando rimanevo da solo nel bungalow, le usavo per strofinarmi tutto il corpo. La cosa stupefacente è stata che nei giorni seguenti la doccia ha smesso di essere un problema. Stranamente, per la strana dieta che seguivo alla fattoria, il mio corpo reagiva bene e sembrava che anche lavarmi di meno avesse un effetto benefico sulla mia dermatite. Io stesso sono stato sorpreso di quello che ha significato per me vivere alla fattoria di Christine: mangiavo solamente alimenti ai quali, un mese prima, avevo scoperto di essere intollerante, dopo un esame fatto per disperazione, quando per mesi avevo scorticato braccia a gambe e anche la faccia stava assumendo tratti d’asfalto. Pancakes, uova, pasta, sciroppo di zucchero, pane, latte, marmellata. Certamente non mancavano carne e vedura, ma ho iniziato a stare meglio. Mi lavavo una volta sola a settimana, quando nel mio giorno libero andavo in città e mi facevo una nuotata in piscina. Eppure, usando anche una minima quantità di pomata Protopic, la pelle guariva. Avrei avuto la prima, fondamentale occasione di comprendere cosa mi stava succedendo.

Ricordo Christine accompagnarmi attorno al bungalow mentre ripensavo a quando mi ripeteva che la fattoria era un posto molto spartano. La guardavo ed era come se nascondesse un certo imbarazzo nel suo non-detto, come se le parole che usava non fossero quelle che entrambi avevamo bisogno di dire e sentire in quel momento; rigidamente si trincerava dietro l’immagine forte che sapeva dare di sé. Come usava di solito, descriveva il bagno e la doccia in modo scherzoso, con il piglio di chi vuole vendere qualcosa spacciandolo meglio di quello che è, ma senza essere capace di raccontare bugie.

William mi ha chiesto se avevo visto le “facilities” e avevo risposto di sì. Allora mi ha raccontato di come vedeva lui il lavoro da Christine e poi siamo andati in giro per la fattoria. Camminavamo in mezzo al cimitero di automobili come riverenti visitatori di un museo. Mi spiegava la routine delle cure mattutine agli animali, me li presentava e mentre portavamo a spasso Tika parlavamo della fattoria e dell’impatto che ha esercitato su di noi al momento dei nostri rispettivi arrivi. Ne avremmo parlato ancora, in modi uguali ma diversi a seconda dei nuovi volontari arrivati. E ne avremmo riso e immancabilmente rivalutato l’intrinseco valore, confrontando quelle briciole di apparenza con l’interminabile bellezza di ciò che ci circondava, sopra e sotto l’orizzonte, delle pecore e dei cavalli, dell’accarezzare le galline, dei momenti insieme attorno al tavolo, del liberarsi invece che del possedere.

Tuttavia, la prima sera non immaginavo nulla di tutto questo. Rimasto solo nel bungalow, cercavo di non guardare direttamente il grosso faro di accecante luce gialla accanto al letto. Mi sono chiesto che cosa diavolo stessi facendo lì, ragionando sul momento migliore per andarmene. Chiuso nel sacco a pelo cercavo di capire se la polvere mi avrebbe fatto passare una notte d’inferno e per due volte il mio cuore ha straripato quando mi sono sentito camminare addosso degli insetti, cieco. E il freddo. La prima notte ho dormito molto poco a causa del freddo. Il sacco a pelo che avevo comprato in vista del periodo alla riserva non teneva abbastanza caldo e non riuscendo ad addormentarmi sono uscito nel nero scozzese per fare pipì, andando il meno lontano possibile dalla porta. Non posso dire da dove e da cosa fossero provocati tutti i rumori a cui davo bado una volta disteso, nel buio del bungalow alle mie spalle. I belati delle pecore oltre i muri erano vividi come se quei muri non ci fossero e il vento pareva del tutto intenzionato a sradicare via il tetto che mi proteggeva.

La decisione di rimanere era in bilico tra la voglia di sfida e la fede verso i signficati che ogni esperienza sapevo che potesse portare. Questa fede assomigliava a una piccola luce in fondo a un tunnel del quale non conoscevo la lunghezza. Ma alle prime luci del giorno seguente ho voluto rimanere. Per uno strano cocktail di sensazioni, ben shakerato dentro di me, il sapore che aveva il desiderio di vedermi da lì a tre settimane ha prevalso su tutto il resto. Un sapore di scoperta, di fiducia, di essenza. E di timore. Una poco confortevole sensazione di sicurezza contrapposta ad una insensata voglia di disequilibrio. Un funambolo sulla corda tesa sopra a un burrone che diventa improvvisamente curioso verso ciò che sta in basso. Il secondo giorno mi sono svegliato alle 8:00 infilandomi subito la felpa di pile, le calze di lana, gli scarponi. Sono uscito e una pesante nebbia aveva cancellato ogni cosa nel raggio di venti metri. Nessun altro attorno. Le pecore mi guardavano e pioveva.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

2 pensieri riguardo “Quando la Scozia ha curato il mio corpo

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