Naufraghi

Ho naufragato nell’esatto momento in cui mi sono affidato alla bussola. Ora sono un naufrago nei primi giorni di Gennaio, che mi sembrano gli ultimi dell’anno. Giorni senza capo ne coda, spesi in balia di decine di e-mail spedite senza vederne tornare nessuna indietro. Messaggi affidati a bottiglie in un mare indefinibile.

Prendo il treno solo per ascoltare la musica. Vado da un capolinea all’altro e poi indietro in un dolce rollio emotivo. Di bianco e di ghiaccio è la città; sono gli ordinati mattoni di cemento, le strade poltigliose. Me ne andrò così dal Canada, senza rumore. I giorni del mio visto lavorativo si scioglieranno come questa neve col sale. Gli ultimi sono stati sicuramente i giorni più bui nell’ultimo anno e mezzo.

Sperso, disperato di fronte all’apertura del mondo. Profondamente disorientato. Accerchiato dall’incommensurabile grandezza del tempo e della vita. Sono stato stanco come se avessi nuotato ogni giorno e non mi fossi mosso di un millimetro. Ho deciso perciò di fermarmi a osservare la corrente, prendere il tempo di godere di ciò che avevo nel mio lasso di sedentarietà temporanea.

Automaticamente, le esperienze narrative di cui facevo esperienza raccontavano degli stessi argomenti del mio sentire interiore, con l’effetto di sortire un piacevole scarico, come quando si condivide un peso. Jungle, la storia vera di tre ragazzi smaniosi di avventura che finiscono dispersi nella foresta amazzonica; Arctic, dove l’unico sopravvissuto ad un disastro aereo deve lottare contro il freddo polare intraprendendo un viaggio a piedi verso la vita; All Is Lost, Robert Redford disperso in mare a migliaia di miglia nell’Oceano Pacifico, da solo; Deliverance, in cui quattro amici partono per una gita in canoa sui monti appalachi e devono vedersela con il fiume e gli inquietanti montanari; Everest, la storica disfatta della disastrosa spedizione verso la vetta più alta del mondo. In sostanza, essi parlano di quando gli uomini attraversano un’esperienza che porta in diretto dialogo con la morte, a volte arrivando a rinunciare completamente ad ogni altro tentativo di perseguimento della vita; di una stanchezza così estrema da mettere in ginocchio anche la più affilata delle menti, producendo l’effetto di uscire dall’abisso, quando questo accade, colmi di una nuova consapevolezza. Tutti i protagonisti hanno una cosa in comune: di fronte alla grandezza del tempo, della natura, arrivavano sempre, immancabilmente alla stessa conclusione.
“I am sorry.”
In ognuna di queste pellicole i protagonisti si pentono, chiedono perdono alle persone che li salvano, alle pagine di un diario, ai compagni di viaggio. Ciò che risulta altrettanto chiaro è come questa richiesta di perdono sia, in realtà, rivolta a loro stessi, a quella parte interiore che hanno ignorato per tutta la vita e che è la sola che può valere la pena di essere riconquistata e vissuta. Grati non per la lezione che hanno avuto, ma per come gli è stata insegnata.
Poi invece c’è la lezione della natura. Il mio maestro ieri è stato il corvo: piume morbide si adagiavano sulla strada mentre il suo becco nero staccava a morsi la carne di un altro uccello morto. Indietreggiava guardingo solamente all’approcciare delle auto, ma poi tornava a divorare. Senza giudizio, senza cattiveria, senza godimento. Nel pieno rispetto della natura, che non è né buona né cattiva ma è legge, e solo gli uomini tendono a distorcerla interpretandola, convinti di poterla evadere. Quando anche la mia pelle non ha mostrato la via, quella scena, nel contrasto del nero sul bianco, dell’inchiosto sulla carta, del vivo sul morto, mi ha riportato dove devo essere, con la mente rivolta verso me stesso.
Mi sono accorto di aver ripreso a muovermi. Benché fossi stanco di nuotare, avevo percorso molte miglia dentro di me. Ho trovato guarigione solamente rimanendo fermo in quell’incertezza che mi frastornava, girando le spalle all’orizzone, stendendomi sulla superficie dell’acqua.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

2 pensieri riguardo “Naufraghi

  1. Il naufragio credo possa essere una partenza più che un arrivo. E per dirla alla Tolkien se stiamo vagando non necessariamente ci siamo persi. Ma tu senti bene le cose e cogli le differenze. Non ho capito se dovrai a breve ritornare..(?)
    Un caro saluto, B.

    Piace a 1 persona

    1. Grazie 🙂 Adoro la visione tolkieniana della vita!
      No non ritornerò a breve, per farlo dovrò ottenere un contratto di lavoro prima di entrare nel paese, oppure da turista 🙂

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