Linton Bay

D’un tratto Frodo notò un individuo dall’aria strana, segnato dalle intemperie, che sedeva in ombra vicino al muro ascoltando attentamente la loro conversazione. Aveva un grosso boccale di metallo davanti a sé e fumava una pipa dal lungo cannello intagliato stranamente. Teneva le gambe distese e portava degli stivali alti di una pelle morbida e di ottima fattura, ma ormai alquanto logori e ricoperti di fango. Un mantello di pesante panno verde scuro scolorito dal tempo lo avviluppava interamente e, malgrado il calore della stanza, egli portava un cappuccio che gli faceva ombra al volto: ma i suoi occhi che osservavano gli Hobbit brillavano nella mezza oscurità.

Immagino che gli altri avventori del Norita’s mi abbiano visto così, schivo, apatico, taciturno, in quell’ostello di Panama City. Un rigagnolo di sudore risaltava in controluce sul mio polpaccio e la trafficata Calle Arosemana scoppiava dei guaiti di auto ammaccate e camion bronchitici. L’aria si riempiva talvolta del profumo del pollo o dei succhi di frutta preparati dai clienti. Sono sceso definitivamente dalla barca un mese fa, con dispiacere ma anche con un certo senso di sollievo. Ho capito che non sono fatto per la vita semovemente in senso letterale, non oltre un certo periodo almeno.

I primi giorni sono stati duri, ma anche tutti gli altri ora che ci penso. Forse è cambiato il tipo di carico, che inizialmente riguardava il lavoro manuale, principalmente di pulizia e riordino di un vascello di sessantacinque piedi fermo da sei mesi dopo un’infestazione di scarafaggi. Il mio primo strumento è stato un secchiello nero di plastica attaccato a una fune, con il quale prelevavo l’acqua direttamente dal mare calandolo a testa in giù. Le ore sul ponte di coperta passavano veloci ma mi accorgevo della potenza del sole tropicale. Sudavo ogni goccia di liquido avessi in corpo, tutto il giorno tutti i giorni. L’umidità era altissima e le notti in cuccetta morivano tardi, solo quando potevo sentire un po’ di fresco.

Vivere su una barca ormeggiata al largo era bello, ma portava inesorabilmente a valutare tutti i lati pratici di una simile esistenza. Non disponendo per un certo periodo del dinghy, il piccolo gommone a motore con il quale effettuare gli spostamente fino alla terraferma, rimaneva un kayak di plastica a due posti, che diligentemente usavo almeno una volta giorno per raggiungere la doccia dello stabilimento. Anche quel semplice atto quotidiano, all’inizio, aveva rappresentato una seria sfida: il bordo della barca si alzava di circa un metro e trenta dalla superficie dell’acqua la quale, inoltre, per sua natura, era sempre in movimento e quasi sempre mossa per il vento. Portavo con me una sacca impermeabile, talvolta le bottiglie per il riforinimento di acqua potabile e la pagaia. In una mano reggevo la fune e l’appiglio alla barca, con l’altra caricavo le mie cose e poi, con la punta del piede, posizionavo il kayak sotto di me, salendoci in piedi per poi sedermi nello stesso istante. Giorno dopo giorno quell’esercizio era diventato sempre più naturale e ho potuto smettere di vedere la doccia come un appuntamento con l’ansia di ribaltarmi in mare.

Il rapporto con l’acqua salata non è mai stato un problema, anzi. L’intero rapporto che ho con il mare è evoluto. A cominciare dal mio desiderio di scoprire se avrei sofferto il maldimare oppure no. Ero preoccupato perché il mio schema di movimento può prevedere spostamenti via mare talvolta e soffrirne avrebbe voluto dire eliminare questa opzione, che potrebbe essere molto vantaggiosa in termini di risparmio. Ma sono stato felice, invece, di scoprire che il rollio, soprattutto serale, finiva per accompagnarmi al riposo come il dondolio di un’amaca. Purtroppo per i nostri ospiti non è sempre stato così. Alle due di notte il primo e unico giorno di permanenza di una coppia di ragazzi americani, i forti rumori dei suoi spasmi di vomito mi hanno svegliato. Di giorno, seduto dietro al timone, guardavo la prua alzarsi e abbassarsi sopra e sotto l’orizzonte, immaginandomi correre in sconfinati spazi.

Mi sentivo forte e capace di sostenere ogni cosa nei primi giorni. Contento di sudare via il grasso accumulato nei miei molteplici mesi di inverni. Quello che diventava più difficile era il rapporto con R., la capitana. Viveva una situazione pesante legata in primis alla sua barca, che tanto amava e che per anni l’aveva portata in remoti angoli di entrambi gli emisferi ma che, negli utimi mesi, era diventata un peso, tanto da farle ammettere di non voler più vivere sulla barca. Sebbene avessi percepito dall’inizio un’ombra sul nostro luogo, è stato quel momento a far scattare un click dentro di me, incrinando i miei sogni e le mie aspettative, facendomi capire che dovevo lasciare.

La prima sera è stata fatale in questo senso. Seduto lungo la panca di poppa, sotto la cabina del timone, alla mia sinistra il tramonto dai neri profili degli alberi delle barche, alla mia destra la baia aperta sull’oceano e una voce, che veniva proprio dalla barca, e che supplicava di essere aiutata, scrostata, aperta, fatta vivere di nuovo, portata a spezzare le onde. Molti dei cavi in acciaio arrugginivano ma era la catena dell’ancora che cadeva a pezzi, sembrava il lavorio di un prigioniero che millimetro dopo millimetro investisse le ore per fuggire. Nella vita della materia che la componeva, quella voce non smetteva di chiamare e ormai R. era diventata completamente sorda.

