30 giorni senza zucchero 11 e 12

Mi è veramente dispiaciuto mancare l’appuntamento di riepilogo della giornata di ieri, ma certe volte è tempo di vivere e il resto viene dopo.

D. mi aveva invitato a una cena dalla sua amica C., nella casa di New Westminster, ed io ho accettato subito con estremo piacere. Finora ho sempre limitato molto le uscite serali perché sapevo esattamente come sarebbe stato dormire due, tre ore massimo prima del turno al forno. Ma ne valeva la maledetta pena. Ero abbastanza stufo di rimanere in casa in stato larvale tutte le sere.

E’ una stata una serata squisita nella quale ho conosciuto i ragazzi e le ragazze giapponesi ospiti di C. in Canada per studio. Anche solo girare in macchina per Vancouver parlando con D. è stato molto bello e rilassante, così diverso dalla routine delle ultime settimane. Anche perché passare del tempo con persone di una cultura ancora così diversa ma in qualche modo sempre conosciuta (mi piace molto il Giappone) ha generato tantissimi spunti e motivi d’interesse. Durante il ritorno, verso le 22:30, facevo fatica a tenere gli occhi aperti, è stata una giornata intensa.

Il turno del martedì al forno è sempre il più corto, per le 10:00, massimo 11:00 sono a casa e, cosa più importante, ieri c’era il sole. Dopo una decina di giorni di nuvole e pioggia è stato come vederlo per la prima volta, come sentire le pile dell’anima ricaricarsi e avere un motivo per sorridere. Così ho fatto! Ho sorriso tantissimo e sono andato a correre, salendo la Marmont Street e puntando a raggiungere il Centro Sportivo di Poirier Street. A mano a mano che salivo, il Fraser a sud si liberava dei palazzi e potevo scorgerne le anse quadrettate dalle zattere di tronchi, parcheggiati a pochi metri dalla riva del Surrey come ombre su uno specchio. Mi sembrava di reggere una videocamera mentre correndo scorrevo con gli occhi sulle case lungo le vie, sui giardini decorati di lapidi e ossa, zucche e festoni. Non ero abituato a vivere Halloween così seriamente. Ma mi piaceva anche solo salire, come ogni volta che ho cercato una montagna, un punto elevato di città, una collina, seguendo quella voce che mi chiamava in alto, per starmene sulla cima di qualcosa e guardare dritto davanti a me, aspettare il sole, respirare.

I buddhisti hanno dei canoni nella ricerca dei luoghi migliori per la meditazione. Luoghi elevati di montagna affacciati su una valle, possibilmente dove scorre un fiume. Sono considerati catalizzanti, adatti ad armonizzare i flussi energetici, utili a convogliare gli spiriti e le frequenze. La collina di Coquitlam sembra proprio rispettare questi canoni e anche se è completamente tappezzata di cemento e automobili la voce della terra è ancora forte.

Dopo un giro di circa sei chilometri mi era venuta decisamente fame, così a casa mi sono dedicato alla preparazione di un’insalata alla quale ho aggiunto acciughe, olive e olio. Mentre nella miglior padella antiaderente che abbia mai usato – perché questa casa ha veramente tanti difetti ma una padella così buona io non l’ho mai vista – ho cotto uno stupendo trancio di salmone canadese, che ha assunto due guance d’oro così “croustillant” (abbondate con la R francese) da sposare eternamente l’interno burroso che in bocca si scioglieva.. mio dio sto salivando. Inoltre al Superstore ho trovato anche un compìto barattolo di pickles, i cetrioli sottaceto, perfetti da sgranocchiare per interrompere la maestosa marcia del salmone con un’acidula nota di freschezza. Il mio dessert era uva fresca e fragole. Da tempo non mi sentivo così leggero ma contemporaneamente appagato.

Le tre ore successive sono passate in leggiadria, tra qualche episodio di Rake, serie australiana sulle avventure dell’avvocato Cleaver Greene – divertente anche solo per la pronuncia degli australiani – e i compiti di calcolo delle percentuali di ingredienti degli impasti per le ricette del pane.

La mattina di oggi al lavoro è stata dura, ma mi aspettavo peggio, per cui ho concluso egregiamente un’altra giornata in trincea, abbastanza sddisfato del pane cotto ma sempre desideroso di migliorare il risultato. Penso che, benché non fosse la prima occupazione che immaginassi nel campo della panificazione, potermi dedicare in modo così massivo ad un singolo aspetto del ciclo produttivo sia una grandissima fortuna. Come il giovane Daniel in Karate Kid, al quale il mantra di “metti la cera, toglia la cera” è subito sembrato noioso ed inutile, così è stato per me il dover infornare e sfornare palle di impasto come se non vi fosse altra priorità né significato nella vita. Ma esattamente come nel film, si è rivelato la base di una comprensione più ampia e dell’acquisizione di una tecnica più approfondita. Non solo: ogni giorno diventa più interessante nella conoscenza delle variabili che influiscono sulla fermentazione dell’impasto e sulle possibilità che io ho di incidere – anche letteralmente – sulla buona riuscita del prodotto. Cosa che fino a qualche tempo fa mi avrebbe solamente spappolato il cervello. La ripetizione intendo. Ma qui è diverso, è qualcosa di completamente nuovo, potente, rigenerante pur essendo molto duro fisicamente.

La prova fisica è un altro degli aspetti che considero nel monitoraggio della dermatite. Lo stress, che non è solamente mentale, si rispecchia anch’esso nel prurito. Il mio corpo ha sempre parlato in modo chiaro, ma io solo in questi ultimi tempi ho iniziato ad acquisire il modo di poterlo ascoltare. Dopo la giornata di ieri e durante la prima parte di mattina le braccia prudevano. Quest’oggi, dopo una dormita pomeridiana rigenerante, sembra essere tutto tornato sotto controllo.

Colazione: pane di segale con prosciutto cotto. Merenda al lavoro: mele. Pranzo: insalata con accighe, olive e noci. Wrap di yogurt greco, salmone affumicato e noci; cetriolini, sfoglie di patate dolci; uva e fragole.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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