30 giorni senza zucchero 18

Questa mattina sono uscito dal lavoro prima delle 8:00, che è una cosa sensazionale. Non che sia completamente contento, visto che mi pagano a ore, ma lo ero abbastanza da non voler rimenere chiuso nello stabilimento più del tempo dovuto. Oltre la gobba della discarica il giorno nasceva e O. era uscito dall’ingresso urlando il mio nome prima che fossi troppo lontano per sentirlo. Nella sua visione, la mia permanenza in Canada sarebbe preziosa ma io, in quella bella luce del mattino, respirando l’aria fresca, constatavo che più le cose sembrano mettersi per il meglio, più cioè una certa calma cosmica sembra volersi sedere con me sul divano e abbracciarmi stretto, e peggio mi sento. Immagino sia il motivo per cui ho scelto di venire a vivere in città; immagino sia il significato del tragitto compiuto finora, l’arrivo attuale indicato dal mio sentire: misurarmi in questo contesto.

Non credo di poter fare altrimenti. La mappa sul mio corpo parla chiaro, perché nelle ultime settimane è come se avessi provato a intraprendere diverse strade, nessuna delle quali conosciuta a priori, e per ognuna di esse, ad un certo punto, la pelle ha espresso il proprio verdetto di inadeguatezza. Il corpo è onesto, se il luogo, il momento e le persone in cui mi trovo nel mio “qui e ora” sono quelle giuste, non ha niente da ridire. Se qualcosa non va, posso iniziare a grattare con furore. Per cui dopo queste prime due settimane di sensibilizzazione allo zucchero (che è sicuramente il primo risultato che si ottiene), comprendo che diventi inutile tornare di nuovo a cercare gratificazione nel cibo durante i momenti difficili, durante gli spostamenti in pullman in pomeriggi stanchi e solitari.

Eppure, anche se certi giorni sono pennellate di nostalgia, possiedo sempre una visione generale per la quale mi vedo incline a fissare i nuovi punti di inizio per il mio lavoro spirituale. Dopo i mesi passati nei Pirenei avrei voluto poter vivere in città con la stessa pacatezza ed armonia che ho potuto conoscere nei remoti paesi di montagna continentale; andare ogni giorno a lavoro, svegliandomi molto presto, ripetendo le stesse cose all’infinito, affrontando i problemi della quotidianità con fiducia e spirito critico. E lo sto facendo.

E poi ci sono io. Io che mi guardo negli occhi cercando me stesso e, trovandomi, dico: alright. Sono momenti in cui le canzoni, YouTube, le informazioni, la velocità, le tecnologie, gli affari, la stanchezza, i sapori, i problemi, il prurito, le ragioni, gli altri, vengono riconsegnati al loro piano di realtà, messi un poco fuori dalla finestra a scolare, mentre chiudo gli occhi e assaporo ciò che rimane, l’essenza filtrata tra le dita delle mie mani, e il cuore si placa, si distende e si alliscia come un impasto maneggiato sapientemente.

Un morbido soriano cercava le mie dita attraverso le sbarre della gabbietta e si rotoloava spalmando il muso contro di esse. Lo accarezzavo sul collo, sulla testolina, ovunque potessi raggiungerlo oltre lo sportello. Sembrava in buona salute e sono sicuro che le ragazze dell’Animal Shelter di Coquitlam sappiano il fatto loro. Mi sarebbe solo piaciuto poter fare un po’ di volontariato lì, ma da qualche tempo non accettano più volontari. Per questo mi hanno dato un foglio con riportati tutti i contatti delle strutture che invece accolgono volontari. Ho molta voglia di tuffare le mie mani nel pelo di qualche cane o gatto, con i quali avevo un rapporto quotidiano nei ranch dove lavoravo. Mi manca molto. Questo e le montagne, che sembravano ritagliate nel crepuscolo oltre le colline della città di oggi pomeriggio. Non sono più che un quadro attaccato alla parete, che è la cosa che mi spaventa di più.

Colazione: pane di segale con prosciutto. Pranzo: fagiolini e broccoli lessati, pollo, pomodorini, olive, burro d’arachidi, focaccia autoprodotta, uva.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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