30 giorni senza zucchero 16

Correvano a perdere il fiato, lanciando nel vento la terra che vibrava, fianco a fianco in un unico spasmo collettivo. Perché anche se montano selle di colore diverso, anche se i loro fantini gareggiano per vincere, loro corrono e basta. Attualmente, gli sport equestri sono le uniche attività nei quali l’animale sembra godere di più considerazione dell’uomo. Una rivincita inutile per la brutalità della sfida.

Per la prima volta sono stato a vedere le corse dei cavalli, con C. e i ragazzi giapponesi. Subito mi sono visto Charles Bukowski aggirarsi attorno ai bookmakers reggendo una birra. Devo fare altrettanto! Così ho scommesso 5 dollari su Jack Don’t Drink, numero 1 della prima gara.

Mentre aspettavo la partenza appoggiato al recinto lungo la pista, un pensiero piccolo piccolo ma molto subdolo mi è entrato in testa: ero convinto che siccome il cavallo su cui avevo puntato aveva le probabilità più alte di vittoria, se avessi scommesso cento dollari nei avrei vinti quattrocento. E l’ho pensato così, senza volerlo, è emerso da qualche substrato cerebrale adibito a promuovere la dipendenza dal gioco d’azzardo.

I cancelli si sono aperti senza che me ne accorgessi e in pochi secondi erano già passati, svaniti oltre la curva, elettrizzati dai frustini con le narici divaricate a succhiare aria. Jack Don’t Drink guidava a metà percorso ma dalle retrovie il numero 4 di Dakati si faceva avanti e rosicchiava centimetri. Scomparsi dietro la baracca situata al centro del campo diventavano solo un flebile tremore, ma all’improvviso eccoli sbucare, nere frecce slanciate, e infilare la curva finale, inarrestabili eppure controllati dai piccoli uomini dipinti sulle loro schiene. Pura apnea il rettilineo finale, negli occhi pazzi dei cavalli e in quelli degli spettatori con i biglietti in mano, pazzi anch’essi di un’estasi infinitesimale. Dakati taglia il traguardo davanti a Jack ed io non mi esimo dal prendere il mio biglietto e strapparlo a platealmente a metà.

Dopo la corsa mi sono sentito strano. Vederli correre, sentirli dentro, mi ha scatenato un mescolio di emozioni contrapposte e simultanee. Come se tutto quello spettacolo, la grandiosità del velodromo, l’atmosfera di eccezionalità fossero grandiose, ma in fondo ci fosse qualcosa di semplicemente non buono.

C. Ha sentito lo stesso e il suo sentire ha qualcosa di potente, di antico. Su tre corse ha azzeccato tre volte il vincitore e poi abbiamo parlato, di come anche io stia cercando di allenare la mia percettività e di come lei vi stia riuscendo. Sentire col corpo significa andare quando il corpo ti chiama verso qualcosa. Ma è un momento molto breve, se lo perdi è andato per sempre.

Ci siamo salutati alla stazione della 29esima strada e poi ho proseguito fino alla costa sud ovest della città, per visitare la Southland Heritage Farm e i suoi cavalli. E sebbene abbia speso circa tre ore tra andata e ritorno, sono contento di esserci andato. Ma non ho accarezzato i cavalli. Non si avvicinavano. Quasi non si muovevano. Parevano esausti della presenza dell’uomo. Così dopo qualche minuto dal mio arrivo sono ripartito.

Ho scritto il resoconto di oggi seduto sul pullman, mentre il telefono mi sobbalzava tra le mani nei tratti più movimentati e l’afrore del mio vicino di posto mi ricordava tanto l’odore dei cavalli. Mi manca l’odore della stalla, del pelo sudato, mi manca anche l’odore della merda, che è stata la prima vera cosa con cui facendo la pace ho iniziato a guarire.

Colazione: fette di pane autoprodotto con uova e prosciutto. Pranzo: bistecca con salsa di funghi, uova strapazzate, frutta.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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