Porto con me, vivo più che mai, il debilitante disagio delle notti insonni dei chitras. Sono insetti minuscoli, chiamati sandflies, che succhiano sangue per riprodursi e ai quali ero allergico. Le loro punture iniziavano a prudere il giorno seguente e non smettevano per diversi altri giorni. Dopo due notti senza vento avevo bracci e gambe ricoperti di morsi che, grattando, diventavano aperture di più di mezzo centimetro e coagulavano per tornare a prudere il giorno dopo. Avevo seriamente intenzione di mollare tutto e andarmene. Non potevo sopportare notti simili e il lavoro del giorno sotto il sole. Anche ora se ripenso al perché non me ne sono andato, non lo so.

G. è arrivato a Linton Bay con la sua vecchia barca a vela. Aveva la chiglia dipinta di rosa e un grosso sorrisone sulla prua. Benché non fosse in ottime condizioni lo portava dove voleva, agile e versatile. Lui invece è piemontese e per mare da qualche anno, abbastanza da sentire tanto la mancanza della pizza. Per questa ragione, saputo che sono appassionato di impasti, mi ha chiesto di fargliela. Gli sono stato grato per l’entusiasmo e l’insistenza; ha comprato gli ingredienti e così mi sono recato pagaiando sulla sua barca per preparare l’impasto. Chiunque abbia un minimo di conoscenza può capire che non sia stata la cosa più facile del mondo: la mia bilancia elettronica si rifiutava di funzionare perché percepiva il movimento della barca e non si settava; non avevo modo di pesare farina e acqua quindi ho usato un quantitativo di farina basato sulla dimensione dei sacchetti (farina normale debole da supermercato) e una stima “a occhio” della quantità di acqua attraverso una bottiglia di vino da 750ml. Il tutto alla temperatura ambiente di più trenta gradi. Dopo aver lavorato e accudito la massa per un paio d’ore ho fatto i panetti distribuendoli nella varie pentole che per l’occasione G. aveva messo a disposizione, sigillandoli con buste di plastica. Tornato sulla barca la sera insieme a R. ho infornato nel piccolo forno di bordo un vassoio alla volta e, tutto sommato, il risultato non è stato per niente male. Così, tra una fetta di pizza e una birra, abbiamo parlato tutta la notte, raccontandoci dei viaggi e delle esperienze, andando a fondo nella condivisione dei nostri significati sopra la parola pirateria.

Stevenson contribuì a regalare ai posteri l’idea del pirata con la gamba di legno, la benda sull’occhio e il pappagallo sulla spalla, ma prima di tutto vi è una cultura della pirateria, abbracciata da chi vede quello stile di vita come l’alternativa migliore possibile al sistema. Perché c’è una domanda che anima certi uomini e certe donne, la quale si insinua così profondamente nell’animo da imporre scelte radicali e poco popolari. Spinge la lancetta nostre preferenze verso i confini del benessere, verso la fatica di operare, ma anche verso un’idea di libertà di cui la maggior parte delle persone non riesce a fare conoscenza, per una ragione: perché fa paura. Non un’idea sul futuro lontano, non la sicurezza economica, la necessità di imparare spesso da zero, di accantonare le proprie competenze per dei periodi, indebolire l’idea di casa, non avere la rassicurazione della routine quotidiana, internet, netflix, il divano, da una parte; dipendere da se stessi in mare aperto, scoprirsi forti e indipendenti, staccare la pressione emotiva delle relazioni che non si vogliono, prendere ciò che la natura offre, rubare, chiedere aiuto, fregarsene, sapere di poter morire. Da quando è esistitita la navigazione è esistita la pirateria, in forme più o meno aggressive, ma rimanendo – è questo a far più paura – il luogo fuori dalla mappa del cuore umano.

Tre giorni prima di lasciare la barca avevo passato una giornata su Isla Grande, neanche mezzo miglio nautico a nord di Linton Bay. Avevo camminato per tutto il giorno per tutta la lunghezza dell’Isola, attrezzata ad ospitare turisti soprattutto panamensi. In quei giorni il rapporto tra me e R. si era fatto molto più difficile e quella distanza mi faceva bene, un lungo tempo lontano dagli angusti spazi di coperta, dove non esisteva privacy, nemmeno in bagno. Tutto mi appariva come un crescendo: il nostro reciproco, progressivo allontanamento, la pulizia di interstizi sempre più sporchi usando agenti chimici sempre più forti, come fosse la chimica direttamente a parlare; la mia reazione sulle braccia sempre più acida. Sono stati giorni molto difficili per R., ma anche per me. Ogni prospettiva di navigazione era stata definitivamente annullata e mi rifugiavo nelle pagine di The Adventurer’s Handbook, di Mike Confrey, che mi raccontava delle più grandi spedizioni del XX Secolo ed io ritrovato il grande Ernest Shackleton e altri grandissimi e folli personaggi che per tutta la loro esistenza non hanno fatto altro che “prendere distanza” dal luogo ove erano nati per scoprire ciò che stava fuori dalla mappa, concependo il viaggio come uno sforzo necessario, una “via per” raggiungere la loro parte di vita mancante.

Non avevo nessuna prospettiva per l’indomani, quando mi sarei svegliato al Norita’s di Panama City. Tutto da riorganizzare. Nuove rotte da disegnare. Come ogni buon avventuriero, necessitavo del tempo adeguato a preparare i mezzi e la mente.

Pubblicato da lucafraz

Sono nato atopico e ho passato molto del mio tempo grattandomi braccia e gambe, perlopiù; quindi sono diventato "atopico": ho smesso di abitare un luogo determinato.

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